STEFANO ISIDORO BIANCHI

Valerio Mannucci

Non so se conoscete Blow Up. No, non il film di Antonioni, parlo della rivista di musica. Quella che, per me e per molti altri, è stata allo stesso tempo una specie di bibbia e una fanzine, un testo di critica che non si trova all’università e una piacevole lettura nei momenti di svago; ma anche una fonte di riflessioni più o meno esistenziali e di alcuni scatti di rabbia quasi adolescenziali. Insomma, nel bene e nel male è stata, ed è tuttora, un punto di riferimento. Partita proprio come fanzine, Blow Up è diventata una delle riviste di musica contemporanea (non accademica) più amate e più criticate in Italia grazie soprattutto a Stefano Isidoro Bianchi che ne è direttore e fondatore. Egli incarna bene, col suo carattere, lo spirito della rivista. SIB, come spesso viene chiamato, è un personaggio controverso, caratterizzato da un’estrema lucidità critica e da un’instancabile voglia di confrontarsi. Gli ho posto un po’ di questioni che riguardano il suo lavoro. E’ evidente che Stefano ha le idee molto chiare, forse in certi casi addirittura un po’ troppo. D’altra parte, per fare un giornale ‘forte’ come Blow Up, si deve avere bene in mente dove si vuole arrivare. O almeno, dato che Stefano non crede nel futuro, si deve essere consapevoli di dove ci si trova nel istante in cui si decide di agire…

V: Partiamo dalle basi: perché hai deciso di fare una rivista di musica? Nel senso: perché di musica?
S: Perché amo molto la musica e perché era la più facile da fare da ‘decentrato’, cioè vivendo lontano dalle grandi città come vivo io.

S: In un’occasione hai detto di non ascoltare la musica per il piacere di ascoltarla, ma che lo fai per studiarla, capirla e per riflettere. Puoi approfondire questo discorso?
È chiaro che ascolto la musica perché mi piace farlo ma anche perché amo capirla, capirne i meccanismi socio-politici-economici, studiarla come ‘oggetto’ non solo artistico ma anche mediatico. Il piacere dell’ascolto è una cosa molto personale, esula dalla critica ‘pubblica’ della musica. Se ti poni come interlocutore di/con altri devi oltrepassare lo scoglio del ‘gusto personale’, altrimenti sei poco attendibile criticamente. Chiaramente questo non significa che non ci si debba portare dietro (e dentro) il proprio ‘amore per la musica’ ma che questo deve essere sempre filtrato da una preparazione culturale complessiva, possibilmente solida, che apra spazi ‘altri’ al di là del mero gusto personale. Credo che per fare critica della musica serva molto più una buona cultura generale che una buona cultura musicale.

V: Parliamo un attimo del progetto editoriale: rispetto a ciò che è stato e a ciò che è, quale futuro ti immagini per Blow up?
S: Non immagino alcun futuro. Come diceva la filosofa Moana Pozzi, “Vivi come se dovessi morire domani e pensa come se non dovessi morire mai”. Il passato e il futuro non esistono, sono solo proiezioni delle nostre paure.

V: Leggendoti si ha l’impressione che scrivere ti piaccia proprio, al di là dell’oggetto di studio. Quanto è importante quindi per te il rapporto fra letteratura e critica?
S: Fondamentale, se per ‘letteratura’ intendi la possibilità di comunicare, attraverso le parole, ‘senso’ che vada oltre le parole.

V: Parliamo invece di Blow Up dal punto di vista della formula editoriale mettendolo a confronto con Nero: Blow Up si trova in edicola, lo compri se lo conosci oppure se te lo consigliano. Nero lo trovi in giro ed è gratuito, quindi lo prendi comunque, perché in Italia tutto ciò che è gratis è guadagnato. Ti piacerebbe avere un interlocutore più eterogeneo?
S: Onestamente no. Visto che ciò che è gratis, come dici, è ‘guadagnato’ (e lo è anche in Danimarca e nel Ruanda, in ogni caso…), non mi stimola per niente l’idea di scrivere per qualcuno che mi legge (se mi legge) perché mi ha trovato gratis. È come parlare al vento: chi sta sotto non ti sente, chi sta davanti spesso è irritato. Ti piace Blow Up? Compralo. Non ti piace? Non comprarlo. Non è la filosofia del ‘meglio pochi ma buoni’ (ho sempre preferito il ‘meglio moltissimi e buonissimi’), è solo il piacere di vedere il tuo lavoro ripagato. E ‘ripagato’ significa ‘apprezzato’, aggettivo che ha la stessa radice etimologica di ‘prezzo’. Chi produce materiali ‘pubblici’ di qualunque tipo (culturali e non, anche se in realtà non fa alcuna differenza) e non ha un prezzo non esiste, nel senso che non ha un valore ‘oggettivabile’. È ovvio che si possono anche produrre materiali di grande qualità gratuitamente e avere lettori entusiasti. Ma alla fine dei conti il nostro mondo, anno 2005, è un mondo che utilizza solo il metro del denaro come parametro mercantile (non è stato sempre così, voglio dire; è così solo in epoca capitalistica) e quindi la prova della bontà di un prodotto sta solo nel prezzo che si è disposti a pagare per averlo. Senza questa prova l’esistenza è un’esistenza negata.

V: In un certo senso sono d’accordo, ma credo che molti preferirebbero vedere “la prova della bontà di un prodotto” scritta su una scatoletta di tonno più che su una rivista. Questa da te appena formulata potrebbe essere una specie di ideologia? E in generale hai mai avuto voglia e/o paura di chiuderti in un’ideologia?
S: Certo che no, non si tratta ovviamente di un’‘ideologia’ (ci mancherebbe altro che questo…). Sono stato a lungo ‘comunista’. È stato un bel sogno, ci ho creduto come ci hanno creduto diverse centinaia di milioni di persone. Il tempo, l’esperienza e lo studio poi ti fanno capire molte cose, soprattutto che tutto è sempre e comunque assolutamente relativo… Non rinnego nulla, è stato un bellissimo periodo della mia vita ma oggi non mi interessa più. Credo solo nella totale relatività di qualunque pensiero e idea. I sofisti avevano già capito tutto duemilatrecento anni fa e da allora il pensiero umano non ha fatto un minimo passo avanti. Per il tonno: non la considero affatto un’offesa, anzi. Blow Up (ma anche Nero, fidati) è un prodotto, esattamente come una scatoletta di carne. Non c’è alcuna differenza tra il piacere di un buon pasto e il piacere di una buona (spero) lettura. Servono entrambi a migliorare la qualità della vita. Mai disprezzare una bistecca alla fiorentina: oseresti forse preferirle un romanzo di Moravia?

V: Non so… Comunque, a parte tutto, siete stati accusati a volte di ‘arroganza intellettuale’ da parte dei vostri lettori, quindi da persone che credono nel vostro lavoro. Al contempo però il vostro valore critico non è mai stato messo seriamente in dubbio. Come vedi la questione?
S: Io credo che l’arroganza non esista. Esistono certamente comportamenti antipatici e distanti dal nostro sentire, ma riferendosi alla parola scritta l’arroganza è qualcosa che mi sfugge e quindi non riesco a viverla come critica. Quasi sempre si definiscono ‘arroganti’ argomentazioni, discorsi, testi, parole ai quali non si è in grado, non si riesce, non si può, non si è capaci di controbattere. Il discorso è però estremamente intrigante. Capiamoci innanzi tutto sul significato di ‘arroganza’ e facciamo degli esempi pratici…

V: L’arroganza è forse qualcosa che va oltre le argomentazioni e i discorsi in sè. L’arroganza (mista a presunzione) accompagna spesso il giusto, ma il bello è che non è sempre così. Non c’entrano la ragione e il torto, il battere e il controbattere. E’ una cosa molto intima. Una cosa che forse la conosce veramente solo chi la produce. Se pensi di essere meglio di un altro gli parlerai sempre in un certo modo…
S: Dici: “L’arroganza (mista a presunzione) accompagna spesso il giusto, ma il bello è che non è sempre così”. Il problema è che il ‘giusto’ non esiste: esistono opinioni con le quali siamo d’accordo o meno. Quelle con cui siamo d’accordo le riteniamo ‘giuste’, le altre ‘sbagliate’: ma non è affatto detto che altri la vedano allo stesso modo, anzi… Quindi il ‘giusto’ non esiste. Esistono diverse idee e diverse capacità di convincimento sugli altri che le nostre idee sono giuste. Quindi l’arroganza intesa come ‘atteggiamento di supposta (e supponente) superiorità’ è solo la risposta che diamo a ciò che non riusciamo a controbattere.

V: Al proposito mi viene da pensare alla rubrica di posta dei lettori di Blow Up o ai blog su Internet dove, fra i vari messaggi di compiacimento, saltano agli occhi alcuni sprazzi di ‘furia infamante’ (si fa per dire) nei confronti del vostro lavoro. Perché, secondo te, è così difficile accettare il lavoro di gente che produce idee ed immaginari forti?
S: Non riesco, certo non per mancanza di rispetto ma solo di tempo, a leggere i blog e quindi non so cosa dirti a proposito della ‘furia infamante’ (‘azz…) se non che ne sono onorato. Significa che Blow Up è, come dici, una rivista “che produce idee ed immaginari forti”, e questo ovviamente non può che farmi piacere. In generale non si accettano “idee ed immaginari forti” quando non se ne hanno di personali o di altrettanto forti. Tant’è che molte delle critiche che ci vengono rivolte riguardano certe stroncature ‘eccellenti’. I fan accettano raramente di vedere il proprio idolo smontato o ridimensionato; non accettano che si possa non amare quanto loro il gruppo Pinco o il chitarrista Pallino. Spesso, soprattutto nell’adolescenza, i musicisti sono proiezioni di un ‘io’ ancora in formazione, idealizzazioni quasi perfette delle più intime aspirazioni. Solo se l’idolo è morto queste proiezioni diventano perfette, ed è proprio da qui difatti che nasce la straordinaria messe di morti rock che hanno attraversato la storia della musica giovanile: il sacrificio è la più perfetta sublimazione del narcisismo adolescenziale.

V: Nella critica e nel giornalismo musicale c’è chi non ama l’uso smodato di riferimenti storici a gruppi e tendenze. Pensi che idealmente si potrebbe arrivare a trasmettere in modo completo il lavoro di un artista senza usare altro nome che il suo? E pensi che potrebbe essere un modo più ‘democratico’ di comunicare con i lettori?
S: No, anche perché la ‘comunicazione’ è tutto fuorché ‘democratica’. La comunicazione è violenza pura. La musica, poi, è un’arte di difficilissima traduzione a parole e fare riferimenti storici è la maniera più facile, comprensibile e rapida per introdurre chi legge al disco che si vuol descrivere. Altrimenti una recensione rischia di restare nel romanticismo sensistico-sensazionalista, dove piuttosto che parlare dello specifico musicale ci si aggrappa a fumanti vaghezze personalistiche. Se una nuova band si ispira ai Nirvana o magari li copia letteralmente mi pare logico e giusto scrivere che si ispira ai Nirvana o che li copia: chi legge capisce immediatamente di cosa si tratta. Scrivere di musica è un esercizio che richiede molto rispetto per chi legge perché è innanzi tutto un servizio (un ‘prodotto’, come dicevamo prima). Certo, se l’uso di riferimenti storici è smodato è evidente che il rischio che si corre è opposto: citare nomi e nomi, peggio ancora se sconosciuti ai più, senza dire nulla d’altro. Serve una linea mediana tra i due atteggiamenti: inquadrare il suono prodotto facendo anche esempi scolastici e poi entrare nello specifico del gruppo di cui si parla. E poi detestare l’uso di ‘riferimenti storici’ potrebbe rientrare nella casistica “non conosco i musicisti di cui parla questo recensore e quindi questo recensore è un arrogante perché mi fa piovere dal cielo cose con le quali non riesco a rapportarmi”. Casistica che peraltro è molto comune quando si dà dell’‘arrogante’ all’interlocutore, come dicevamo prima. Ma non si tratta di arroganza di chi scrive: è solo ignoranza (nel senso letterale di non conoscenza) di chi legge.

V: Capisco il tuo punto di vista. D’altra parte sul fatto che l’aggettivo ‘smodato’ delimiti il confine siamo d’accordo. Ma come la mettiamo col fatto che, come si dice , ‘non si nasce imparati’?
S: L’hai detto da solo: ‘non si nasce imparati’: e se ne deve esser consapevoli. Questo non significa però che l’interlocutore ‘non imparato’ debba abbassare la testa di fronte all’altro ma l’esatto contrario: capire che il punto non è ‘essere imparati’, non sta lì il succo della scrittura e della critica, altrimenti tutto si riduce a una banalissima e noiosa questione di ‘erudizione’. Ma argomentare in maniera diversa, capire che non è la conoscenza della band minore del 1979 a fare di te ‘uno bravo’ ma la capacità di interpretare, ‘leggere’, comprendere e ‘spiegare’ a chi ti legge una qualunque band, anche molto popolare, che conosci. Non ha importanza con quante donne o uomini vai a letto ma come fai l’amore.

(01/5)