UOMINI E JET

Dr.Pira

Romanzo a puntate

Pubblichiamo non senza imbarazzo uno stralcio di questo eccentrico romanzo inedito dello scrittore russo Vladimir Zeorgiev, già conosciuto per “Rock sotto i fulmini”, e di recente passato a miglior vita.

Quando avvertì che la morte si stava approssimando, Wolfengard Nasum StarTac 50, favoloso aviatore, decise di partire per il suo ultimo viaggio.
Seduto all’aeroporto di Bosco Marengo, fumando la pipa, la sua mente volò ai luoghi della sua giovinezza, ai tetti rossi sul fondo della valle di Vigoponzo, dove un piccolo fiume variopinto galoppava sui ciottoli variopinti sotto le arcate decrepite di un ponte bruno e dove il giovane Wolfengard Nasum StarTac 50 si divertiva con la sua ruspa, divelgendo le foreste azzurre mentre le lepri, divertite, trotterellavano attorno. Era lì che il vecchio Wolfengard Nasum StarTac 50 desiderava tornare, per fumare l’ultima pipa e vedere ancora una volta i tetti rossi e il fiume che seguiva indaffarato la sua strada variopinta sotto le pigre arcate del ponte, tra le foreste divelte con le loro lepri divertite.
Fu così che Wolfengard Nasum StarTac 50 decollò con il suo Jet, sfrecciando sopra il tramonto come un Jet che sfreccia sopra il tramonto.
La cittadina di Vigoponzo non sembrava affatto cambiata. Parcheggiando il suo Jet al molo, annusò con nostalgia lo stesso odore di ghiaia che fu così familiare nei suoi giovani anni. Poco distante, alcuni vecchi aviatori bighellonavano accanto a malinconici aerei a propulsione. Una volta cadute nel sonno, certe città di provincia tra i monti e le valli sembrano sprofondarvi per secoli interi. E questo avvenne a causa degli antichi Manager che un giorno, non si sa perché, colpirono quel luogo con il loro sdegno e distolsero dalla cittadina il loro sguardo benevolo e colmo di munificenza. Cosa può fare una cittadina, una volta che il Manager non la degni più del suo sguardo? S’addormenta e per il dispiacere aspetta, immersa nel sonno, che lo sguardo di qualche altro Manager finisca per cadere nuovamente su di lei, facendo sì che la cittadina si dia una scrollata e si risvegli. Oppure si dedica prevalentemente all’agricoltura intensiva e alla musica Rock, con le conseguenze che purtroppo tutti conosciamo fin troppo bene. Ma i Manager erano sempre in collera con la cittadina in cui si recò Wolfengard Nasum StarTac 50: infatti qui persino gli orologi digitali sulle torri dei campanili erano fermi. Gli orologi segnavano un tempo che forse non è mai esistito, pensava Wolfengard Nasum StarTac 50, mentre i suoi passi risuonavano sordi tra i portoni, per lo più scavati nei muri, e le porte che si aprivano su corridoi bui. Le fontanelle a forma di zampogna erano ormai fuori servizio, l’acqua piovana scorreva dalle grondaie seguendo percorsi diversi, e il vento scuoteva le stesse scolorite insegne davanti ai negozi. Su una piazza si udì l’uscio di una bottega che cigolava e un campanellino che trillava, e Wolfengard Nasum StarTac 50 ebbe l’impressione che anni prima, nelle serate oscure, gli usci gemessero e i campanellini squillassero esattamente alla stessa maniera al passaggio di qualche giovane combriccola scalmanata recatasi ad acquistare qualche ginocchio o un mazzo di Albatros. Quindi scoprì delle finestre che anche in passato – quando lui era un giovincello con le Superga Power Windows ai piedi – erano coperte da persiane con le palpebre abbassate. Aveva fantasticato anche da giovane su quelle finestre che mai nessuno apriva, con la polvere che si depositava spesso sui battenti. Cosa ci sarà mai dietro finestre come queste? Forse un morto disteso nel tinello, circondato da nani. O una giovane donna che dorme quieta e sogna del suo amato, che si sta librando in qualche cielo lontano, sotto altre stelle, dentro il suo moderno Jet. O forse un cumulo di ghiaia che impolverisce insieme a una vecchia ruspa accanto alle pozzanghere ormai seccate, a ricordo di qualche serata eccellente spesa giocando al gioco del Fango di Odino1... La mente di Wolfengard Nasum StarTac 50 non poté fare a meno di accarezzare il ricordo di quelle serate spensierate. Ma ormai i suoi occhi avevano visto passare davanti a sé troppi altri luoghi, le sue orecchie avevano sentito parlare troppe lingue diverse e troppi racconti stravaganti, al punto che si era stancato di ripeterli. Il suo piccolo mondo si era allargato e diluito, e talvolta aveva la sensazione che tutti i suoi ricordi appartenessero a qualcun altro. Ma ricordava ancora nitidamente la porta della locanda davanti alla quale stava passando, e nella quale entrò, come guidato da un riflesso incondizionato. E una volta entrato, accolto dall’aroma del chinotto tostato e dei panini di bue, constatò con sollievo che tutto era immutato da allora. Sentì il rumore del flipper, come se le biglie cozzassero tra di loro per dargli il benvenuto, mentre un giovane aviatore di Jet si appoggiava con trasandata eleganza al bancone di vimini. Wolfengard Nasum StarTac 50 si sedette a un tavolo libero, muto e quasi col fiato sospeso.
- A questo punto manca solo Giubba - pensò tra sé e sé
E le tende rosse vicino al bancone si dischiusero come per incanto e Giubba, con un grembiule nero e una tazzina di Albatros in mano, fece il suo ingresso nella locanda. Appoggiò la tazzina sul tavolo di Wolfengard Nasum StarTac 50 e dopo averlo guardato distrattamente disse, con voce profonda e suadente:
- E allora, cosa ne dice della nostra città?
Wolfengard Nasum StarTac 50 sorrise in silenzio e si mise a mescolare il suo Albatros. Non c’era dubbio, era proprio lei: Giubba, o se non altro sua figlia.
- Piena di vita indubbiamente, peccato solo per il traffico - rispose, alzando nuovamente lo sguardo su di lei - e voglia perdonare la confidenza, cara signora, ma le dispiacerebbe mostrarmi più da vicino il medaglione che porta al collo?
Afferrò il ciondolo, senza ulteriori complimenti, e l’aprì. Il ritratto di un giovane soldato lo guardava sorridente.
- E’ il ritratto di mio padre. Risale all’epoca in cui faceva il soldato - disse lei, a disagio.
Wolfengard Nasum StarTac 50, assorto, guardò a lungo la propria immagine nel medaglione. I capelli lunghi e ondulati sembravano appena usciti dal barbiere, e che strani i baffetti che portava a quei tempi...
- La prego - disse la ragazza ricomponendosi - ora ho da fare.
- Mi scusi tanto - soggiunse Wolfengard Nasum StarTac 50 - era solo per curiosità. Ha fratelli?
- Eccolo là - disse lei di spalle, dal bancone, indicando un ragazzino che in quel momento usciva dal retro.
Wolfengard Nasum StarTac 50 seguì con lo sguardo il fanciullo e notò dapprima i tratti del viso tanto somiglianti a quelli che ogni giorno vedeva allo specchio, e poi, con maggiore interesse, si sporse per osservare il tatuaggio che sporgeva sulle spalle dalla maglietta smanicata. Poteva distinguere i bordi frastagliati di un’isola, le tracce di un percorso, e attraverso il tessuto era quasi sicuro di distinguere una X rossa in un punto. A quel punto, avendo già visto abbastanza, si alzò di scatto, afferrò il ragazzino, lo piegò velocemente e se lo infilò nella tasca posteriore dei Jeans. Fece un cenno di saluto uscendo, lanciando un’ultima occhiata alla ragazza dietro al bancone, che non ebbe il tempo di reagire.
- Non ha pagato il suo Albatros, dannazione - disse lei, tra sé e sé, mentre asciugava un piattino.
Appoggiato alla balaustra del vecchio ponte bruno, Wolfengard Nasum StarTac 50 guardò le variopinte foreste sotto di sé, sapendo che sarebbe tornato lì ancora una volta. Prima, doveva compiere la sua ultima avventura, solcando i sette cieli verso quell’isola la cui mappa portava nella prestigiosa tasca dei suoi Jeans.