Burial

Emiliano Barbieri

“Burial”

(CD/12”, Hyperdub, 2006)

Uno che compone senza utilizzare sequencer, che giudica le linee ritmiche dall’aspetto a lisca di pesce della forma d’onda, non è che mi ispiri particolare fiducia. Se poi a tutto questo ci si aggiunge l’enorme chiacchiericcio che questa produzione ha suscitato in giro, partire prevenuti è d’obbligo. Uk-garage scarnificata fino all’osso, costruita su bassi profondi e voci rarefatte dal chiaro mood dark. L’aggiunta geniale e disturbante di frequenze-fruscii pirata, crepitii sottopelle e materiale sonoro vario, oltre a ricordarci l’origine radiofonica del fenomeno dubstep, permette alle tracce di insinuarsi nei nervi dell’ascoltare in modo quasi subliminale. L’altro risultato non indifferente legato all’utilizzo di questi glitch è quello di rendere finalmente “contemporaneo” il suono del disco, permettendo al disco di essere ascoltato anche da chi vede in questo genere di produzioni un passo indietro e non il futuro della musica elettronica. E così via, tra un vuoto e l’altro lo scintillio di hi-hats sciabolanti immersi in oscuri riverberi sovrasta cavernosi loop di sintetizzatore che sembrano sassofoni di latta dal rarefatto sapore eighties. L’Hyperdub di Kode 9 ha forse pubblicato il primo disco di intelligent dubstep. Provare per credere.

(Emiliano Barbieri)