GIANMARIA VOLONTE', OLTRE LA MEMORIA

Francesco Tatò & Marco Cirese

Conversazione con Carlo Lizzani

Cercando di andare oltre una memoria che troppo spesso ci è sembrata distratta, ma non abbastanza da dimenticare che sono trascorsi dieci anni dalla sua scomparsa, ci troviamo a parlare di Volontè, desiderosi non di celebrarlo, ma di tratteggiarne un profilo che ne restituisca, senza equivoci, il valore assoluto. Abbiamo scelto come interlocutore Carlo Lizzani, che lo ha diretto in tre film, tra il 1965 e il 1969 (Svegliati e Uccidi, Banditi a Milano, L’Amante di Gramigna). ed ha attraversato il cinema italiano dal neorealismo fino al trionfo della fiction, ed è dunque un testimone importante del cinema italiano dal dopoguerra ad oggi.

D) Al di là delle ricorrenze e della memoria, si ha l’impressione che in questi anni, quando si parla degli attori italiani degli anni ‘60 e ‘70, si sia dato a Volontè un ruolo di secondo piano rispetto a Sordi, Mastroianni e Tognazzi...
R) Forse è una questione di numero di film; certamente Sordi, come Tognazzi, vanta una produzione infinita. Bisogna però sottolineare che questi attori hanno una parabola interessante se si guarda alla loro evoluzione. Questi attori sono passati dal cinema cosiddetto “leggero”, da sketch del varietà a personaggi complessi e forse questo ha fatto più notizia. I loro ritratti sono stati più suggestivi in merito ad un’evoluzione cinematografica, come un processo che li ha visti crescere da attori che all’inizio ricoprivano ruoli “marginali”, fino alla consacrazione nei grandi film da parte del pubblico. Invece Volonté nasce subito grande, nonostante provenga dai film western italiani, considerati un genere minore a metà degli anni ‘60; però, successivamente, questo tipo di pellicola diventò un genere dove gli italiani, in particolare Sergio Leone, davano “lezioni” perfino agli Americani, collocando Volonté in un ambito molto serio. Per lui ci volevano personaggi paradossali, grotteschi ma non comici; è difficile immaginarlo nella commedia italiana, dove avrebbe avuto probabilmente un ruolo di antagonista anziché di protagonista ...
Nasce così il “fenomeno Volonté” in film in cui l’attore ha questa capacità di inventarsi il personaggio, spesso con note di delirio e d’onnipotenza, contribuendo con la regia alla costruzione di questo, e portandolo a certi estremi che lo stesso regista non avrebbe potuto immaginare. Questo gli attribuisce un posto particolare, unico, nella storia del cinema italiano e non solo.
D)Tre film insieme, così diversi tra loro, e un sodalizio importante da raccontare…
R): Il grande cinema americano ci ha insegnato che si può essere autori anche frequentando vari generi, attraversandoli. Ho fatto commedie, film di storia, di cronaca, in costume, però c’è sempre stato un qualcosa che mi ha suggestionato quando ho fatto i western: le rivolte contadine, i problemi sociali; e, anche quando mi sono avvicinato alla cronaca, l’ho fatto perché c’erano dei personaggi particolari come Lutring, il ladro antagonista del Volontè commissario nel primo film fatto insieme; una volta Lutring rubò un mitra in un negozio d’armi e lo mise in una fodera di violino; fu arrestato a ferragosto e in mancanza di notizie la sua immagine fu catapultata immediatamente sui giornali con il titolo “Il solista del mitra”; mi piacque questa idea di un bandito che viene costruito dalla stampa e che si porta dietro questo mito, mentre in realtà è solo un ladruncolo. E Cavallero lo stesso: figura straordinaria di cui si innamorò Volontè e che portò al successo di “Banditi a Milano”; non ci sarebbe stato altro attore al mondo che l’avrebbe fatto come l’ha fatto Gian Maria, sposando quest’immagine di un bandito mitomane sopra le righe, e facendolo alla grande. E poi “L’amante di Gramigna”, un ribelle isolato, un bandito che racconta attraverso le sue gesta l’inquietudine e la ribellione dei contadini meridionali che si aspettano riforme, e che invece trovano con la colonizzazione piemontese nel sud , nuovi padroni.
Questo personaggio, come molti di quelli interpretati da Volontè, viene portato al limite, esasperato nell’incontro tra il drammatico, il grottesco, il surreale.
D) Ci parli del mancato quarto film, che ci sembra un episodio quanto mai significativo per descrivere il personaggio.
R) A metà degli anni ottanta, ho mancato con lui una grande occasione:gli avevo proposto di interpretare il ruolo di un padre che cerca una figlia, finita nella strana comunità di “Mamma Ebe”. Dopo una lunga chiacchierata, mi propose di fare il ruolo di Mamma Ebe, un ruolo di donna grottesco surreale che se avessimo avuto il coraggio di portare avanti, avrebbe dato vita ad un film sicuramente unico, eccezionale che poche volte nel cinema si è visto; ma poi tutti ebbero paura, il produttore per primo, e il progetto prese altre direzioni.
D) Ci spieghi il rapporto tra il regista e l’attore, e come possano essere entrambi “autori”.
R) Il regista è autore anche nella scelta del protagonista giusto al posto giusto. Questo me lo disse Bergman, considerato il regista per antonomasia nella conduzione degli attori, quando gli domandai quale fosse il suo segreto. Egli mi disse: “il segreto è scegliere l’attore giusto nel ruolo giusto”, dopo è tutto facile; viene prima la scelta, che nel gesto autoriale è fondamentale ed è già regia. Certo Volontè incarna il personaggio, e questo puo’ portarti a ridisegnarlo con certi gesti o certi modi di recitare a cui tu non avevi pensato. Come del resto è avvenuto anche tra Bertolucci e Marlon Brando: quando un regista si trova di fronte a quel corpo, davanti a quello sguardo, sarebbe stupido pensare di non assecondarlo.
D) Parliamo allora di come il rapporto viscerale con il personaggio abbia inevitabilmente investito i rapporti con i partner e i registi, dentro e fuori dal set…
R) Forse in questo si avvicina allo stile, e alla pratica assurda di certi attori americani, che a volte vivono la parte in maniera totalizzante: a differenza di Mastroianni, che riusciva ad entrare nel personaggio con grande disinvoltura e ad uscirne con altrettanta naturalezza, Volontè non riusciva a distaccarsi dal suo personaggio e, a volte, sul set gli capitava di essere infastidito da certi partner che non capivano questo tipo di coinvolgimento che lo portava a continuare fuori scena certi atteggiamenti.
Un giorno, mentre facevamo gli straordinari, ad un certo punto mi disse:” a nome della troupe adesso dal punto di vista sindacale…”, gli rispondo: “guarda stai buono che i sindacati ci sono anche perchè noi abbiamo fatto la Resistenza”. Questo fa parte di un’altro dato generale degli attori: certi capricci, certe nevrosi sono fatte perchè l’attore giustamente ha una personalità a volte infantile e, di conseguenza, reagisce come un bambino che fa i capricci per sentirsi rassicurato. .
D) Con la fine degli anni ‘70 cala il sipario su una stagione storica, politica e sociale, e contestualmente tramonta l’epoca del cinema “civile”, “d’impegno”, di cui Volontè e Lizzani, sono stati tra i massimi rappresentanti…
R) Certamente, il discorso sarebbe lungo, ma è abbastanza chiaro; sono crollate intanto le grandi certezze ideologiche che la filosofia aveva maturato da tempo; sono entrati in crisi i grandi apparati religiosi e i grandi apparati politici, la vita quotidiana e quella politica si sono frantumate in una quantità di esperienze nuove…quindi anche l’arte e il cinema ne hanno risentito.. L’industria cinematografica è entrata in crisi: gli apparati produttivi solidi sono scomparsi e anche i grandi produttori come la Vides, De Laurentis sono andati a cercare fortuna in America. Poi è morto Franco Cristaldi e il cinema italiano, l’ultimo a resistere in Europa, considerando che il cinema francese e tedesco come apparati industriali erano già in frantumi negli anni ‘70, si è dovuto arrendere di fronte alla nuova realtà. Sono così emersi fenomeni isolati di nuovo cinema d’autore, come quello brillante di Nanni Moretti, che però non hanno creato un nuovo “movimento”, lasciando il cinema italiano, dagli anni ‘80 fino ai giorni nostri, orfano di un’identità forte.

(01/4)