SUMMER LOVE

Lorenzo Micheli Gigotti

L'arte nel fare cinema

Biografia Piotr Uklanski è nato a Varsavia nel 1968. Ha studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Varsavia e fotografia alla Cooper Union School di New York. Si è fatto conoscere sulla scena artistica internazionale a partire dalla metà degli anni ’90 con un’opera emblematica “Untitled (Dance Floor)” - una pista da ballo a scacchiera retro illuminata che coniuga l’eredità del minimalismo e dell’arte concettuale all’intrattenimento - e per una serie di ritratti fotografici di attori famosi in abiti nazisti - “Untitled (The Nazis)”. Le sue opere, realizzate attraverso diversi media (scultura, fotografia, collage, performance e cinema) sono state esposte nelle più rilevanti mostre internazionali e acquistate per le collezioni permanenti dei musei più importanti del mondo (Museum of Modern Art di New York, Tate Modern, Minneapolis’ Walzer Art Center, Chicago’s Museum of Contemporary Art, Francois Pinault Foundation di Venezia). www.piotruklanski.com; www.summerlovefilm.com

Sembra parlare d’amore il ‘Polski Western’ di Piotr Uklanski, presentato quest’anno fuori concorso alla 63.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
E, con i tempi che corrono, finisce che dell’amore si tratteggiano i lati cupi, quelli intermedi della coppia in crisi, volteggiando intorno ad un frustrante sentimento d’impossibilità, di perdizione e rassegnazione esistenziale che ti fa girare a vuoto, sempre su te stesso, con l’inerzia che hanno le monetine prima di spanciarsi a terra. Come se l’amore fosse più bello da sognare che da vivere. Ma lasciamo stare.
Bang. Uno sparo improvviso nel buio. Il sipario si apre su una cittadina posticcia costruita chissà dove nel sud della Polonia. Poche case con pochi abitanti. Uno sceriffo e la sua donna sfiorita (una matrioska russa, o nuda sul letto o dietro a un bancone), il ciccione, il negoziante, il biondo e lo stalliere. Tutto accade con lentezza, i corpi si trascinano a fatica in un luogo vuoto dove la morte sembrerebbe essere l’unica redenzione. Come di regola in tutti i classici l’innesco dell’azione arriva da fuori. E di notte, durante un temporale, si fa strada nel villaggio uno straniero vestito di nero che in sella al suo cavallo trascina un cadavere stecchito (interpretato da Val Kilmer - il che la dice lunga sul carattere provocatorio del neo regista) sul quale, neanche a dirlo, pende una ricca taglia.
La presenza del forestiero e del morto rinsavisce i decerebrati cittadini ora non si sa più se accaniti di soldi o d’avventura. Si scommette a suon di cazzotti sulla taglia in questione; la matrioska si fa trombare e tutti gli altri uomini umiliare dall’appena arrivato. Come in un letamaio popolato da porci attrezzati di armi e alcool, finisce tutto in un’inutile sparatoria in cui zampilla tanto sangue ma non muore nessuno.
Lo straniero scappa e tutti gli altri smidollati, capeggiati dallo sceriffo alcolizzato e inappagato d’amore, lo seguono senza trovarlo. Presto fatto, ha luogo l’allegoria di un mondo sperduto frequentato da soli pistoleri, inetti, troie sconsolate e cacciatori di taglie al disperato inseguimento di una ragione per vivere e per amare.
Uklanski, noto artista visuale oggi prestato al cinema, gioca con gli stereotipi del genere western-europeo (guardando allo spaghetti-western di Leone, Corbucci, Valerii e al western surrealista di Jodorowsky) e muove le sue marionette su un campo vuoto condito di sangue e feccia. “Se dovessi dargli una definizione - dice Uklanski nel press book del film - potrei affermare che Summer Love non è tanto un western quanto un film allegorico che usa il codificato linguaggio del Western per affrontare questioni quali l’identità etnica e l’autenticità culturale”.
Peccato che a svelare i deteriori meccanismi del film sia proprio lui. Ci saremmo arrivati anche da soli. Seppure a constatare che, se la verve contenutistica dell’identità e dell’autenticità culturale sembra dissiparsi nell’osservazione che si tratta del primo western polacco della storia e che alcuni artifici della finzione occidentale vengono minati dalla bizzarria della farsa slava, la questione allegorica trova ben altro respiro. Così arriviamo al punto. Perché come “copia di una copia” (qualcuno da Venezia parla di “duello” tra il restaurato “Per qualche dollaro in più” di Leone e la pellicola di Uklanski) Summer Love, per mezzo di una variopinta campionatura di simboli e trovate, gioca con i generi e con i sistemi. Agendo su una piattaforma codificata di modi e tempi Uklanski declina i suoi contenuti e le sue forme per l’intrattenimento, peraltro di grande livello. Così chiudendo un ciclo semi ludico (rimando a ‘Joy of Photography’ precedente lavoro fotografico dell’artista polacco), Uklanski si cimenta da amatore nell’arte del filmare. Il colpo è fatto. Perché il pupillo dell’arte polacca è capace, così, di stuzzicare un po’ tutti quanti. Calca i meccanismi e parodizza le strutture, ricama questioni identitarie, inevitabilmente di tendenza nel propagandato scontro di civiltà tra est e ovest, ma allo stesso tempo stimola lo sguardo con immagini patinate e seducenti quanto la miglior pornografia. E in effetti i presenti in sala si godono un film dal grande spessore iconico, originale e anche divertente, come se ne sono visti pochi alla Mostra del Cinema di quest’anno.
Ma perché la risposta artistica più interessante del festival arriva da un artista visivo per la prima volta impegnato nel cinema? In un’intervista, pubblicata su Piktogram n.4, Uklanski dice: “All’artista è imposto di costruire qualcosa di nuovo e aperto. E’ sua intenzione stimolare l’immaginazione dello spettatore, aprendo diverse possibili interpretazioni. Nel filmmaking, la narrazione è intesa come specchio della “realtà” cosicché il campo interpretativo diventa sempre più limitato”. Così alla mimesi della parola, fondamentalmente padrona del senso nel panorama filmico commerciale, Uklanski sostituisce l’allegoria dell’immagine. Assai più stimolante ed efficace.
Anche per questo motivo il Polski Western guadagna consensi su tutti i fronti, quello dell’arte e della cinematografia ma come tante altre operazioni border line (tra le più note Cremaster di Matthew Barney) sembra non trovare posto nè di qua nè di là (tanto che il film non ha ancora un distributore)...chissà. Mentre alcuni si chiedono se i contenitori (sale, gallerie, musei, ecc.), non siano più le sedi opportune a tali espressioni, la cui unica appartenenza sembra quella intima dell’artista che non indugia sulle questioni di categoria, noi ne constatiamo l’avvenente destino. Soprattutto a livello di marketing.
Va da sé che la ricerca di un linguaggio nuovo e meno scontato, dove la partitura standard, in questo caso del western, è disseminata di azioni e paradigmi imprevedibili, costi un certo smarrimento. Lo stesso stordimento provocato dall’alcol (pare l’unica bevanda del west) che produce nel primo film di Uklanski una vetrina di allucinazioni visive. Ora fiori di carta, silhouette disegnate con il getto dell’urina, polvere colorata, poi volti dipinti, corpi intrecciati a formare parole, dove rilevanti diventano anche le soggettive oblique di un morto e di una pistola.
Pertanto Summer Love si serve delle forme per dare un senso. “Per me, la sola cosa che realmente esiste è la forma… In effetti io sto provando a usare il contenuto come un’ulteriore espressione della forma” dice Uklanski.
E a dire la verità questo sforzo pare tra le cose più rilevanti. Non sarà poi un caso che venga usato il cosiddetto western di serie B, il più codificato e parodiato, per elaborare certe strategie. In questo Far-West dimenticato da Dio e dalla ragione le stranezze sono concesse facilmente a chiunque, persino a quegli artisti come Uklanski che dipingono quadri all’interno dei codici della finzione. Per di più l’eccentricità dell’artista polacco è in questo suo primo film ben equilibrata da un solido quanto normale ordine narrativo. Tanto da risparmiarci la già nota ed estenuante noia a seguire pellicole molto elaborate esteticamente quanto inarrivabili contenutisticamente.
Resta il fatto, poi, che oggi certi contenuti di base appaiono intrattabili. Sia nel cinema che nelle arti visive. Trattare temi narrativi universali appare strada impraticabile per le nuove generazioni imbarazzati dal già fatto o dal già detto. Così accade di frequente, da una parte di sbomballarsi pellicole logorroiche senza il minimo appeal estetico, e dall’altra di perdersi nell’oceano dei rimandi storici e delle didascalie critiche.
Ecco perché le espressioni che eludono le discipline servendosi dell’immediatezza, anche spettacolarizzata, per veicolare sensi compiuti fanno e vanno bene un po’ a tutti. Auguriamoci che ciò non sia solo per prerogative di mercato. A noi semplicemente piacerebbe accadesse più spesso di andare in sala e vedere film più autentici o entrare in galleria senza avere quel nauseante bisogno di una guida per capire cosa stiamo guardando.
Probabilmente sarà anche la gradita convivenza del contenuto nella bella forma, e la non indifferente difformità ai valori del capitale di massa, a suscitare tutto questo entusiasmo della critica intorno a film realizzati da artisti visuali. Non che questa sia poi una grande novità. Per l’appunto.
In conclusione varrebbe la pena aggiungere che questi sconfinamenti, frutto anche della versatilità delle nuove tecnologie, produrranno inevitabili cambiamenti. Come osserva Angela Hardt in “Modi di vivere, modi di guardare” (pubblicato sul catalogo della mostra “Hero Cycle” di Massimiliano e Gianluca De Serio) il cinema che si accosterà all’arte contemporanea guadagnerà, economicamente e socialmente, l’esclusività e l’alta reputazione della galleria d’arte quanto questa sarà aperta progressivamente ad un processo di democratizzazione.
Quindi che si tratti di arte o di cinema godiamoci di più la forza e l’eloquenza delle cose semplicemente belle e significative preoccupandoci un po’ di meno dei grandi sistemi. Allora probabilmente sarà meno difficile compiacersi di un tramonto o di un amore estivo.

(01/4)