ANACRONISMO AMERICANO

Francesco de Figueiredo

In fondo gran parte della motivazione nel fare questa intervista ricade su un punto fondamentale, e probabilmente personale. Continuo a chiedermi fino a dove ci si può permettere di de-legittimare la realtà e le sue strutture politiche, sociali e culturali; ipotizzare altre forme di governo e di relazione interpersonale. E’ ancora possibile essere convinti dell’applicabilità di un sistema “altro” senza perdere l’equilibrio? Senza dover rinunciare a quel senso necessario di concretezza? Ho intervistato via mail Joel Sucher e Steven Fischler perchè proprio un paio di mesi fa la AK Press - importante canale di distribuzione mondiale di materiale anarchico - ha deciso di far uscire su DVD il loro documentario “Anarchism in America”, datato 1982. I due registi trent’anni fa hanno fondato la Pacific Street Film, e da allora hanno prodotto e girato più di cento film e documentari; durante la fine degli anni settanta hanno deciso di attraversare l’America per tracciare un quadro esaustivo del movimento anarchico, dai comunitaristi ai grandi intellettuali del pensiero, da Emma Goldman a Murray Bookchin, dai trucker indipendenti fino al poeta padre della beat generation Kenneth Rexroth. Buona parte di questo materiale è stato montato su “Anarchism in America”, che è realmente un documento valido, consapevole degli aspetti significativi di un pensiero politico e sociale che, a differenza di tanti altri, costituisce se stesso come un modello principalmente auto-riflessivo sulla natura e la possibilità di autodeterminazione dell’uomo. Dichiararsi anarchico in una società strutturata e rigida come quella statunitense può celare le più disparate personalità o concezioni del termine, e questo senza escludere una tendenza anacronistica, fuori dal tempo, personale e sognatrice. In fondo, come sempre, è tutta una questione di cuore, e di passione..

Mi piacerebbe cominciare col chiedervi di raccontare le motivazioni personali che vi hanno spinto a documentare il movimento anarchico americano e le sue radici, e perché durante la fine degli anni settanta..

La nostra passione politica è nata da un’esigenza viscerale di ribellione, adolescenziale e informe...siamo cresciuti in un periodo in cui uniformi e poliziotti erano ovunque. Negli anni sessanta Steve e io andavamo in un grande liceo, proprio vicino ad un campo di prigionia. Le linee erano due: o assecondavi la volontà dei professori o seguivi la direzione opposta - diventando un anti-autoritario. A pensarci la situazione mi ricorda “Zero In Condotta’’ di Jean Vigo. Poi all’università di New York - durante la guerra del Vietnam - questa energia si è trasformata in azione politica creativa, e così abbiamo cominciato a partecipare alle azioni di un gruppo anarchico chiamato Trascendental Students (TS), nato con l’intento di occupare alcuni spazi dell’università, per liberarli ed assegnargli una funzione diversa. Sfortunatamente il senso dell’azione cambiò in fretta, con la guerra che diventava sempre più violenta il T.S. si trovò sempre più spesso a scontrarsi per strada con la polizia. Poi, dopo la guerra e dopo l’università, facemmo parte di un gruppo anarchico che contava fra le sue fila molti vecchi immigrati anarchici. C’erano italiani, israeliani, ispanici, etc...tutti contemporanei a Emma Goldman. Prevalentemente anarco-comunisti e anarco-sindacalisti legati ad una forma d’anarchismo fortemente europea, ancora vicina alla lotta dei minatori e degli operai. In quel momento ci appassionammo a quell’approccio nonostante fossimo consapevoli della sua prossima morte, eravamo convinti che al suo interno ci fosse ancora l’ingrediente fondamentale: la libertà nella sua forma ideale. Fu quello il periodo in cui venimmo a conoscenza delle teorie di Murray Bookchin (recentemente scomparso) e della sua visione avanguardista del pensiero anarchico. E così da queste esperienze ci trovammo a studiare tutto ciò che gravitava attorno ad alcune questioni: il popolo americano ha dentro di sé una forte pulsione anarchica? L’americano medio detesta il principio di autorità? La mentalità “cowboy” ha una matrice anarchica? Queste domande che ci siamo posti hanno stimolato il nostro viaggio e il documentario, che oltretutto è stato paradossalmente finanziato dal governo statunitense. Siamo ancora affascinati da queste domande, pur consapevoli che il popolo americano non sia capace di evadere dalla scatola mentale del materialismo/consumismo, almeno non nell’immediato...basti guardare come stanno andando le cose con George W Bush per diventare estremamente pessimisti.

Mi è abbastanza difficile capire dove e quali sono i segni di questo implicito anarchismo nella storia americana, almeno osservandola da lontano...quindi pensate davvero che la mentalità “cowboy” è sostanzialmente anarchica? Quale è il confine fra anarchismo ed egoismo?

Beh, cerchiamo di essere onesti. Non penso che nel consumatore americano medio si nasconda uno spirito anarchico. L’advertisement ha esaltato l’egoismo a livelli astronomici. L’unica speranza per un futuro in qualche modo utopico si trova molti millenni avanti nel tempo, un pò come sogno di libertà di un servo della gleba nell’Europa del quattordicesimo secolo… per noi però utilizzare questo “filo” per il documentario del 1980 è stato intenzionale, l’abbiamo tratto da un libro ormai oscuro che dichiarava l’idea che “l’americano è un anarchista”, ci serviva specialmente per ottenere dei soldi dall’organo governativo National Endowment for the Humanities, un istituto burocratico interessato a sostenere la ricerca su questioni di rilevanza filosofica. Non potevamo dichiarare di voler fare un film sul “anarchismo”, doveva avere una sembianza accademica. In realtà il valore reale della nostra impresa è che siamo riusciti a filmare centinaia di ore di quelli che erano gli ultimi immigrati anarchici sparsi per gli Stati Uniti, il Canada e il Messico. Molti di loro erano i rifugiati spagnoli...solo una piccola parte del materiale è stata usata per il film. Queste interviste sono state girate su pellicola da 16mm, e per trasferire il materiale su cassetta ci servivano finanziamenti. Abbiamo cominciato a filmare negli anni settanta, il governo era presieduto dal liberale Jimmy Carter…poi è arrivato Reagan e ha fatto piazza pulita, eliminando ogni sorta di tendenza liberale che aveva avuto precedentemente l’Endowment; e così non siamo più riusciti ad ottenere fondi nei successivi vent’anni. Speriamo un giorno di riuscire a montare un’opera sul movimento degli immigrati, questo sarà il nostro contributo al passato. Ora stiamo cercando di capire quale potrà essere il nostro contributo al futuro..

Non credo sia molto semplice pensare ad un contributo documentarista oggi, in “Anarchism in America” c’erano Karl Hess, Mollie Steimer, Murray Bookchin, e poeti come Philip Levine e Kenneth Rexroth, e ognuno di loro in quel periodo ha dato al profilo teorico ed intellettuale dell’anarchismo un grande contributo. Inoltre a quei tempi i movimenti politici avevano grande peso e seguito...poi però gli anni ottanta hanno lentamente logorato i movimenti utopici e l’idea di radicali cambiamenti della struttura sociale, la teoria del ‘Pensiero Debole’ di Gianni Vattimo spiega piuttosto bene cosa è accaduto...

Probabilmente perché è durante quegli anni che il paradigma dominante del comfort ha preso piede, trascendendo addirittura da quello capitalista. E così il lusso e l’autocompiacimento sono diventati il nuovo luogo dove riporre tutta la nostra disperazione. Infilandola in questa scatola comoda e confortevole ci convinciamo che non si possa nemmeno ipotizzare una realtà altra. Ma credo che l’anarchismo a cui ci interessammo, quello degli immigrati in America, sia stato superato molto prima degli anni ottanta, più esattamente nel dopoguerra. Esso ha rappresentato un “desiderio” di rivalsa, generato da uno stile di vita che incatenava gli individui alle macchine e agli aratri nei campi, un movimento concreto, sociale, non artistico. Uno dei pochi che ha cercato di rielaborare il pensiero anarchico è stato Murray Bookchin, e per questo ha incontrato molta resistenza. L’anarchismo, come qualsiasi altra teoria politica, può facilmente affondare nell’incapacità di rielaborazione...
Effettivamente Bookchin è stato capace di rielaborare le teorie iniziali di Kropotkin, penso ai modelli di Ecologia Sociale o a quello di Municipalismo Libertario. Lui dichiara nel vostro documentario di non credere in una potenziale realizzazione di una società anarchica, e forse è proprio questa consapevolezza che lo portò a collaborare con il Libertarian Party o con l’Università del Vermont. Non credi che sia il caso di considerare l’anarchismo come pulsione personale e di riferimento per poter trovare nuove applicazioni concrete?

Non vorrei creare una sorta di culto attorno alla personalità di Murray...ma lui si che era davvero l’anarchico “pensante”. Con tutto il rispetto per gli anarchici, ma la maggior parte di coloro che professano di esserlo sono adolescenti che hanno perlopiù bisogno di sfogare la loro rabbia in un contesto di coetanei. Come sai, nei suoi ultimi anni Murray ha addirittura smesso di dichiararsi tale - rinnegando quello che invece aveva detto nel nostro documentario - ed ha cominciato a definirsi un “comunitario”. Lo abbiamo visto e intervistato due anni fa nel Vermont, abbiamo parlato in modo esaustivo della sua nuova visione, discutendo della sua nuova visione dell’anarchismo e del fenomeno del “in group”. Siamo addirittura arrivati a parlare delle divisioni teoriche e pratiche che esistevano tra il CNT (organizzazione sindacale, ndr) e il FAI (apparato politico, ndr) in Spagna durante la rivoluzione. Comunque credo che bisogna partire dalla consapevolezza che l’anarchismo non può trascendere la natura umana (gelosia, sete di potere, etc..), e Murray questo lo sapeva. Quindi nonostante l’anti-autoritarismo sia la forza propulsiva di base - che lo si chiami anarchismo o meno - il nodo della questione rimane l’impegno nell’auto-riflessione e nella consapevolezza di se stessi. Personalmente non mi dispiace dichiararmi anarchico - anche solo per onorare l’eredità delle prime fasi del movimento. E di certo non sono imbarazzato dal termine e parlo serenamente del movimento con i miei due bambini.

Alcuni intellettuali definiscono l’anarchia come un’idea non auto-sufficente, una sorta di mosaico di diverse visioni politiche. Probabilmente per questo se da una parte ha avuto la capacità di rielaborarsi, dall’altra non riesce a trovare un appeal di massa. Tu cosa ne pensi?

E’ un mosaico di visioni politiche diverse, questo è vero, specialmente se si considera che tutto viene dalla stessa radice di libertà; questo quindi accomuna le pretese di un anarco-individualista/liberista alla libertà e volontà di gestire una fabbrica o una comune. Proviamo a dare una definizione: probabilmente se dividiamo la radice in due parti distinte, e le chiamiamo individualismo e comunitarismo, possiamo avere una prospettiva più chiara di questo mosaico. Anche in questo caso però rimane il problema posto dai liberisti di destra, che invocano il principio del “laissez-faire”, della commercializzazione selvaggia ed incontrollata. Io piuttosto preferisco vedere tutto questo secondo l’idea di Bookchin della “post-scarsità”, che considera l’anarchia come la definizione della responsabilità verso il prossimo (in senso economico/filosofico/spirituale/sessuale), promuovendo allo stesso tempo l’espressione libera e creativa. Ecco, credo che questo tipo di anarchismo (o come vogliamo chiamare ciò che è derivato dalla filosofia di Bookchin) sia stato capace di animare quello stallo che si era creato e in cui si trovavano tutti coloro che avevano cercato qualcosa e non l’avevano trovato né nel capitalismo né nel socialismo. Comunque, a proposito dell’argomento.. io direi vaffanculo agli anarco-individualisti di estrema destra, escludendoli anche da questo mosaico di cui abbiamo parlato (cosa che non abbiamo potuto fare in A.i.A., dato che era finanziato dal governo americano)...


Ora parliamo un po di attivismo in America...

Non c’è molto, almeno per adesso. La progressiva palesazione del teatrino di Bush, come versione “travestita” del fascismo, ha determinato una crescente insoddisfazione nei confronti degli sviluppi della politica, questo però non è ancora sufficiente per poter determinare un’insurrezione anarchica, non si può ipotizzare nemmeno nel prossimo secolo. Ma che ci importa? Quello che rappresenta in realtà il movimento - nelle mie idee - è la liberazione personale che si estende, per implicazione, a gruppi sempre più grandi, con la speranza di condizionare la coscienza delle generazioni future. Dunque, è la solita questione, come provare a spiegare la democrazia ad un servo nel quattordicesimo secolo. Credo che l’idea per cui tutta la politica è locale potrebbe essere una buona teoria operativa per l’azione anarchica - questo approccio è già stato applicato da alcuni, come l’ex black panther Ashanti Alston. Inoltre, come dichiara Noam Chomsky, è la propensione verso una libertà maggiore che dovrebbe essere la dinamica operativa - e non necessariamente l’idea che un giorno raggiungeremo una società utopisticamente anarchica. Quando lo abbiamo incontrato, ci ha detto che se questa dovesse mai realizzarsi, lui sarebbe il primo a palesare critiche. Comunque sarebbe bello poter aggiornare “Anarchism in America”...

Una delle esperienze più interessanti di attivismo in America è stato quello dell’Earth Liberation Front e dell’Animal Liberation Front. Questi movimenti sono stai capaci di creare una struttura senza leadership, autonoma e priva di portavoce, capace di danneggiare concretamente il sistema. Cosa pensi di questo tipo di attivismo?

Appoggio pienamente queste organizzazioni volontarie, hanno scopi chiari e definiti e le azioni sono gestite con intelligenza. Sfortunatamente molte di queste azioni cadono nella trappola della violenza irrazionale - sia sulla proprietà, ma anche, nei casi peggiori, contro altri esseri umani. Il modello proposto da Greenpeace - di mettersi in pericolo in prima persona per impedire che sia fatto del male ad altre creature - è molto preferibile dal mio punto di vista; e mette in crisi quella facile contestazione che si esprime nelle azioni di organizzazioni come Earth Liberation Front - ad esempio: bruciare nuove costruzioni residenziali o distruggere i S.U.V. (Sport Utility Vehicles, i fuoristrada da città, in America sono il simbolo dell’ipermotorizzazione contemporanea, ndr).

Alla fine di questa intervista mi piacerebbe sapere che cosa significa anarchismo nella tua vita personale, con la tua famiglia, il tuo lavoro, insomma nella vita di tutti i giorni...

Penso che sia un modo di vivere semplice, con l’idea che la tendenza ad una libertà maggiore debba essere la dinamica operativa dell’universo. Questa è spesso una sfida - specie quando cresci dei bambini - ma stabilisce un contesto per occuparsi di sé (auto-rilessivo e autocritico), e, di conseguenza, del mondo (quando è giusto ed opportuno intervenire - in assoluto - per i diritti degli altri). Inoltre offre anche uno spunto filosofico sul perché e su dove stiamo tutti andando...chi lo sa? Può darsi che nel prossimo millennio potremo vedere quello che è nato come un esperimento in Spagna nel 1936 prendere piede e maturare, e che, in virtù delle convinzioni di Chomsky, richiederà una nuova generazione di critici per mantenerlo autentico...

(01/2)