The Populism Reader

Francesco Ventrella

Lars Bang Larsen, Cristina Rucupero, Nicolaus Schafhausen eds.

(Lukas & Sternberg, New York 2005, pp. 199, € 25.00)

Sebbene l’idea di questo reader nasca da un progetto espositivo dal titolo omonimo, che ha viaggiato tra Vilnius, Amsterdam, Oslo e Francoforte tra il 2005 e il 2006, il libro non è affatto un catalogo di mostra, ma un vero e proprio approfondimento, un altro strumento di lettura. Ci sono alcune mostre che hanno delle lunghe ricerche alle spalle, e ovviamente non mi riferisco alla ricerca degli “artisti giusti” che quadrino con il concetto-scatola su cui ruotano di solito le mostre, ma penso a delle ricerche scientifiche che da una parte cercano di immaginare il display migliore per elaborare l’idea della mostra, e dall’altra di produrre nuove conoscenze. La cosa, che sembrerebbe naturale, è invece molto rara nelle mostre istituzionali, ma se dietro ci sono istituzioni come il NIFCA (Nordic Institute for Contemporary Art) e il Frankfurter Kunstverein, dovremmo stare tranquilli: di solito per seguire i loro progetti bisogna impiegare del tempo, osservare, leggere. Merito del curatore? No, ma di un team internazionale e trans-disciplinare che ha condotto le ricerche: d’altro canto, non è vero che si studia da soli, ma le ricerche si ‘realizzano” solo quando vengono scambiate con gli altri. Ma se questo è il contesto in cui i testi del libro sono stati raccolti, devo ancora parlare dei testi veri e propri! Il concetto di reader è un po’ astruso per la cultura italiana: diciamo che un reader cerca di operare una sintesi delle idee elaborate attorno ad un tema, ma fa della parzialità il senso vero della sua pubblicazione. In questo caso attorno al concetto di populismo ruotano testi che hanno differenti localizzazioni: teorici, sociologi, attivisti, artisti, curatori... Ernesto Laclau dall’Inghilterra presenta un approccio di critica marxista, Chantal Mouffe affronta il problema delle politiche moraliste e del consenso in alcuni casi nazionali, Niels Werber snocciola le rappresentazioni e i linguaggi populisti... Dietro i testi, e soprattutto nelle intenzioni dei curatori e del team della ricerca, sta una diversa idea di pubblico, o meglio di pubblici a cui le rappresentazioni dell’arte contemporanea e della cultura visuale in genere si dovrebbero rivolgere. Nel complesso i saggi affrontano un problema scottante: se da una parte la cultura, soprattutto nelle politiche liberiste, è elitaria, il fatto che venga democratizzata non potrebbe, forse, comportare delle derive demagogiche? Ma come distanziare le politiche dell’accessibilità da un’attitudine populista? Le opere che ammiccano ai linguaggi popular (e penso ai videoclip, ai cori che cantano “tutti insieme appassionatamente”, ma anche ai filmmaker che fanno riferimento alla retorica del cinema classico, le post-produzioni che andavano tanto di moda qualche anno fa, per non parlare delle pratiche artistiche condivise...) sembrano condividere le loro strategie informative con i movimenti spontanei di sinistra, così come con quelli ultraconservatori di destra. Come risolvere questo paradosso? Che senso hanno i linguaggi “performati in nome della gente”? Insomma, qual è la differenza tra la cultura popular e populista (Simon Frith)? Il libro è pieno di domande, e questa è la cosa che lo rende più interessante e dinamico, perchè sono le domande che cambiano il modo di pensare delle persone, le domande che producono conoscenze alternative. Le risposte, dal canto loro, dovrebbero essere solo un passaggio temporaneo, un abbaglio che c’impedisce di mettere a fuoco la scena: le risposte che accreditano le nostre posizioni sono dei “germi populisti”.

(Francesco Ventrella)