DAS VORSPIEL (MACHEN WIR ES LANGE)

Giordano Simoncini

Das Vorspiel
(machen wir es lange).

Sarà perché la mia generazione, sarà perché vengo da questa parte di mondo, sarà perché da giovincelli le cose ti segnano, sarà perché chissà, se mi dicono Festival, associando liberamente, le prime due parole che mi zampillan via dal cervello sono “Patron Salvetti”. Per chi sa, già sa. Per chi no, costui era un rubicondo ceffo che ad un certo punto il presentatore di turno si portava sul palco del Festivalbar. E tutti lo ringraziavano; le folle; davvero non ricordo il motivo.

Chè io iddiomifolgori da giovincello guardavo il Festivalbar. Ciò non dovrebbe comunque intaccare la mia dignità personale, da che ai giovincelli questa società perdona anche i matricidi. Una volta mi regalarono addirittura la compilation, c’era dentro una hit che si chiamava Informer, ogni volta che l’ascolto sale fuori da non so dove un odore di salsedine e plastica da canotto che non c’entra niente.

Patron Salvetti è sinestetico al Festival nella misura in cui il Festival – quello degli anni '90, non se ne esce vivi – è incastonato nella Ragione italiota nella modalità di palco sfavillante sul quale si canta in playback e ci si scoscia poiché the Summer is Magic, il tutto grondando trivialità laida. Si parla ancora e sempre di questa generazione, di questo Paese, capiamoci. E la figura del Salvetti c’è sempre stata da Dio, piazzato e dunque trattoria, tra la musica e la movida da lungomare, e dunque far girare il danaro, e tutto questo da ipotricotico qual era, e dunque il nostro famoso, grottesco giovanilismo; il che tutto sommato uguale Italia. Questo perché la realtà non la si conosce a pezzi ma nell’insieme, nei rapporti, esistenzialmente [dicendola con la filosofia].

Der Befragt.

Per cui la prima volta che sono stato al Festival della Filosofia di Modena si è trattato di un’esperienza vertiginosa: non capivo cosa accadeva, spiazzato, per via di una scombussolante latenza di categorie – non c’erano né playback né cosce ma eravamo comunque in Italia! – e seguivo le lezioni magistrali, prendevo appunti, anche, e spontaneamente, pur tuttavia mantenendo inteso che di un Festival, e non di altro, si trattava. Spaesato, assorto e semicosciente come i gatti che guardano dietro al frigorifero.

Sennonché, posta la volatilità dell’animo umano, la seconda volta che sono stato al Festival della Filosofia, non essendo plausibile seguitare con l’esser spaesato, sono stato più che altro irritato. Perché al Festival della Filosofia di Modena i filosofi posano per i fotografi e firmano i fogli ai bambini, loro strumentalizzati da matrigne radicalchic con gli occhiali paradossalmente colorati, i filosofi quasi fossero calciatori o Costantini (ed invece figurarsi quanta ce ne passa). Perché il festival della Filosofia di Modena è uno spot per le ultime imprese editoriali dei relatori, a prescindere da quella truffa bella e buona che è “il tema” di ogni edizione (il mondo, i sensi, l’umanità, maddechè). Perché al Festival della Filosofia di Modena Tullio Gregory fa i menù filosofici, talmente acuti e profondi da fare il giro e diventare quadrucci in brodo, che me li posso fare pure a casa mia – non c’ho bisogno di un accademico dei Lincei che me li proponga, non ho bisogno di farmi scotennare dal tenore di vita emiliano o dal magna magna del Festival della Filosofia, per sostentare le mie modeste membra. Perché sì, ecco, questo deve passare in via definitiva, al Festival della Filosofia di Modena è davvero tutto un magna magna; i Comuni di Modena, Carpi e Sassuolo magnano, gli albergatori magnano, i baristi ed i ristoratori, con il gusto del paradosso che solo la più alta filosofia concede, magnano molto più dei clienti, e magnano di concerto anche bottegai, librai, salumieri e quantaltri. Quest’anno c’era pure l’annullo filatelico del Festival, la cultura come business [ricordandosi sul serio della filosofia].

Das Gefragt.

E difatti. Ingrata nemesi che il fioretto teorico più adeguato per toccare il Festival della Filosofia sia la medesima Filosofia, dal marxismo a Francoforte al post-strutturalismo. Perché si tratta comunque di una rassegna di cultura spiattellata, duplicata e diffusa in maniera seriale; in questo senso, valga da unico esempio quello delle cd. “paginette”, riproduzione delle lezioni magistrali dell’edizione precedente del Festival, suppergiù 10 pagg. di qualità xerox vendute agli avventori a 3 euro l’una, vale a dire grossomodo tutto ciò a cui un filosofo avrebbe mai potuto pensare parlando di immoralità del profitto. Perché si tratta di una fiera, e se si tratta di fiere tanto è una fiera del Sapere tanto è una fiera di macchinari agricoli, sempre “fiera” è la parola. Perché si tratta di una industria, culturale – che sono oramai quarant’anni che abbiamo deciso che non ci piace. E poi perché andiamo, ma che razza di pagliacciata è che arriva un filosofo in treno ed è lì ad accoglierlo la banda della città? Come ad es. quest’anno a Sassuolo, con Stiegler, illustre intellettuale quanto vuoi ma stiamo parlando di un ex galeotto, e c’era lì la banda che non l’ha neppure potuto seguire perché pioveva; dai, non scherziamo; la banda, la fanfara; si torna al paradigma “Italia” riprendendo il sentiero da dietro. Il che mi lumeggia peraltro di futurismo il Patron Salvetti, pensa tu a che punto arriviamo.

Detto tutto questo, aveva un bel dire il Riformista, all’indomani del festival, che chi critica il Festival della Filosofia è una “zitella ripudiata”. Eh no! Se uno vuole criticare, in questo caso, ne ha pretesti e motivi. Tolto che poi più in generale, per definizione, le opinioni contrarie a quelle del Riformista sono sempre quelle interessanti.

E niente, il paragrafo andrebbe però concluso ammettendo che, nonostante l’assai opportuno approccio diffidente, presenziare il Festival della Filosofia di Modena mi è andato divenendo consuetudinario. Lasciamo perdere che poi quando mi ci trovo mi danno sempre fastidio le solite cose – tutte quelle a cui si è già accennato, con aggiunte rapsodiche come per es. che tanto Modena quanto Carpi quanto Sassuolo, a partire dal tramonto, diventano il Deserto dei Tartari e c’è davvero da chiedersi come faccia la gente a viverci etc, ovvero anche che per colpa delle Ferrovie dello Stato, ogni sacrosanto anno, finisco col perdermi delle cose che mi interessano perché non ci sono i collegamenti (quest’anno due lezioni ed un concerto di Fennesz), e sono costantemente costretto a prendere “il treno dopo” quello previsto per tornare a casa, il che significa sempre nottataccia in quell’Acheronte antropologico che è qualsiasi espresso notturno che dislochi terroni da Milano a casa loro. Tutto nel senso di “lasciamo proprio perdere” [prendendola con filosofia, come fa Vattimo].

Der Befund.

Dunque una consuetudine. Perché? Poterlo sapere. Forse è un po’ la logica dei megafestival/megaconcerti, il provare ad ascoltare quante più cose mi piacciono tutte concentrate in due giorni, per risparmiare tempo, soldi ed estro massimizzando il godimento C’è poi dietro, al limite, proprio tutta la fascinazione che, tanto ai Festival quanto alle fiere, ineluttabilmente attiene. Tanta gente tutta insieme, le luci, l’amplificazione, il divagare; l’eccitazione del sensorio in sè, che attiva le capacità ricettive degli uomini così come anche degli animali.

Poi un’altra cosa. Diceva tempo fa Vincent Gallo a Cristina Ricci, “look like we spend time”, ed è come se l’ordine lo avesse dato, non volendolo, a ciascuno degli accorsi al Festival della Filosofia di Modena, ottenendo per reazione la più inconfondibile delle espressioni sul volto di chiunque tra costoro: c’è senz’altro di meglio da fare (spiegarlo poi ai nordici, che tanto esitano a lasciare in parte per un attimo zappa e BMW), ma per una volta che si faccia da sé. Perché c’è l’intendimento collettivo di far spazio al voler conoscere qualcosa di nuovo, nella modalità dell’iniziare a ragionarci in piazza e finire poi a casa la settimana dopo, o anche più tardi, volesse Dio. Perché si prende per scherzo e svago il pensiero critico, ed è una cosa rivoluzionaria. E lo è ancora di più se si resiste alle peraltro poco appetibili lusinghe consumistiche del magna magna di cui sopra. E c’è anche quest’aria strana, nelle giornate modenesi, c’è un vociare diffuso e gradevole, monotòno, ma le parole appartengono a registri insoliti, impopolari, in – auditi, eccezionali, cioè la gente parla fuori da televisione ed ambito lavorativo e talvolta si lascia addirittura sfuggire incursioni nella Verità, ed è bello. Francamente.

Prendiamo due ragazzi in fila per ascoltare Severino e chiudiamo con loro; erano giusto dinanzi a me e andavano ragionando: “ma tu ci pensi che a scuola facciamo a gara per scappare e qui stiamo facendo la fila per ascoltare una lezione di filosofia, se lo sapesse il nostro profe”. Ecco, magari di cosce e hits nisba, però una vicenda del genere, nonostante la mia generazione, nonostante la mia parte di mondo, fa comunque piacere.