ROAD TO L.

Antonio Pezzuto

Io sono l’origine del mondo, il centro dell’universo, organismo in espansione, prima dentro e poi oltre l’origine prima conosciuta, quella immaginata, scoperta e messa in scena da Courbet nel 1866, quell’origine e quel centro che alla mia nascita si è modificata, spostata, al mio fianco prima e poi sempre di più, sempre più spostata, allontanandosi, e al mio fianco, invece, si sono accostate informazioni ed esperienze, persone, alcune più lontane altre più vicine, al di là della volontà, e tutte, persone, esperienze ed informazioni, estremamente mobili e disordinate, a illuminare altre informazioni ed altre esperienze, del mio e di altri universi, creando relazioni e dinamiche che il mio solo centro non sarebbe in grado di cogliere, perché il centro è importante se ci sono le periferie, che al centro stesso, anche quando è senza qualità, danno senso, perché, dopotutto, l’oggetto esiste soltanto mercè i suoi limiti, e quindi in forza di un atto in qualche modo ostile verso l’ambiente che lo circonda. Senza il Papa non vi sarebbe stato nessun Lutero, senza i pagani nessun Papa, perciò è innegabile che la più profonda associazione dell’uomo con i suoi simili è la dissociazione.
E storia di dissociazione e di conflitti è anche il film che da un mese è possibile trovare nelle videoteche del circuito Blockbuster, Il mistero di Lovecraft - Road to L, che Federico Greco e Roberto Leggio hanno dedicato a H.P. Lovecraft e al Polesine, terra dominata da tragedie, acqua, fango e leggende, continente inesplorato che segue i ritmi di un tempo proprio, personale, agglomerato di paesi e di case, di uomini, violato dalle alluvioni e dal mare, anche lui in espansione, che penetra nella terra, contamina, pezzo di sale che se getti in una pozza non trovi più, ma l’acqua, dovunque tu l’attinga, è salata.
E proprio in questa terra chiusa in se stessa ma squarciata dalla ferita che è il fiume, in questa terra, anni fa, si trovò a passare Lovecraft, scrittore di racconti gotici e di orrore, saccheggiato dal cinema (da La città dei mostri di Roger Corman al Re animator di Bryan Yuzna e Stuart Gordon), nato il 20 agosto del 1890 a Providence, Rhode Island, uno dei tanti che aveva immaginato l’esistenza di un pianeta oltre Nettuno, uno dei tanti americani che non è mai uscito dagli Stati Uniti, uno dei tanti che trovava in Verne, Poe e Wells spunto per i suoi racconti, uno dei tanti che aveva organizzato uno scherzo letterario, il Necromicon o “Libro dei morti” scritto dal fantomatico poeta Abdul Alhazered, uno dei tanti, quindi, ideale soggetto per un mockumentary, uno dei tanti morti nel 1937, quando la follia della guerra non era ancora stata e la follia del nazismo non ancora svelata.
Associare Howard Philips Lovecraft al Polesine non è operazione facile, ma possibile se la si lega ad un enigmatico manoscritto trovato in un mercato dell’antiquariato a Montecatini, sola testimonianza di un viaggio dello scrittore americano, l’unico e solo viaggio che avrebbe compiuto fuori dagli Stati Uniti, lontano da Providence, proprio verso la terra del Po. Di questo manoscritto, anzi, di una copia di questo manoscritto, è armata la troupe protagonista de Il mistero di Lovecraft, troupe americana e antipatica, un attore, che su questa storia da la faccia in ogni senso, una segretaria di edizione, un fonico e i due registi, Roberto Leggio e Federico Greco, lo stesso che già ci aveva portato alla ricerca di Kubrick con Stanley and us, e poi dei rapporti tra cinema e terrorismo con Fuori fuoco, e che questa volta si dirige verso quelle stesse terre esplorate da Florestano Vancini negli anni Cinquanta e oggi da Michele Mellara e Alessandro Rossi, altra coppia di giovani registi, che hanno appena ultimato Un metro sotto i pesci, il racconto, con calma e dolcezza, dello stesso Polesine, terra crudele strappata al fiume dalle idrovore, ma che il fiume cerca continuamente di riprendersi senza calma e senza dolcezza, attraversando comunità che parlano dialetti incomprensibili, chiuse ed impermeabili, composte da poche decine di persone, che vivono di pesca o del lavoro nei campi.
Calma e dolcezza che, appunto, non sono nel bagaglio di questa altra troupe, che cerca invece di imporsi e di imporre le proprie esigenze, che non rispetta le tradizioni e parla durante i riti, che non crede e cerca di svelare cose che non sono svelabili, perché, indipendentemente da quel che diceva Paul Valery, non sempre la ragione è nel giusto.
La strada verso L. parte dal manoscritto, nel quale si parla di un viaggio e di credenze e miti che sono propri sia del Polesine sia di uno dei libri fondamentali dello scrittore americano, La maschera di Innsmouth. E quindi in camper, per girare un documentario, attraverso strade abbandonate, villaggi abbandonati, aiutati da un antropologo del luogo e da un altro testo, una tesi di laurea scritta sette anni prima da uno studente che si è avvicinato proprio agli stessi temi che questa troupe sta cercando di analizzare, ma che sette anni prima, è misteriosamente scomparso, forse morto.
Confrontarsi con realtà chiuse non è facile, soprattutto se si è animati da fieri intenti post coloniali. E non è facile quando non è chiaro ciò che si sta facendo. Certo: si vuole verificare se un pazzo americano che ha scritto dei libri ha fatto un viaggio in una determinata terra, una delle più grandi scoperte del secolo per gli studiosi di questo scrittore, ma per noi, che a stento abbiamo letto uno dei suoi tanti racconti, ben poca cosa. Come ben poca cosa è sapere che in quegli anni, e anche dopo, su quella stessa terra, si aggirava indisturbato un extraterrestre, verde e con gli occhi a palla. Ma il gioco si svelerà quando scopriremo che questo essere caduto sulla terra ha palpebre che non si chiudono in orizzontale, come tutti noi, ma in verticale. E allora possiamo forse capire che dello scrittore, del manoscritto, della troupe antipatica e americana, dei due registi alla ricerca vana di una storia da raccontare, a noi non interessa nulla. Per vedere quello che dobbiamo vedere, va cambiata la prospettiva dello sguardo, bisogna abbandonare le nostre palpebre e sostituirle con nuove totalmente da reinventare. Cambiare gli occhi, come faceva, appunto, l’originale uomo che cadde sulla terra, il David Bowie diretto da Nicolas Roeg. Cambiando occhi, cambiamo sguardo e cambiando sguardo quello che ci appare, solitario e in primo piano, al di là del genere, perché sia chiaro, Il mistero di Lovecraft - Road to L è prima di tutto un film di genere, anzi, di vari generi, mockumentary, documentario, horror, indipendente (perché anche l’indipendenza può essere genere, e lo è quando non è sorretta da voglia di sperimentare, ma da semplici necessità produttive), quello che ci appare è la storia di una terra e di una comunità, delle sue canzoni e delle sue strane ninna nanne, di villaggi che sono stati abbandonati perché l’industrializzazione, la globalizzazione e i sicari dell’economia hanno scientificamente distrutto l’Italia contadina, di una terra che oggi e da quindici anni ha rilevanza e voce politica, fatta da quelli che urlano contro i negri che rubano il lavoro, rubano nelle ville e violentano le donne, e che una rilevanza e una voce politica la aveva anche quaranta anni fa, e anche prima, negli anni trenta e negli anni quaranta, quando scendeva per strada con i fucili a combattere il fascismo, o quando scendeva nei campi a combattere la riforma agraria. Quando si combatteva non solo per la terra. La voce, un canzone, loro la hanno sempre avuta. E noi raramente la abbiamo ascoltata, perchè raramente siamo stati capaci di ascoltarla. La sentiamo registrata, che si insinua nei nostri Ipod o computer, ma dal vivo, attraverso il vero suono della voce, attraverso l’ascolto della natura, non siamo in grado di udire.
Una cultura orale e distante, una storia orale e distante. Una storia che ha necessità di diverse forme per essere raccontata. Perché le culture alternative non possono utilizzare forme e stili delle culture non alternative. Non si possono raccontare le storie dei contadini della bassa con le biografie – sostenevano alla Lega culturale di Piadena negli anni Settanta – perché la biografia richiede approfondimenti e discussioni da pari a pari, tra chi ha gli strumenti per fare emergere la biografia e chi quella vicenda la ha dentro. Sono cose che si dicono da sempre, si dicevano negli anni Settanta e si dicono ancora oggi, guardando per esempio i casseur della banlieu parigina, che durante le manifestazioni degli universitari francesi scendevano in piazza al loro fianco, ma per derubarli di tutto, di cellulari e portafogli, perché del dialogo a loro, poco importa, perchè le loro rivendicazioni sono altre e completamente diverse: non un lavoro stabile, ma un senso per la loro vita quotidiana, e loro, i giovani della banlieu, hanno forme e strumenti di comunicazione completamente diversi, i video musicali, amatoriali o i fumetti per esempio, ed è una strana coincidenza che anche questo Mistero abbia avuto una sua vita oltre lo schermo, proprio sui fumetti, grazie a Martyn Mistere che ha dedicato un suo numero a questo film, mettendo in scena Greco, Leggio, la troupe e Lovecraft.
Percorsi dell’indipendenza, come percorsi dell’indipendenza erano quelli di The Blair Witch Project a cui Il mistero di Lovecraft - Road to L allude in mille sue sfumature, fin dall’inizio, con il riferimento alle leggende, e poi con i meccanismi produttivi, l’uso di Internet e così via. Ma anche The Blair Witch Project rimandava ad altre cose, tanto che, all’epoca, fu denunciato per plagio da Ruggero Deodato, perché troppo simile a Cannibal Holocaust, che già nel 1979 rimandava al gioco tra quello che è vero e quello che vero non è, come facevano gli snuff movies, o come, dopo, ha fatto l’arte contemporanea, sempre in prima fila quando si tratta di seguire le mode, con la storia del serbo Darko Maver, artista che fotografa le ricostruzioni di stupri ed omicidi, per poi scoprire che il Maver di cui si parla non è mai esistito e che le presunte ricostruzioni sono foto reali (per quanto possa essere reale una foto).
Il mistero di Lovecraft - Road to L è quindi un percorso, il percorso di una serie di persone per terre lontane e vicine, ed un nostro percorso, attraverso memorie. È un gioco di connessioni. Davanti al film non siamo nudi: ci presentiamo con il nostro passato e con la nostra memoria, ripercorrendolo, stravolgendolo e dissolvendo i nostri ricordi e le nostre emozioni con ricordi ed emozioni nuove. La visione di queste realtà non è un’esperienza di rilettura attualizzata del tempo. È esperienza che sconvolge il tempo e lo spazio, che permette di essere contemporaneamente qui e altrove. Rivedere tutto, riparlare di tutto per non parlare di niente, per distruggere e devalorizzare il nostro passato, per attaccarci al presente.
Niente più è nuovo, le terre da scoprire sono terminate. E quelle che abbiamo scoperto, i luoghi o i territori della mente, probabilmente sono già stati percorsi altrove. Le connessioni della mente, nel film di Leggio e Greco, diventano connessioni reali, già compiute. C’è bisogno di qualcosa d’altro, di qualcosa che viene da altri universi, da altri luoghi non ancora esplorati per poterci sorprendere, e farci rimanere senza fiato. Perplessi. E chiedersi se tutto ciò abbia un senso, non è la domanda importante. Come non è importante sapere quale è la nostra posizione rispetto a quello che ci succede intorno. Perché intorno a noi succede di tutto. È la periferia, dei luoghi, degli sguardi e della mente, ciò su cui bisogna concentrare l’attenzione. Sbattere le palpebre, verticalmente.
Io sono l’origine del mondo, il centro dell’universo. E, in quanto tale, non conto nulla.

(01/3)