"IF YOU CAN'T GET BEHIND THE NOISE, THEN GO FUCK YOURSELF".

Francesco Farabegoli

Tre secondi dopo avere attaccato gli amplificatori con una chitarra attaccata che inizia subito a buttar fuori feedback devastati, il batterista Pete Nolan inizia a picchiare sui tamburi e le due ragazze che assieme a lui compongono Magik Markers iniziano, più o meno, a suonare cose. Lea Quimby, basso, combatte in maniera molto primordiale con la batteria in un gioco molto affascinante di ritmiche continuamente perse e riprese al volo; Elisa Ambrogio canta e suona la chitarra, si agita attaccata all’amplificatore raccogliendo la chitarra e suonando cose a caso per un minuto. Poi si butta sulle prime file a picchiare qualche astante o a limonarci. La musica di Magik Markers non è molto altro oltre a questo: una serie infinita di topoi del rock’n’roll sparati fuori assolutamente a caso su di un formato pretestuoso ed insulso, vagamente freaky, che potrebbe essere riempito a piacimento della band anche pigliando da tutt’altra parte con gli strumenti staccati e magari qualche maschera azteca: non c’è nemmeno da dire che quel che conta è lo spettacolo, perché Magik Markers non si occupa nemmeno di questo. Un concerto di Magik Markers si defila con molta classe da parecchie delle problematiche che potrebbero rovinare i concerti di qualunque altra band, anche del loro giro (che è grossomodo il giro di gente fritta tra now wave, psichedelia e postfolk): se non hai voce non canti, se ti si rompe una corda suoni le altre, se ti si stacca l’amplificazione vai avanti battendo le mani intonando una lagna tribale o una ninnananna o quel che è. Tutto funziona sempre e solo alla perfezione, una volta che si è rapiti da quel genere di energia, e non è sempre facile se sei il gruppo sul palco. Ma si fa tutto, al mondo.

Magik Markers è una delle poche cose successe al rock’n’roll nell’ultimo quinquennio. La loro incidenza sul mercato, tra CDR e 12” in serie limitata, è meno che marginale, ma la voce si è sparsa a tal punto che non v’è All Tomorrows Parties in cui non facciano capolino. Merito anche, ovviamente, del loro nume tutelare Thurston Moore, che li sponsorizza attraverso Ecstatic Peace e non perde occasione per lodarne le qualità (non diversamente da quel che aveva fatto e continua a fare per Wolf Eyes). Ma al di là delle sponsorizzazioni c’è qualcosa di incredibile sotto.

Dacchè il rock’n’roll è il rock’n’roll, si sono avvicendati nelle piazze un sacco di falsi profeti. È come le storie sui farisei e i dottori della legge che leggi nel vangelo: ci mettono il becco e si fanno gli affari tuoi, ti dicono che rapporto devi avere con Dio e nel frattempo si riempiono pure le tasche. E così oggigiorno c’è un sacco di gente che pensa il rock’n’roll debba essere musica intelligente e viva, o quantomeno qualcosa che abbia a che fare con un concetto di evoluzione e/o che possa fare tesoro della propria esperienza: Lester Bangs aveva un altro concetto, ad esempio: un garage, una chitarra, sei birre. Ci sono modi diversi di vedere le cose, certamente: il postpunk aveva già affossato tutto quel che c’era da affossare riguardo alla rivoluzione, e certo come gruppo i Joy Division non erano male. Ma il punto, uno dei punti, è che se fai rock dovresti prenderti il disturbo di suonare al massimo volume possibile e con la massima foga possibile. Certo c’è più di questo, ma nella maggior parte dei casi la caratteristica primigenia della Bestia viene accantonata e dismessa, a favore di sovrastrutture autorigeneranti che hanno finito per riscrivere la storia del rock e farlo suonare come qualcosa da cui anche Clinton può non affrancarsi e rimanere comunque alla presidenza degli Stati Uniti. Magik Markers non è questo genere di gruppo, tutt’altro: si ciba di pura e semplice spontaneità, chiedendola anche al pubblico che ascolta… ed attacca gli amplificatori. Ma è difficile liquidare Elisa e soci con un semplice “così son buoni tutti”, per due sostanziali motivi. Il primo è che se fossero buoni tutti dovrebbero prendersi il disturbo di farlo, mentre pare non succedere. Il secondo è che la musica di Magik Markers, così come viene fuori dal vivo e come risalta da cose come For Lisa Lane o I Trust My Guitar, Etc., è un coacervo di idee che va ben oltre il nonsenso gratuito. Certo non di facile ascolto, e certo “non per tutti” (come la musica rock dev’essere), ma governata da una volontà di ferro che pare ammantare il tutto di un’oscurità priva di compromessi ben oltre le singolo velleità ed il controllo dei membri. Il lato B di I Trust My Guitar Etc, probabilmente finora il loro lavoro meglio distribuito (e già esaurito) parla chiaro: un muro di feedback che nel giro di pochi minuti riesce a diventare la base, magie percettive, e su cui si stendono strati di rumore degni del miglior periodo di Royal Trux. E via di questo passo. Dall’altra parte spinge il paragone, ormai consolidato e stra-citato, con l’epopea della no wave e in particolare Teenage Jesus & The Jerks, ma se Lydia Lunch rende isterica/irriverente/originale la propria musica a forza di personalità, Magik Markers annulla la propria personalità rapito dalla musica. Uno strano bisogno di autoconservazione, forse: mascherarsi dietro i propri feedback per non doversi mettere in campo come individui. Ma alla fine di ogni show tutti siamo salvi.

(01/3)