Between You and Me. Queer Disclosures in the New York Art World, 1948-1963

Francesco Ventrella

di Gavin Butt

(Duke University Press, 2006, pp. 210, £ 14.00)

Quando nel mondo della critica d’arte si fa un gran parlare di un saggio o di un nome nuovo, sempre più spesso ci si ritrova di fronte all’ennesimo personaggio che mentre si affretta a sottoscrivere il rifiuto delle etichette e dei giudizi di valore, sta re-istituendo delle norme e producendo dei nuovi cartellini da appendere al tanto contestato materiale visivo. Paradossi della critica postmoderna. In questo periodo si fa un gran parlare di questo primo saggio di Gavin Butt (in precedenza aveva curato solo la raccolta After Criticism. New Responses to Art and Performance) e mentre la Tate Modern (tempestiva, come sempre) gli fa curare una serie di talks sul tema del gossip, il mondo accademico riconosce e accetta i nuovi strumenti critici con i quali la queer theory cerca di ridefinire i presupposti politici e visivi delle rappresentazioni culturali: che ruolo assume una qualsiasi rappresentazione, se non quello messo in gioco dai modi in cui essa può venire scambiata? Insomma, il brillante Gavin Butt si trova ad essere etichettato, suo malgrado, dalle istituzioni che le sue disclosures cercavano di decostruire. Butt, che ora è lecturer al Goldsmith College di Londra, ci ha messo qualche anno, tutti spesi per questa ricerca, prima di dare alle stampe questa sua tesi di dottorato dedicata (come ogni bravo ragazzo dovrebbe fare) a mamma e papà, e che parla delle chiacchiere nella scena artistica attorno a Warhol durante un periodo che va dal 1948 al 1963, mentre John Giorno, punto di partenza di questa inchiesta, era editor di una piccante rubrica di gossip su «Culture Hero» chiamata “Vitamin G” (G come ?). Il saggio Between Me and You parla, quindi, di cultura queer e pettegolezzi: come possono certi argomenti conciliarsi con il rigore della ricerca e la scrittura della storia dell’arte? Non c’è passo in questo libro in cui Gavin Butt dia qualcosa per scontato o in cui si abbandoni a dei preconcetti. Ogni qualvolta questo avviene (o rischia di avvenire, come in ogni scrittura), l’autore si ferma nella narrazione e inizia delle digressioni autocritiche che rappresentano il vero e proprio supporto teorico di questo saggio, ma sempre a posteriori. Il filone di questo suo progetto (abbracciato, tra gli altri, da Irit Rogoff e Adrian Rifkin e ispirato - originalmente - alle politiche dell’oralità e della chiacchiera affrontate alla fine degli anni Novanta dall’italiano Paolo Virno e riprese in Impero di Hardt e Negri) è quello di sferzare il colpo contro la presunta oggettività della “scrittura di arte”. Gavin Butt non scrive su Warhol, ma cerca di scrivere con/tra/per Warhol, senza il bisogno di fuochi d’artificio postmoderni, frasi ad effetto o giochi di parole in francese, ma piuttosto dando spazio a quella struttura materiale su cui ogni storia si basa, prima di essere scritta: la chiacchiera e la curiosità. Il libro racconta degli anni precedenti agli episodi di Stonewall, mentre Alfred Kinsey pubblicava il primo, controverso saggio sociologico sulla sessualità maschile americana che, nel mezzo della guerra fredda, attecchiva bene sugli ideali di sospetto e paranoia che i mass-media andavano diffondendo. Secondo Gavin Butt, così come nella scena pubblica gli americani si chiedevano chi fosse il nemico e come riconoscerlo, nella scena dell’arte la domanda ricorrente e triviale si riferiva a chi fosse frocio e chi no (o chi ci stesse facendo un pensierino!). Poi chiede: se la domanda, ricorrente tra gli artisti di allora, riguardava le loro sessualità e come queste si rappresentavano nel - o influivano sul - loro lavoro, perché mai non ne dovremmo tenere conto mentre ne scriviamo la storia? E in effetti la cosa, posta così, a me sembra non fare una piega, visto che l’hardcore della storia e della critica d’arte, si poggia ancora su giudizi di gusto che intervengono nella definizione del valore di “qualcosa” che, comunque, è solo un prodotto collettivo della nostra cultura visiva.

(Francesco Ventrella)