SULL'ORLO DEI PRECIPIZI

Francesco Ventrella & Ilaria Gianni

Intervista a Sandrine Nicoletta

Ilaria&Francesco: Pensavamo a come costruire questo scambio: l’idea di “parlare” in tempi dilatati ci piace molto, anche se saremmo curiosi di capire quando questo dialogo potrebbe considerarsi concluso… Insomma: dicci pure come preferisci dialogare!
Sandrine: Proviamo a parlarci in maniera dilatata, ma diamoci una data finale che possa corrispondere alla chiusura di un lavoro ma non del suo flusso. Due piani: il flusso come progetto aperto senza spazio e senza tempo e un nostro lavoro da pubblicare, come uno spezzone di vita che si concretizza con la stampa. La stessa differenza che ci può essere tra i mille progetti nella testa, nei cassetti, scarabocchiati sui libri e quello che vede una forma nella mostra. Diventa un punto fisso, è lì e non lo cambi più, non è più solo tuo, è di tutti, inizia la sua trasformazione nell’essere negli altri, e a quel punto muta anche in te. Può anche essere una specie di punto di arrivo da cui ricominciare, potremmo vedere così anche questo nostro dialogo…

Sandrine Nicoletta è nata ad Aosta nel 1970. Si è formata alla Accademia Albertiana di Torino, prima di approdare definitivamente a Bologna. Lavora con differenti media, prediligendo installazioni e performances nelle quali lavora con lo spazio fisico e concettuale sulle metafore dell’equilibrio sviluppando ogni progetto come una “ricerca”. Adora scrivere e cerca di vivere un tempo umano e uno spazio intimo… come quello che ha ritagliato per noi in questo dialogo.

S: “Il filo conduttore della mia ricerca è la condizione psicofisica dell’uomo e l’analisi del suo rapporto con gli spazi che attraversa nella sua esistenza. Il mio sguardo cerca una consapevolezza prima fisica, poi mentale ed emotiva. Lavoro su questo poiché sento che è qualcosa che ci manca, che corriamo molto e sentiamo poco. Per molto tempo ho lavorato sull’idea di pausa, momento in cui ci si ferma per ripartire più forti, consapevoli e determinati verso ciò che per noi è veramente importante. Ho formalizzato questo concetto con la creazione di isole che potevano essere in carta, in prato, in feltro, mappe, ecc. Negli ultimi anni, invece ho lavorato sull’equilibrio e sulla tensione verso l’alto. Siamo molto vicini all’idea di pausa: mentre cerchiamo l’equilibrio siamo attenti a noi stessi, stiamo per compiere un passo che desideriamo ma che non sappiamo esattamente dove ci porterà. Lavoro molto sul fisico per bilanciare il nostro essere tremendamente mentali. Mi sembra di lavorare molto più su valori universali che sulla quotidianità ,di cui mi importa solo al fine della sopravvivenza. La realizzazione dell’opera di per sé non è qualcosa che mi appassioni particolarmente. Preferisco la fase processuale che va dal progetto alla collaborazione con “esseri supremi”, che sanno ancora usare il corpo come espressione della loro anima raffinata e sublime. Quando poi l’opera è realizzata non la sento più mia, ma degli altri, come se non la potessi più toccare. Un’altra cosa che mi importa è non dar nulla per vero finché non l’ho provato. Non considerare innovativo per forza ciò che è recente. Non dare mai a nessun tipo di pubblico una risposta ma solo suggestioni. Ognuno deve poter fare le proprie scelte”.

I&F: Ti consideriamo un’artista-ricercatrice. Come hai iniziato la tua carriera d’artista? Quali sono state le scelte e i percorsi che ti hanno portato su questa strada?
S: La mia ricerca ha a che fare con tutto, non riesco a pensare ad una carriera artistica, faccio la mia ricerca e da qualche anno condivido il mio percorso attraverso le mostre. E’ bello condividere, ma a dire la verità ancora adesso provo un certo imbarazzo nello show. Il mio vero ideale sarebbe fare la mostra e stare lì a guardare come le persone se la vivono senza interferire. Per esempio, fare una mostra all’estero dove molti fra il pubblico non mi conoscono direttamente potrebbe darmi questo gusto.
I&F: Ogni tua ricerca-opera è un punto di arrivo da cui ricominciare. Ci puoi parlare della tua metodologia di lavoro?
S: Passo dei periodi di grande apertura in cui mi nutro di tutto, sono completamente aperta senza preclusioni, tutte le cose sono collegate. E poi la chiusura: divento ottusa, ferma ad una idea da sviluppare, mi chiudo in studio, incapace di avere occhi per vedere un film o una mostra o per leggere un libro, e lavoro, lavoro finché non è esattamente quello che voglio.
I&F: Nelle tue installazioni stimoli lo spettatore spesso ad assumere diversi punti di vista o forse è meglio dire diversi punti da cui guardare e magari guardarsi….?
S: Cerco di fare in modo che lo spettatore oltre che avere un rapporto mentale ed emotivo con le opere in mostra abbia anche un rapporto fisico, non nel senso di un’arte interattiva come se ne vede ad esempio molta in Francia, ma di un qualcosa che porti il visitatore a percepire se stesso oltre che l’esterno: la consapevolezza del proprio corpo e non certo il fatto di avere o meno un rapporto tattile con le opere in mostra.
I&F: La tua è una costante ricerca di equilibrio tra il mondo esterno e quello intimo e privato delle percezioni, tra la terra su cui mi poggio e l’atmosfera che mi avvolge.
S: La questione è puramente fisica: ad esempio le leggi che ci permettono di stare in piedi non sono solo quelle della forza gravitazionale. Un altro elemento, ad esempio, è l’aria che ci circonda o meglio, l’atmosfera, che produce delle pressioni importanti. È meglio non credere mai alle nozioni apprese ma verificarle e ampliarle. Lo spazio condiziona sia il nostro aspetto fisico che il nostro turbamento interiore: la fune su cui ognuno di noi sta è retta principalmente da noi stessi.
I&F: Con i tuoi lavori ci sembra che tu voglia accompagnare gli spettatori sui “bordi dei precipizi” dei pensieri. S: Accompagno solo gli spettatori là dove si svolge la loro vita reale. La soglia è l’elemento di congiunzione tra lo spazio interno e quello esterno, l’imbrunire, il passaggio da una dimensione all’altra, dal giorno alla notte.
I&F: La tua opera 13 maggio 2004: 40$77 a barile. Ce ne puoi parlare? E chi è l’acrobata?
S: Un ragazzo cerca l’equilibrio su un barile di greggio; in questo momento storico il prezzo del petrolio aumenta di giorno in giorno e gli equilibri fra i paesi sono molto instabili, tanto da creare conflitti sanguinari, guerre. Dopo la performance rimane il bidone rimesso in piedi, con sopra un piccolo monitor in cui si possono vedere i piedi del ragazzo che cercano l’equilibrio sul bidone che rotola. Per fortuna non cade (lui il grande acrobata), regge il mondo (gli acrobati sono i nostri angeli custodi, fradici di purezza e incapaci di fare del male, immagini viventi del nostro io più elevato).
Quando crollano gli equilibri abbiamo notato cosa accade! Per quello che ne sappiamo noi è sempre stato così: umano. Quando state sulla soglia tutto appare più evidente, non c’è da sbagliare e chi sbaglia paga. Certo che se sulla soglia ti ci hanno messo gli altri e sbagliano loro, allora sei tu a pagare. E questo è terreno.
I&F: Da cosa fuggono e cosa abbandonano i tuoi disertori nel lavoro Disertori #2, 2003?
S: I disertori sono disertori di vita terrena, rappresentano la nostra parte più alta...I disertori sono tre figure che, un po’ come Il barone rampante di Italo Calvino, hanno scelto il proprio spazio, il proprio punto di vista: rappresentano una parte che è in noi. Un ragazzo, senza toccare mai terra, sale su una scala rimanendo in equilibrio su una sedia fissata al soffitto. L’altro ragazzo pratica meditazione orientale a 90 cm da terra, sospeso su due aste verticali. Una bambina è su un trapezio nel cortiletto. Dopo Disertori c’è stato Fourmies Blanches, nome delle termiti: è come dire mosca bianca, pecora nera, disertori.
I&F: Il tuo è un ruolo da regista?
S: Il mio ruolo è complesso: prima devo ricercare i performer (nel caso della bambina convincere genitori, allenatrice); poi lavorarci per molto tempo per far sentir loro il ruolo che avranno, devo seguire con i tecnici costruttori gli oggetti su cui performare e poi devo sentire i performer per eventuali modifiche, coordinare i tempi di tutti, la scelta degli abbigliamenti. E poi siccome considero i performer delle creature divine mi sento in dovere di proteggerli da tutto, farli sentire a proprio agio, visto che non c’è alcuna separazione fra loro e il pubblico. I Disertori vivono la sensazione di precarietà e instabilità. Questa esperienza viene tradotta sul corpo dei performer e la metafora stessa si fa corpo… Mi sono accorta che il mio lavoro è molto simbolico, in questo senso seguo la tradizione, nell’uso di una simbologia per comunicare ciò che mi sembra importante trasmettere.
I&F: In quali nuove ricerche sei impegnata?
S: In questo momento sto lavorando a un progetto per New York, curato da Daniela Lotta, in cui ci saranno due foto e una scultura luminosa. Una foto rappresenta due sedie uguali, solo che una è senza gambe, mentre l’altra fotografia è un’inquadratura della testa di un uomo che fa degli esercizi di respirazione, con la testa fra le nuvole… per davvero. La scultura, invece, è un fusto, uno di quei barili che ci dicono quant’ è il valore del petrolio in dollari. Ho bucherellato la parete disegnando la piantina dell’Iraq e scrivendo “Therefore we shall sleep well” (trad: Dormiamo pure tranquilli). Sto anche lavorando per Slubfurt, un progetto, ideato da Michael Kurzwelly, Bernardo Giorgi e Roland Schefferski. Si tratta di due città divise da un fiume: una tedesca e l’altra polacca; tante le differenze: economiche, culturali, religiose, emotive (di energia e investimento personale). Unico punto di contatto un ponte, dove vorrei realizzare una specie di foto di famiglia con tutti sospesi su questo ponte e non solo.
I&F: C’è un lavoro a cui sei particolarmente affezionata?
S: Al prossimo.

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