OLE'

Francesco Ventrella

L'intervista immaginata

Può un’intervista (per giunta immaginata) funzionare come una proposta critica per la produzione alternativa di arte contemporanea?

Olé significa ‘famiglia’ in danese. ‘Zero’ in Hawaiano e ‘Object Linking and Embedding’ (O.L.E.) nel linguaggio Windows. I tifosi di calcio lo cantano quando segna la loro squadra. Olé affina i sensi: “it spocks your ears”.

Tutto nasce a Nimega nel 2002, attorno all’Extrapool, un centro sociale, e un posto da organizzatore di eventi musicali. Pieter arriva prima di Taco e prende il posto. L’apparente esclusione comporta però la nascita di un progetto collettivo: vale a dire, una perdita economica (lo stipendio di uno), comporta la creazione di possibilità lavorative per l’altro (in tutto si producono due entrate, dunque!). Si, perché a Nimega, in quel gruppo lì, vige un altro tipo di economia, una “economia dell’amicizia” in cui ci si sostiene a vicenda, le cose si fanno insieme e l’autorialità è un concetto vocale, come un coro. Questo ha fatto quel progetto, ma non è detto che sia attestato su pagina stampata. Ma quale rapporto intercorre tra l’economia, la distribuzione e la produzione di arte, musica o prodotti culturali in genere?
Il modo in cui ci relazioniamo alle mostre, ai festival, agli showreel sparsi fino al circolo polare è codificato non solo dalle persone che dirigono la comunicazione dall’interno del sistema (uffici stampa, giornalisti, critici), ma soprattutto dalle aspettative legate a questi prodotti artistici. Il pubblico si aspetta sempre qualcosa, e l’artista, viceversa, si immagina il suo pubblico (ideale) già quando “crea”. Perché non prendere in considerazione questi pre-giudizi per parlare di produzione dell’arte? Chi lavora nella cultura oggi, e appartiene alla generazione dei nati dopo il 1974 (mi sono convinto che la legge a favore del divorzio abbia influito non solo sulle nascite, ma anche sulla formazione delle persone nate dopo quell’anno!), lamenta un’assenza degli spazi istituzionali preposti alla produzione e alla presentazione di progetti artistici. Ma mi chiedo: sono davvero i musei e gli auditorium i luoghi in cui dovremmo produrre e collocare questi linguaggi? D’altro canto gli spazi di eccedenza e creazione, i centri culturali, ciò che resta degli anni Ottanta e Novanta e di quelle che venivano chiamate sottoculture oggi si sono normalizzati in delle strutture organizzate gerarchicamente, perché, a mio parere, gli intenti che si erano preposti allora non erano finalizzati al cambiamento della produzione dei linguaggi, ma piuttosto all’appropriazione dei mezzi che erano, però, già preposti e “settati” sulla produzione istituzionale. La parola d’ordine, infatti, era “okkupare”. Ma se occupiamo uno spazio già connotato, un sistema che ha delle strutture definite, per quanto possano essere destrutturate, rimarrà comunque una derivazione del primo. La questione non sta nei mezzi di produzione, ma nella produzione stessa. Invece di occupare bisognerebbe aprire dei nuovi spazi, elaborare delle fessure all’interno del tessuto del sistema e infiltrarcisi, passare dall’altra parte, costruire un altro linguaggio, un altro hardware.
Ma quale potrebbe essere il tessuto su cui operare? Lasciamo perdere le strutture e le istituzioni, e rivolgiamoci piuttosto al pubblico. Sono i pubblici che diffondono le storie dell’arte. Assistere ad un concerto, vedere un film in una sala cinematografia rappresentano dei contesti ideali in cui il pubblico, apparentemente omogeneo, costruisce una sua propria diversificazione. Ma sono i pubblici a doverla operare, appunto, non l’artista, né l’istituzione. Se cambiamo questo punto di vista ci accorgeremmo di quanto il contesto sia un’invenzione narrativa, e di fatto non esista prima che se ne faccia esperienza.
Bisogna intervenire sulle narrazioni che mediano le nostre aspettative legate all’arte, al mondo, per poter cambiare i modi della produzione e spingerci verso la creazione di nuove soggettività.
Ma questa intervista alla Olè records, dunque, è un pretesto o un esempio? E se iniziassi a farla funzionare come prototipo?
L’idea iniziale era quella di intervistare Pieter (“the beautiful voice”) e farmi raccontare un po’ la storia della Olè records. Ma Taco era mio ospite a Roma in quei giorni e abbiamo iniziato così ad immaginare come avremmo potuto organizzare la nostra intervista. Pensavamo ad una storia, poi ci siamo accorti che non volevamo “fare la solita intervista” con tutti gli artisti dell’etichetta che davano una risposta, ma piuttosto costruire una sorta di voce corale che rispondesse al nome di Olè. Alla fine questa voce non si è costituita, perchè Harry è impegnato a Den Bosch per un festival, Pieter e Olivier stanno lavorando ad un progetto per una mostra e Taco, una volta lasciato il mio terrazzo dal quale si ostinava a cercar di vedere il Colosseo, è tornato a Leda, perché doveva consegnare delle tesine per il suo master in teoria della fotografia. Insomma, sono un gruppo, ma ognuno mantiene le sue iniziative e la sua individualità. Mi ero quasi convinto di rimandare l’intervista al prossimo numero, ma poi mi sono ritrovato a pensare a mille cose che ci eravamo detti con Taco, altre con Olivier e Pieter quando sono stato a Nimega, e soprattutto mi ritrovavo con un demo delle loro produzioni. Insomma, avevo tutte le informazioni ma non avevo documentato nulla! Allora mi sono detto, facciamo un esperimento: metto su le musiche di Bertin, Harry Marry, The Hitmachine, Zebra, Mummy’s a Tree e vediamo che cosa succede (molto “sa di spirito di adolescente”, insomma).
Ora, c’è una frase di una storica femminista, (nel senso che lei fa la storica di professione!) che dice che “le risposte alle domande che poniamo, non sono separate dai discorsi che hanno prodotto le domande stesse”. Dunque, io ho la musica della Olè records, qualche chiacchiera disseminata qua e là negli ultimi mesi con i protagonisti, ma soprattutto le domande che mi ero appuntato: per quale ragione dovrei utilizzare la forma intervista per parlare di loro, dunque? Invece di domanda-risponde, potrei piuttosto fare discorso-domanda! Ecco, perché questa caratteristica performativa del linguaggio, era anche il tema attorno al quale ruotavano le mie domande per i boys di Olè records.

“Ma come si fa, secondo te, ad instaurare un rapporto performativo con il proprio pubblico?”
“Beh, i nostri pubblici – ci tengo che sia declinato al plurale – molto spesso restano scioccati, ma credo che la cosa più importante sia mettere in circolo le domande che ti poni quando pensi qualcosa, piuttosto che le risposte. Noi non ci immaginiamo il pubblico che incontreremo, ma cerchiamo di costruire delle strutture il più aperte possibile. La risposta è una cosa bella e pronta e viene esposta lì, porre una domanda significa invece chiamare all’appello l’attenzione di chi ti sta di fronte, e fare un percorso, un discorso. Ad esempio, gli Hitmachine quando suonano dal vivo hanno una formazione a geometria variabile”
Intermezzo.
Cerco di ricostruirvi ciò che di solito accade: Pieter chiama Taco: “Che fai sabato? Mi hanno chiamato per un festival a Düsseldorf…”
Taco risponde: “Vediamo, va bene…andiamo con la macchina di Olivier?”
“Si, se ci viene anche lui, si. Chiamalo un po’?!”
“Ok, lo chiamo io. Vengo con la batteria, va bene?”
“Benissimo”
(Mentre scrivo ascolto la traccia Misty Molly dei Mummy’s a Tree: chitarrina scordata e due voci maschili che raccontano la storia di questa poverina che non ha un posto dove stare).

Ma quanti sono gli Hitmachine?
Una volta si sono vestiti da San Nicola – perché lì Babbo Natale non glielo ha portato la Coca Cola, ma è venuto dall’Illiria accompagnato dai mori! – e hanno suonato per le strade di Nimega una versione samba di Jingle Bells (vedetela su http://www.ole-records.com/artists/hitmachine), ma la cosa che più mi intriga è che la loro idea di performance è totalmente vaga e trans-genere (e forse anche degenere!): gli artisti della Olè sono abituati a suonare dappertutto, nei soliti locali, nella cucina della casa di Anna, ma anche nei musei, invitati come artisti performer, appunto. Per loro la performance è qualcosa che ha a che fare con le attitudini in cui un artista “mette in scena” un discorso, piuttosto che con i mezzi e gli strumenti usati? Questo il punto.
“Ciò che caratterizza il modo in cui tutti interagiamo è una sorta di attitudine”
“In che senso attitudine?”
“Il fatto che ci scegliamo ogni volta, che cerchiamo di inventare un contesto”
“Ma fammi capire, fate solo improvvisazione dal vivo?”
“No, di solito abbiamo delle tracce di base che seguiamo, ma poi il resto viene da sé, da quell’attitudine di cui ti parlavo”
“Ma secondo te, perché ci sono tante performance qui in Olanda?”
“Mah, forse perché ci siamo stufati un po’ del video…”
Questo il dialogo possibile. Il progetto dell’etichetta non è mai stato separata dal gruppo, e gli Hitmachine, la “band di Pieter” per alcuni, è in realtà un grande cappello da prestigiatore. Bertin (che con Olè ha pubblicato Digitally Distorted Miniatures) è volentieri il grafico, Harry Marry la figura sfuggente. Le sue performance sono esilaranti, i suoi capelli sono atemporali, Village life of 1905 il mio pezzo preferito.
“Ma capita mai che vi incontriate tutti quanti assieme?”
“No, come dicevo prima, ci scegliamo”

Può essere la scelta, la selezione, un modo alternativo della produzione culturale? Ma non sto pensando a come una rivista di moda sceglie la fetta a cui si rivolge, seguendo delle dinamiche di marketing, ma piuttosto ad una dinamica meno distante e più ravvicinata ai modi discorsivi in cui scelgo l’amante con cui passare una notte. “All the boys shake the dicks, all the boys shake the tits” canta Peaches. Bisognerebbe intervenire, destabilizzare le aspettative dell’artista verso il suo pubblico. Innanzitutto non credo sia legittimo che un artista (o io che scrivo) abbia il diritto di avere un pubblico. Un musicista che non riesce a suonare, perché quell’etichetta non gli ha ascoltato il demo, non può lamentarsi del fatto che la musica che ha composto “deve” essere ascoltata da un pubblico. Iniziare a cambiare questa disposizione, significherebbe poter cambiare la produzione stessa. Gli inglesi, che amano le sigle, hanno sempre parlato di cultura DIY (Do it yourself! Fai da te!). Non voglio dare degli esempi pratici, insomma, non sto parlando di Art Attack!, ma l’attitudine, quella indescrivibile, della Olè records mi fa venire in mente qualcosa. Il problema sta ancora nelle aspettative. Insomma, le aspettative influenzano molto il modo in cui leggiamo, guardiamo all’arte. Le aspettative sono i discorsi a cui le nostre domande dovrebbero rivolgersi, piuttosto che alla ricerca di risposte (sto parafrasando la storica femminista di prima). Un’intervista, per quanto possa aggiungere informazione nel suo modo di strutturare domande e risposte, rimane superflua fino a quando non metta in moto dei feedback, lasciando spazio ai presupposti, alle aspettative e ai pregiudizi che l’hanno prodotta.

(Applause: un pezzo degli Zebra composto da un editing di ovazioni e pubblico fischiante con il riff di una canzone dei Police. Me la canto e me la suono).