Peter Friedl - Work 1964/2006

Luca Lo Pinto

AA.VV.

(Catalogo, MACBA, 2006)

Dato il mio misero budget e la libreria ormai stracolma, per l’acquisto di un nuovo libro mi baso su due elementi: o è di un’artista/argomento che mi interessa molto o ha una grafica, aspetto etc, veramente particolare. In realtà ci sarebbe anche un terzo elemento: un catalogo monografico di un’artista che non conosco ma concepito in modo tale da darti una panoramica ampia e profonda del lavoro. E’ questo il caso del catalogo di Peter Friedl. Pur non essendo uno dei miei artisti preferiti, devo dire che ho avuto la possibilità di scoprire meglio il suo lavoro. Continua a non eccitarmi totalmente, però ora posso essere sicuro di conoscerlo. Pubblicato in occasione della personale al Macba, il catalogo si divide in due tomi: uno dedicato ai lavori e gli scritti di Friedl; il secondo è un libro d’artista intitolato “Theory of Justice”. Il primo tomo si presenta ricchissimo. I testi sono lunghi, pensati e complessi come complesso è il lavoro dell’artista austriaco. Usare l’aggettivo “politico” sarebbe sbagliato, forse è meglio “ideologico”. Anche se i lavori in sè si presentano come altro. Spesso sono disegni quasi infantili come quando scrive con una biro il titolo di un saggio di Agamben e subito sotto un altro titolo inventato. Sullo sfondo la forma della sua mano disegnata. Su questa e altre opere si concentra Roger M.Buergel (direttore della prossima Documenta di Kassel), che, in maniera eccellente, analizza il modo di lavorare di Friedl attraverso citazioni e paragoni mai banali che non muoiono li, ma fungono ogni volta da apripista a nuove interpretazioni del critico tedesco (un sesto senso mi dice che la sua documenta sarà da ricordare). Interessanti i testi politicamente impegnati dello stesso artista. In più c’è l’intervista di Jean-Pierre Rehm con Friedl e il testo di Mieke Bal con un azzeccato paragone con Coleman. Per quanto riguarda il secondo tomo, ovvero il libro d’artista, mi sono un po’ stufato dei progetti di collage di soli immagini in bianco e nero senza alcun appiglio per aiutare a capire il senso del tutto. Giudizio finale: un’ottima monografia per un’artista forse un po’ sottovalutato.

(Luca Lo Pinto)