WALKING WITH THE BEST

Rudi Borsella

L’uscita nelle scorse settimane delle ristampe di “Miami”,”Death Party” e “The Las Vegas Story”, ovvero i ¾ dell’opera, che insieme al debutto “Fire of Love” compongono il periodo artisticamente più importante dei Gun Club, era un occasione imperdibile per scrivere e stimolare l’attenzione sulla musica di J.L.Pierce e la sua banda.White Stripes, Jon Spencer BX, Old Time Relijun, Oblivians, sono solamente alcuni dei nomi più in vista, tra le centinaia, che pagano un pesante tributo alle intuizioni ed al lavoro della banda californiana. Fondere il blues,il country-western,il delta-sound, al succo acido del punk, è questa la ricetta nella sua essenza che i Gun Club propongono.In fondo non dissimile dal trattamento che i Cramps, nello stesso periodo, stavano facendo al rock’n roll dei’50 ed al rockabilly, inniettare i germi del suono post 77 dentro la tradizione musicale USA, ma mentre l’immaginario della gang di Lux Interior si nutre di ludico sex-lounge e horror da fumetto, Jeffrey Lee Pierce ,dispotico e irascibile “deus ex machina” del club del fucile, trova: nelle polverose autostrade, negli anonimi motel di frontiera,nei grandi spazi desertici, i luoghi topici dove raccontare il lato oscuro del sogno americano e rappresentare le proprie irrequiete viscere.Viscere che si fanno voce,voce profonda,isterica,atonale,spirituale e primitiva, assolutamente unica ed emozionante, grande fattore distintivo del loro stile.Il viaggio del Club inizia nel’81 con”Fire of love”, al fianco del leader ci sono il talentuoso Ward Dotson , chitarra e slide e la sezione ritmica composta da Rob Ritter e Terry Graham entrambi ex Bags.
La partenza da brividi, con la danza tribale di Sex beat, introduce la discesa nell’ arcaico blues anni’30 di Robert Johnson con una sferragliante versione di Preacin’blues, e poi via di seguito tra cavalcate sfrenate e vapori voodoo, dall’ammiccante stomp di Fire of spirit, sino alla conclusiva Goodbye johnny, in un’altalena di tensioni latenti e sonnolente nenie western. Un eccitante capolavoro, che li impone all’attenzione della scena underground a stelle e strisce, come alfieri di un nuovo e contaminato linguaggio. “Miami” segue a breve distanza, ed è un altro colpo perfetto che coglie il bersaglio. Uscito per la Animal rec. etichetta di proprietà dei Blondie (J.L.P. ha una vera e propria venerazione per Debbie Harry), l’album segna un maggiore amalgama stilistico , tutte le influenze vengono calibrate su ballate elettriche dove il delta-sound e New Orleans sono dietro l’angolo. Watermelon man è un liturgico lamento gospel di un’ anima perduta, Sleep in the blood city una folle corsa punk-rock negli inferi delle moderne metropoli, vengono, non a caso,omaggiati i Creedence Clearwater Revival in Run Through the jungle, rendendo visibile il cordone ombelicale che lega i Gun Club alla musica della band di John Fogerty. Dopo il disco che molti fans considerano il loro apice, Jeffrey Lee rivoluziona il gruppo, al suo fianco chiama ex elementi dei Pantern burns e Bush tetras e con loro incide il mini album “Death party” (nella nuova ristampa rimpolpato con materiale live).Il lavoro sposta il confine in territori più propriamente rock,complice una sezione ritmica maggiormente compatta e una produzione più pulita, mentre la qualità della scrittura di Pierce non perde un briciolo di smalto e piazza 5 nuove lucenti gemme,tra le quali spiccano la ballata romantica di The house of highland ave ed il cow-punk di Come back Jim.
Archiviato l’E.P. segue l’ennesima rivoluzione della band, Jeffrey liquida tutti e per il nuovo lavoro entrano a far parte del Club, l’avvenente dark lady Patricia Morrison al basso (ex Bags e futura Sister of mercy), Kid Congo Power alla chitarra (ex Cramps) e vede il ritorno dietro ai tamburi di T. Graham.”The Las Vegas story” esce nel 1983 e, complice la dipendenza da eroina, un endemico mal di vivere ed un songwritin’,mai così cosciente e lucido, ne fanno l’abum più oscuro e sofferto del gruppo. Le coordinate sonore restano simili, ruvide ballate rock ora spezziate di blues ora di country, mentre la batteria restituisce l’antico trialismo perduto. Ciò che colpisce è lo spessore compositivo e interpretativo di Pierce, che mette in scena tutti i fantasmi della sua anima di loser sino ai più profondi abissi.

“Nel mezzo della notte cammino con la bestia/
nel cuore della notte dormo con la bestia, che è scivolata così profondamente dentro me/
ed ha espulso l’amore fuori da me./
Ho pregato Elvis in ginocchio , di portar via lontano da me questa cosa
o di ucciderla con un fulmine, e far diventare nero il mio blues………/
Un giorno andrò sulle montagne e mi fermerò/
E il mio spirito pioverà su tutta questa terra/
Malato, aldilà, sui bar dell’autostrada
Malato e dimenticato “The Las Vegas story” con le sue ferite profonde, segna la conclusione di un percorso artistico intenso e maledetto. Jeffrey scioglie la band ancora una volta,e dopo la natia Los Angeles ed il periodo newyorkese, vola a Londra alla ricerca di una nuova vita lontano dai suoi demoni. Dopo l’uscita dell’ ottimo live ”Dance Kalinda Boom” inizia una carriera solista ,che produrrà l’album “Wildweed” e il mini “Flamingo”e non pochi dubbi ai fans,per le colpevoli scelte di produzioni troppo “pulite” e di discutibili ammiccamenti pop-funky. Deluso dai riscontri tributati, Pierce rispolvera la vecchia sigla e con la produzione di Robin Guthrie dei Cocteau Twins incide “Mother Juno”, album discreto con l’eccezione dell’ affascinante e surreale
Breaking hands , scritta a quattro mani con lo stesso Guthrie, la canzone è una straniante fusione di romanticismo preraffaellita e malinconia western, contrappuntata dalla chitarra slide del redivivo Kid Congo.
Seguono nuove fughe e nuove ombre, ed altri due album onesti o poco più,”Pastoral hide and seek” e “Lucky Jim”, intermezzati dal tributo di standard blues a nome “Ramblin’ Jeffrey Lee & Cipress Groove with Willie Love”, poi il silenzio, che diverrà eterno nella primavera del ’96, a soli 38 anni.

………….sto sul molo da solo, stanotte
nessuno sa il mio nome
e non posso tornare indietro

(01/3)