AMICI M.E.I.

Francesco de Figueiredo

L'ultimo atto

Anche quest’anno dopo appena quindici minuti mi rendo conto di avere fatto un viaggio a vuoto, di aver sbagliato posto, di aver nuovamente voluto immaginare un luogo che non esiste, e che probabilmente non è esistito mai. Per la quarta volta sono al M.E.I.. “Con calma francé, oramai siamo arrivati, almeno restiamo per un po’ di ore”, “va bene, ma perché ci sono tornato per la quarta volta? Come mai è pieno di persone? Perché nessuno sclera?”. Forse criticare il Meeting Delle Etichette Indipendenti è un po’ come sparare sulla Croce Rossa mi rispondo oggi, l’atteggiamento vincente alla fine è quello lassista, uno non ci va e smette di farsi venire il sangue amaro. Fatto sta che da dieci anni esiste a Faenza un evento che si dichiara palesemente luogo di incontro delle realtà indipendenti discografiche italiane, che la notizia passa sui telegiornali nazionali, che fra ignavi, complici, sognatori e testardi la fiera è piena. Non è la prima volta che mi passa per la mente di scrivere un articolo, ma ha sempre vinto un atteggiamento remissivo, vuoi perché non è di mio gradimento attaccare il lavoro altrui, vuoi perché a volte il dissenso personale rischia di cadere così fortemente nell’ovvietà che non ne vale proprio la pena. Ufficializzarlo però può servire, essere una spinta, speriamo, per un cambiamento radicale di rotta.
Ma procediamo per passi, innanzitutto forse è bene spiegare di che tipo di manifestazione stiamo parlando. Capitò che nel ‘97 un gruppo modenese affittò i due capannoni della Fiera di Faenza per una mostra del disco, era inverno o quasi. Capitò che gli spazi della fiera erano decisamente eccessivi per riempirli solamente di anticherie e sogni per testine. E allora l’idea di coinvolgere qualcuno con cui coesistere nei suddetti. Durante quel periodo c’era un gruppo di persone che organizzava in zona un festival di autoproduzioni, concerti di gruppi come C.S.I., Banda Bassotti, Gang, Aftehours, Bluvertigo e compagnia nostrana bella. Da lì l’idea di riunire le realtà indipendenti italiane con cui erano a contatto, per esporre, proporre, scambiare. Un paio di milioni di lire dall’associazione modenese e un amico bancario che sosteneva le spese per la stampa di un piccolo catalogo in cambio della pubblicazione del logo dell’istituto di credito. Ecco la prima edizione del Meeting delle Etichette Indipendenti, ecco tremila persone alla Fiera, in una domenica di novembre, nella oziosa Faenza.
L’idea funziona, l’entusiasmo è tanto, forse troppo, gli appoggi del settore - quello forte - ci sono. Dal 1997 al 2001 la crescita è esponenziale, un po’ di dati presi dal “Libretto Mosso del Mei”, edito da Zona: dal rappresentare il 3% del mercato al 15%, dai 30 espositori ai 150, si inizia con una dozzina di band dal vivo, si arriva a oltre 300. Il patrono della manifestazione è Giordano Sangiorgi, indubbiamente un tipo sveglio e motivato, capace di sostenere il peso e soprattutto, di crearsi delle prospettive ambiziose, politiche e di consenso. Da che era partita con alcuni amici ed estemporanea, la prima edizione regge, confermando in automatico sé stessa per l’anno successivo. Così per quanto sfaccettato nella sua moltitudine e bulimico nella sua gestione, il M.E.I. comincia a tenere una linea di condotta chiara, e che si muove su vari livelli. La struttura della Fiera è divisa in zone, in tre di esse ci sono gli stand e alcuni showcase, in un altro paio passano in rassegna le band, infine quella adibita ai congressi, dove si tengono convegni, incontri, si discute, si stringono le mani, si premia. Per farsi un’idea della gestione, quindi, occorre tenere in considerazione due comparti generici, quello di base, composto dagli stand e dalle band convogliate alla fiera, e quello per gli addetti ai lavori, in un certo senso quello politico. Per il primo comparto, si è deciso di affittare gli spazi con due linee di spesa, in due capannoni gli stand veri e propri, il prezzo per due giorni, per quanto mi è dato sapere, si aggirava quest’anno attorno ai 500 euro per circa tre metri per due (l’anno scorso erano 350), e nel quarto capannone i banchetti, alla cifra più modica di 120 euro circa.
Arriviamo così al primo nodo, girando ossessivamente la fiera mi sono fatto un’idea fondamentale: col tempo, le defezioni da parte del settore indipendente (parola ostica e contraddittoria per natura, ma funzionale) sono aumentate a dismisura. Innanzitutto è bene distinguere, farsi un’idea chiara e forte: ci sono le piccole etichette che aspirano ad essere major, altre che non riescono ad entrare nei circuiti distributivi nazionali, altre incapaci, altre che tutto si può dire tranne che propongano artisti lontani dall’insieme dei codici consolidati, poi le indipendenti, per forma, scelte e contenuti. E’ assai probabile che queste defezioni siano dovute prevalentemente a due fattori: il costo, difficilmente sostenibile o ammortabile all’interno della fiera, e la poca rappresentanza reale del settore. L’anno scorso la Sony aveva comprato una moltitudine di stand contigui, quest’anno lo ha fatto la SIAE, poi manca solo lo stand degli ortofrutticoli per completare gli ospiti esterni: service tecnici, mercanti di mixer e amplificatori, salette romagnole, abbigliamento finto-punk, e etichette assai improbabili. Ci sono anche testate di settore storiche e novizie, case editrici più o meno in forma, venditori di dischi, e alcune etichette coraggiose per lo più sparse nella zona banchetti.
Per la sezione dei live, il direttivo ha intelligentemente creato il MEIFEST, che funziona da filtro per setacciare ciò che passa nei piccoli festival sparsi in giro per l’Italia. Lo strumento è ottimo, i festival - che aderiscono all’iniziativa e sottoscrivono una piccola quota - si connettono ad una rete in cambio della promozione del meeting di Faenza durante il loro svolgimento, infine presentano i propri vincitori al M.E.I.. Il problema però, nonostante la snellezza dell’imbuto, è che non si può certo pensare ai festival come fonte unica di proposta emergente, e non vorrei sembrare ostile, ma è pur vero che le ossa un gruppo se le fa muovendo i passi nel sotterraneo e nei piccoli club, non partecipando ai festival provinciali o regionali che siano. A malincuore quindi devo essere sincero, di quello che ho sentito in quattro edizioni ho trovato ben poco di interessante, innovativo, personale. Chi conosce un minimo la qualità dei festival provinciali su territorio italiano potrà convenire con me che quello non è un luogo dove cercare, almeno in linee generiche. Quello che ci vorrebbe è una direzione artistica giovane, competente, attenta. Prendiamo la line-up del festival, in questo caso la gerontocrazia e la totale sconnessione da quel poco che passa di buono sul territorio nazionale è totale. L’happening di quest’anno è stato il concerto di Gianna Nannini, e poi Pupo, gli Avion Travel, gli Zero Assoluto. Lo stillicidio diventa ancora più fastidioso con la questione dei premi e degli special guests intervenuti in questi anni, allora: Gianni Morandi, Articolo 31, Ligabue, Claudio Baglioni (che nemmeno c’è andato a ricevere il premio), I Nomadi, Enrico Ruggeri, Jovanotti, Loredana Bertè, e molti altri. Nel frattempo un losco figuro chiamato Red (tinto) Ronnie si aggira pieno di sé chiacchierando fra gli stand...
C’è da dire che non tutti gli inviti e i premi sono stati assegnati in questo modo, ma la presenza di personaggi paleolitici o inutilmente popolari è così fuori luogo da stringere lo stomaco, si va ben oltre l’ossimoro, e il buono passa in secondo piano. Continuando con gli esempi, se un po’ di tempo avevo provato piacere sapendo che alcune associazioni di questo giro (in testa l’Audiocoop, nata nel 2001 proprio dai gestori del M.E.I.) proponevano a Prodi una “Legge per la Musica”, quest’anno il piacere è stato eclissato da uno degli obiettivi del 2006: far promettere a Pippo Baudo di tenere conto delle indies al festival di Sanremo. Oltretutto credo ci siano riusciti, esultiamo tutti.
Insomma è così palese dire che questa non dovrebbe essere la linea di condotta di una manifestazione del genere che spendere parole ulteriori sarebbe raffinato, come dire che non esistono più le mezze stagioni, o che la pizza di Napoli è buona. La direzione o ha perso il senno della ragione o ha in testa qualcosa che non si chiama Meeting Delle Etichette Indipendenti, o nel caso più complesso e rischioso è veramente convinta che questa sia la linea da seguire per incentivare un mercato altro, o alternativo se vi piace la parola. Credo sia proprio questo il caso, lo si capisce bazzicando la zona dei convegni, in cui gli over-cinquanta la fanno da padrone, in cui si aspira a diventare rappresentanti unici di una realtà ben più dinamica e sfaccettata, in cui contano le comparsate istituzionali dello Sgarbi di turno o del Ministro più oscuro della sinistra, la Melandri. Ora, teoricamente, a queste critiche si potrebbero associare riflessioni sull’analisi strutturale del mercato indipendente, sulle sue dinamiche, proporre spunti novizi al direttivo del M.E.I., offrirsi come interlocutore disponibile. Ma purtroppo non credo sia questa la sede, perché a malincuore, e dopo tanta pazienza bisogna ammetterlo, c’è una appropriazione linguistica indebita, il meeting delle indipendenti non esiste.

(01/2)