Barzin

Giordano Simoncini

“My life in rooms”

(CD, Monotreme, 2006)

Barzin è il nome un po’ così che si è dato un ragazzotto canadese che suona. Costui, qualche anno fa, aveva dato alle stampe un full lenght autotitolato che ci aveva lasciato ad occhi sgranati – un’edicola votiva d’intimismo, la mollezza dei Red House Painters, le lacrime di Smog ed il timbro di flessione dei Low degli album di mezzo. Cinque anni, ci aveva messo, per registrare quel capolavoro. Poi ce lo eravamo scordati, per quanto tempo era passato, ed ora il nuovo lavoro in lungo arriva come la più gradita delle sorprese. My life in rooms è un disco tenue e devastante; le corde crillano nonostante i delay, gli ambienti sono vuoti, le linee melodiche (So Much Time To Call My Own, Leaving Time, Take This Blue) sono niente meno che esiziali. E c’è quella voce, un sussurro, trasognato, che non è dinanzi né dietro, ha provenienza laterale, accidentale. Siamo ai primi di giugno e a Roma si gela; pare che fuori sia tutto spossato, a guardarlo da qui, ed il cielo è di straccio da pavimento. Se non ci fosse questo disco, che gira in loop da ore, perfetto, rimarrebbe concepibile unicamente l’Orrore di uno stereo spento. Per un giorno, perlomeno.

(Giordano Simoncini)