DON'T GIVE ME ANY MORE INDIE ROCK PLEASE

Francesco Farabegoli

Una volta era più facile: c’erano Guns’n’Roses, Jane’s Addiction e Fugazi. I primi erano mainstream, i secondi erano alternative e i terzi erano indie. Suonavano nello stesso periodo e nessuno voleva uccidere l’altro, convivevano più o meno felici in un mare magnum di proposte “rock” che separava il pubblico in tre categorie distinte ed impermeabili: il primo era lustrini, il terzo era fango e il secondo era lustrini infangati. Tutti e tre erano mercato, chi più e chi meno: la musica in fondo è soprattutto dischi e concerti a pagamento.
Il problema fondamentale di questa convivenza è sorto negli anni '90, quando il mainstream è morto. Una volta che i Nirvana (o chi per loro) ebbero portato l’estetica del perdente nello stereo di ogni teenager americano, era sostanzialmente impossibile che si tornasse ad esaltarsi per un mondo di pantaloni in pelle, piste di coca lunghe come un manico di scopa e troiette senza alcuna remora morale. Se paillettes devono essere, preferiamo il luccicare delle catene d’oro al collo di un gangstarapper che racconta di essersi fatto una limo spacciando crack, ragionando per sommi capi (che poi quel bel legame stretto fra negri e catene ci ha sempre fatto venire nei pantaloni, dai).
E siccome il mainstream è quello che detiene i capitali, la sua “morte” è stata una questione puramente accademica. Semplicemente il grande impero delle case discografiche (questo informe mostro della comunicazione globale che mangia i bambini e uccide la musica) si è comprato l’alternative in toto, tanto era già suo, e ha iniziato a scalare le classifiche, sbandierando normalità e lucrando sulla sindrome da Grande Fratello dei giovani di tutto il mondo civilizzato: questo bizzarro atteggiamento che ci spinge a guardare sette tamarri che si grattano le palle in TV piuttosto che al bar sotto casa.
C’è una questione che spesso viene sottolineata nell’analisi critica del rock ed è buona cosa: il rock vende identità ed appartenenza ancor prima di vender musica. Il pubblico che prima seguiva tre generi se ne trovava solo due, il che significa che gli alternativi dovevano decidere se inasprire la propria condotta e diventare indie o piuttosto mollare il colpo e darsi al mainstream. Che ti metti ad ascoltare se prima ascoltavi alternative? Gli stessi gruppi, verrebbe da dire, ma non è affatto scontato. La musica che ascolti non è frutto di una preferenza uditiva quanto di un bisogno d’essere, così il bacino dell’indie si è dovuto adattare ad una crescita smisurata per poter accontentare gli orfani dell’alt-rock. Posta in termini di competizione politica la cosa assume un senso preciso e quasi inattaccabile: in una democrazia con tre o più partiti c’è posto per le frange estreme, con due soli schieramenti è necessario (in condizioni normali) convergere al centro e lavorare su questa idea di immobilismo retto e disciplinato. Guarda Romano Prodi.
Nel caso dell’indie, la semplice scomparsa dell’alternative ha significato una situazione di crescita potenziale che sarebbe potuta essere in atto a patto di non mandare tutto a puttane. Insomma per l’indie era arrivato il dieci del mese al prezzo di una riverniciata, dell’abbandono di spinte creative troppo radicali e dell’abbandono di quegli ideali di integrità da vecchi scorreggioni. Non che gli abbia fatto schifo prendere un po’ di paga, anzi: è in quest’ottica che va inquadrata l’evoluzione manageriale di un sacco di etichette nel corso degli anni '90, senza contare il vero e proprio (s)vendersi di una serie di gruppi che dell’indie sventolavano la bandiera e tutta una serie di altri fattori collaterali. Il normale evolversi delle cose del mondo ha fatto il resto, così un po’ di gruppi indie sono entrati nell’altra squadra ed il mondo del rock ha trovato nuovi idoli. Ma nel frattempo era successa (disgraziatamente) un’altra cosa, tanto per rimescolare le carte: i dischi non si vendevano più come prima. E sarebbe stato sempre peggio, visto e considerato che l’inopportuno inserimento di frettolose tecnologie digitali per tirare un bel ribasso ai costi di produzione (i CD, insomma), ha avallato la diffusione di musica a qualità ancor più scarsa ma gratuita e disponibile a tutti. In una situazione del genere le economie di scala iniziano a diventare differenti, non si può più sperare nel colpaccio e ci si abitua a tutte altre cifre di vendita. Il punto è che al contempo la diffusione di musica gratuita e libera tende ad educare il pubblico al punto che offrire un prodotto totalmente preconfezionato e paraculo non funziona più per le grandi masse come prima. In breve, la situazione contingente ha costretto la competizione attitudinale all’interno della musica pop e/o rock ad un ulteriore restringimento. Come a dire che da una democrazia a due schieramenti (uno di minoranza, ma sempre competitivo) si è passato ad uno schieramento, e se la volete chiamare dittatura fate pure.
Il paradosso è che considerati i fattori sopra descritti (acculturamento del pubblico medio, adeguamento dell’indie a certi standards eccetera) quando il mercato ha iniziato a restringersi chi ne ha tratto maggiore beneficio è stato proprio l’indie. Non si erano mai visti tanti fan dei Men’s Recovery Project come adesso, per capirci. Fosse solo una questione di ritorni delle mode, poi, ancora ancora. Qui si parla di bolle di mercato ai limiti del paradosso, gruppi tanto spudoratamente clonati ed irrispettosi del proprio contesto (e del contesto che plagiano) che in un mercato di dimensioni e regole uguali a quelli di fine '80 non avrebbero una possibilità mentre oggi sono presi come oggetto di culto sfrenato; artisti dall’attitudine DIY radicatissima che vendono decine/centinaia di 7” ad un prezzo cadauno più alto del costo complessivo delle registrazioni; bands che si ritrovano sulla copertina di inappuntabili riviste di settore partendo dalla propria pagina su Myspace, e via di questo passo. Il mercato è tanto instabile e imprevedibile che l’unico modo per poter sperare di sopravvivere in prospettiva è saper fiutare la coolness con qualche mese d’anticipo, e lavorare sugli accenti. In questo senso un certo numero di indies è sempre stato all’avanguardia, ed è a chi le possiede che occorre guardare per poter accattare segnali. Capita ad esempio che label postpunk di assodata integrità si vedano offrire capitali e distribuzione dalle grandi labels per farle entrare nell’affare come soci di minoranza; prendiamo il caso di Dim Mak (che oltre ad essere una grande etichetta postpunk è anche la responsabile del fenomeno Bloc Party) e dell’ascesa del possessore Steve Aoki nell’empireo dei dj più cool degli ultimi anni. Tutto è talmente legato ed istantaneo che lo stesso mercato discografico non sembra essere in grado di soddisfare appieno la domanda, seppure essa sia ridotta (pensiamo solo al fatto che You Forgot It In People è uscito in Italia mesi e mesi dopo essere stato eletto disco dell’anno sui magazines di tutto il mondo, con relativo numero immane di copie d’importazione e CD-R scambiati). Alla stessa gente si vende tutto. Ennesimo esempio? L’incremento esponenziale della credibilità “artistica” di Madonna, una che dovrebbe simboleggiare la quintessenza stessa del mainstream e che per il solo fatto di aver saputo fiutare l’aria prima di molti altri è stata prima sdoganata e poi elevata al rango di icona di indipendenza da quasi chiunque.
Per farla breve, il mainstream è scomparso. Non può esistere un flusso principale se esiste un unico flusso. L’indie è molto semplicemente diventato un genere musicale, una parola buona per indicare a tutti i myspacers che sei un fanatico dei Kaiser Chiefs. Non c’è da stupirsi se un sacco di fanatici di “ indie” non hanno mai sentito parlare di Husker Du o Braid: molto semplicemente hanno ragione loro, perché nell’ottica odierna Husker Du e Braid non sono importanti quanto lo erano in uno scenario totalmente differente.
È difficile fare previsioni sul dove ci porterà questo genere di rivoluzione/restaurazione. Probabilmente da nessuna parte, probabilmente serve solo un periodo di assestamento per comprendere se l’attuale anarchia del mercato è volta semplicemente a generare in tempi brevissimi un nuovo pantheon al quale rivolgersi (il nuovo mainstream) o da cui fuggire (il nuovo indie). Il sospetto ce l’abbiamo, in verità. Scopriremo tra qualche tempo quanto sia fondato.