TUTTI INSIEME APPOSIONATAMENTE

Francesco Ventrella

Casa di Marco, guardando Tutti insieme appassionatamente: l’esonero di “Storia del Cinema” è tra due settimane.
Gabriele: Ma che c’avrà da strillare questa?
Marco: Ma come, Julie Andrews! Guardala che bella che è?
G: Bella… Bella lei, pare ‘na lella!
M: Aho’ se gossippava che stava con Carol Burnett. Dice che una volta, per fare uno scherzo al loro produttore, si sono fatte trovare che si baciavano nell’ascensore. Peccato che sul pianerottolo dell’albergo ad aspettare c’erano due turisti, invece del produttore e così la voce ha iniziato a girare.
G: Beh, non ce voleva mica tanto, guardala là co’sti cappelli?! Se non è una lella lei?!
M: Ma che dici, c’ha i capelli corti perché è una novizia, non vedi che stanno in convento?
Elisa: Appunto è lella: è una suora!
G: Oddio, se mettono di nuovo a strilla’!
Un problema come Mariaaaaa, un problema come mariaaaaaa….
G: Ma che dice sulla custodia del dvd?
«Austria, 1938. Novizia (Julie Andrews) diventa la governante della famiglia Von Trapp. S’innamora del barone vedovo (Christopher Plummer), si occupa dei sette pargoli, insegna loro a cantare e aiuta tutti a lasciare l’Austria invasa dai tedeschi e a passare in Svizzera. Tratto dal musical (1959) di Howard Lindsay e Russel Crouse, vinse 5 premi Oscar, tra cui miglior regia (Robert Wise). Le orecchiabili canzoni sono di Rodgers e Hammerstein».
G: E ‘sti marinaretti? Tiè, so’ sette come i Sette Nani! Ma che questa è la storia di Biancaneve?
M: Che non lo sai che le favole si ripetono tutte quante uguali, che c’hanno una struttura fissa? Bene contro male, una prova da superare, qualcuno da liberare e alla fine la ricostituzione dell’ordine iniziale. Oh, l’esame su Propp! C’hai la memoria delle mosche te?
M: Dai…Allora pure Biancaneve era lella? E il principe chi sarebbe, ‘sto sellerone in doppio petto?
G: Fregno! Ma che non te piace?
M: Scommetto che te piace…. Capirai… Ieri te sei infrattato co’n tappo!
E: Shhhhh! Il fatto che nei musical si vedano sempre dei matrimoni felici, però, è solo una presunzione dell’eterosessualità obbligata di queste sceneggiature. Ma se tu guardi da vicino come i musical sono strutturati, vedi che si aprono degli spazi per delle letture queer.
G: Eccola, mo’ inizia a parla’ difficile…
E: Ad esempio, il plot fisso è: ragazzo-incontra-ragazza (che poi si odiano e per questo sono destinati a stare assieme), ragazzo-prende-ragazza (perché si innamorano o perché uno dei due non resiste all’altro), ragazzo-perde-ragazza (perché uno dei due ha fatto qualche errore), ragazzo-riprende-ragazza (e la comunità riconosce il loro amore cantando tutti assieme una megacanzone a squarciagola). Questa è la struttura base dei musical americani della metà del Novecento, dove la ragazza è sempre predicato. Chissà perché?!
M: Oh, sembra la storia di Grease!
E: Infatti si! Ma in Grease diciamo che la boccolona d’oro non è poi così emancipata da cantare da sola. C’è il coro dei ragazzi e quello delle ragazze. Più eteronormativo di quello!
M: E pure omosociale, ché i ragazzi fanno gruppo con un solo obiettivo, conquistare le ragazze.
E: Guarda Julie Andrews, invece… è lei che conduce il coro, è lei che dà il LA e fa cantare tutti. Lei canta da sola! E’ lesbica e femminista.
G: Mamma mia quanto sei normativa!
E: NO!! Proprio il contrario, invece. Il personaggio di Maria decostruisce proprio quelle aspettative di genere che sono obbligate nella forma musical!
M: Si, però a dir la verità guardala com’è camp, con le braccia alzate che canta e fa piroette in mezzo alle montagne.
E: E mica camp vuol dire politiche delle identità? Camp, per me, è solo un genere commerciabile.
G: Ma che è là in mezzo alle montagne, Heidi?
E: Hai visto Gabriele, che fa letture intertestuali? Mica c’hai torto? Entrambi fanno parte del genere Bergfilm (film di montagna), in cui la montagna è il luogo della volkskultur, della purezza legata alla cultura nazionale, insomma.
M: Beh, “purezza della nazione”, mica sto film è poco poco fascio, allora?
E: Hollywood lo passò come antifascista, ma alla fine è solo un trasferimento di potere dall’ideologia nazionalista all’impero conquistato con i media e l’economia globale.
G: Ma pure Heidi è lella per voi?
E: Il barone Von Trapp è solo un aristocratico che eterosessualizza Maria con il matrimonio. In fondo, lei voleva solo stare con i bambini, era loro che voleva “sposare”. Mica c’aveva bisogno dello gnoccolone. E i bambini volevano stare con lei. Ma visto che è la fede cristiana che li salva nelle ultime scene, lui deve rimanere il pater familias e lei la moglie/mamma/casalinga/tata.
M: Infatti leggevo sulle dispense che nella prima parte del film lei canta molto di più da sola o con i bambini, mentre nella seconda, i suoi assolo si riducono e vengono rimpiazzati da von Trapp che dirige il coro, identificandosi nella struttura familiare.
E: Appunto: ma mica lo scrivono sulle dispense per palesare le discriminazioni di genere che si istituiscono attraverso questo cambiamento della struttura narrativa?! Più il suo ruolo viene eteronormato, più la possibilità di cantare da sola le viene ridotta.
G: Quindi alla fine lo vedi che a priori non è un personaggio lesbico il suo? E’ camp!
E: Senti, io, da spettatrice lesbica ti posso solo dire che la cosa che mi attrae è che il suo personaggio non è la mimesi di una femminilità già costruita rispetto alle aspettative del pubblico eteronormato. Che tipo di femminilità è la sua? A me sembra sui generis, tiè pure il latino! Almeno nella prima parte…. e poi in America e in Australia è un film culto della comunità lesbica. Che non vuol dire niente, ma significherà qualcosa, no? Ma poi vedi com’educa i bambini, non lo fa seguendo “le norme del padre”.
G: Comunque io mi prendo appunti…. non si sa mai all’esame.
E: Se vuoi ti presto Stacy Wolf, A Problem Like Maria. Gender and Sexuality in the American Musical… me l’ha fatto fotocopiare Cindy, quando è venuta a trovarmi.
G: Ma chi legge in inglese qua, oh?
E: Vabbè a conti fatti te stavo a di’ solo ciò che ho letto… tanto sta’ sicuro che nessuno ti darà spazio per parlare di queste cose all’esame. Ti pare che sia lecita la proiezione dei nostri desideri sulle rappresentazioni? Io sono lesbica e Maria recitata da Julie Andrews è molto lesbica per me. Perché? Non lo so proprio dire, ma vorrei dare ragione a questo mio desiderio.
M: E riunire il desiderio di lettura alla conoscenza dell’interpretazione.
E: Sentilo lui, il frocio femminista!
Ridono
G: Annamo’n po’?!
Caro Jesper,
Mi auguro che ti vada tutto bene e che il lavoro proceda, dato che la prima cosa che vorrei dirti è: non vedo l’ora di vedere il tuo nuovo film! Ho visto il tuo lavoro ad Helsinki, alla biennale del Museo Kiasma, e ho iniziato a pensarci un po’ su. Devo confessarti che faccio delle ricerche sui gender studies e quindi mi sono ritrovato molto facilmente a chiedermi se ciò che mi attraeva di più dei tuoi film erano i “temi” o i “personaggi”. L’attore che usi sempre, quello che canta, è un tuo alter ego? Poi sono stato a Rotterdam a luglio, dove al Witte de With ho visto di nuovo una selezione dei tuoi video all’interno della mostra Don Quijote, curata da Sophie (che conosco tramite Cecilia) e Schaffhausen. C’era un sacco di gente che cantava o suonava in quei lavori: Magical World di Johanna Billing, le canzoni dedicate alla natura di Richard T. Walker, i ritratti di Ten Men di Mark Raidpere… Da qui l’idea (desiderio) di scrivere un articolo nel prossimo numero di NERO. Il titolo è Tutti insieme appassionatamente (che è il titolo italiano della versione doppiata di The Sound of Music, 1965) e diciamo che la domanda principale è “Perché quei video in cui qualcuno o un gruppo cantano tutti insieme mi piacciono così tanto? E’ solo una moda o forse ha a che fare con la costruzione di un linguaggio? Può rappresentare un bisogno di coralità? Ma che tipo di coralità, allora? E in tali video il processo di significazione del visivo viene disabilitato dal suono della voce?”. Immagino che queste domande ti possano apparire un po’ teoriche e distaccate, ma queste sono le domande che pongo a me, mentre cerco di avvicinarmi al tuo lavoro, come a quello di Marinella Senatore, Johanna Billing, o ai video dei Tilly and the Wall. Credo solo che sia importante condividerne i presupposti. Quindi, non riceverai delle domande, come in un’intervista, ma questa prima e-mail è, secondo me, già un modo per mettere in scena un dialogo: tra me e te.
Hope you fancy it,
Francesco

La gelosia del padre. Rappresentazioni della mascolinità nei film di Jesper Just*

Introduzione
Il fine della mia analisi sul ciclo video di Jesper Just No Man is an Island I-II (2003-2004) è quello di riconoscere i campi semantici nei quali le rappresentazioni della mascolinità cercano di sovvertire l’ordine del padre (come ordine linguistico del filmico, in questo caso). L’oggetto della ricerca, nello specifico, riguarda l’uso della voce come dispositivo delle tecnologie del sé (Foucault) in rapporto all’immagine. Qual è il rapporto che intercorre tra la voce, il genere e l’immagine filmica? Come si strutturano le performance vocali all’interno della narrazione? E infine, qual è la posizione assunta dall’artista come narratore implicito rispetto al testo concluso dell’opera?
Le risposte vanno ricercate nell’armadio (in the colset) in cui si nasconde il narratore, e riguardano approssimativamente la capacità critico-teorica di fare delle ipotesi sull’identità di genere dell’autore/autrice anche rispetto ai mezzi e ai linguaggi da lui/lei utilizzati nel testo. Ma una tale inchiesta corrisponde ad una liceità etico-critica? Un ultimo aspetto, fondamentale negli studi di genere, riguarda la ricezione (da parte di un pubblico sessuato) del testo stesso. Ma se il testo viene assunto come “campo” medio tra il desiderio di lettura dello spettatore e quello di scrittura dell’autore, allora l’indagine sulla semiotica del testo filmico deve procedere in maniera nomadica, viaggiando dall’interno all’esterno del testo, de-territorializzando ogni possibile identificazione di genere (del discorso come del soggetto). Dopo un confronto intertestuale con degli antecedenti come The Beaver Trilogy di Trent Harris (1978-85) e Performance di Donald Cammell e Nicholas Roeg (1970), vorrei procedere, attraverso un approccio psicoanalitico, semiotico e femminista, all’analisi della destrutturazione dell’omosocialità nei personaggi costruiti all’interno del ciclo di Just, che avviene sul piano vocale-canoro, anziché visuale-filmico.
Cara Marinella,
ho fatto un esperimento. Ho cercato di far entrare la voce nella visione. Mi spiego: ho provato a far venire la mia voce – quella che racconta anche ora – da altrove. In questo altrove ho trovato altre persone, delle proiezioni, mascherate e transgeneri. La mia voce è venuta, e mentre veniva raccontava di voci che s’innestano sulla visone, deformandola. Non credi che oggi le immagini, piuttosto che illustrare dei testi scritti in precedenza, debbano “ritrarsi” un poco nei discorsi e nelle chiacchiere che facciamo partendo da esse? Tutto è nato perché non riuscivo a venire a capo delle strutture narrative del tuo ultimo film All the Things I Need (2006), e soprattutto dell’intreccio delle voci dei personaggi, del quale – come ti avevo detto – avrei voluto tracciare uno schema. Il tuo musical, come lo chiamano alcuni, secondo me parla un’altra lingua rispetto a quella del musical hollywoodiano. Non ne rispetta le strutture e, anche questa volta, sei riuscita a trasgredire i canoni di un genere. Ma la cosa che mi ha attratto maggiormente è che, a un certo punto, mi sono accorto che la storia non poteva essere che cantata. Solo la canzone, il rapporto tra l’assolo e il coro, avrebbero potuto accogliere quel narratore implicito che infesta tutto il film. Una volta parlavamo di montaggio… ricordo che sottolineavi come per te fosse la relazione tra gli oggetti a far scaturire i racconti. E adesso la ritrovo di fronte ad una voce che racconta una storia senza inizio né fine, dove lo sforzo maggiore mi sembra quello di creare uno spazio per la voce degli spettatori e delle spettatrici. Innanzitutto canticchiando o battendo i piedi sulle ritmiche, e poi cercando di assumere, di volta in volta, l’unica posizione che il tuo racconto sembra lasciare vacante: l’eco. Nella teoria della letteratura l’eco deriva dalla voce del narratore (sotto molti aspetti è la morale del racconto). Questo tuo racconto, invece, lascia quella posizione libera. Forse sono io l’eco del tuo racconto adesso… Mi sono lasciato trascinare da un altro principio: il desiderio di conoscere ha avuto la meglio sulla conoscenza del desiderio. Del resto, non sono le nostre pratiche (linguistiche) più importanti della loro teorizzazione? Tu scherzi sempre e dici che io vorrei fare l’ artista e io ti rispondo che forse un giorno prenderò la videocamera in mano… Ma sai cos’è? Che alle volte il desiderio che proiettiamo sulle opere o sulle immagini da cui siamo attratti (oggetti creati da qualcun’altro) è così forte che finiamo per imitarne lo stile. Nella continua ricerca della forma che cerchiamo di dare ai sensi, lo stile ritorna, non più come imitazione di un genere, ma come movimento del pensiero che ci porta a raccontare le cose. Una disposizione (a).
Carla Lonzi titolò la sua raccolta di interviste fatte agli artisti: Autoritratto (1969). Il suo sforzo lì è quello di ritrarsi attraverso le voci registrate degli artisti. Verso la chiusura della sua premessa scrive: «Cosa rimane adesso che ho perso questo ruolo all’interno dell’arte? Sono forse diventata artista? Posso rispondere: non sono più un’estranea. Se l’arte non è nelle mie risorse come creazione, lo è come creatività, come coscienza dell’arte nella disposizione al bene». Chissà qual è quel bene a cui si riferiva lei allora. Chissà dov’è ora. Mi piace immaginare che sia in quello spazio di eco che si ricava il desiderio del pubblico di guardare e prendere parte al racconto delle storie, dicendo: “Raccontami la mia storia”.

(01/3)