CENTO ANNI DI CINEMA FILIPPINO...E IL MONDO VA SEMPRE PEGGIO

Antonio Pezzuto

Avevo proposto a Nero un pezzo sul cinema filippino, anche se in questi ultimissimi anni è diventato un po’ troppo di moda occuparsene, e le mode - si sa - non vanno mai assecondate, altrimenti si corre il rischio di ritrovarsi in retroguardia, pensando all’esistente e non a quello che esistente ancora non è.
Ma mi sentivo abbastanza tranquillo, con la coscienza a posto: la prima volta che mi sono occupato di cinema filippino (o meglio che il cinema filippino si è occupato di me) è stato sei o sette anni fa, Lino Brocka era già morto, e una amica mi aveva chiesto un aiuto per una rassegna a Massenzio, e forse scrissi anche un pezzo, oggi perso a causa dell’Alzhaimer di un vecchio computer, che ha voluto ribadirmi che nulla è per sempre, e che tutto si deteriora.
Ed ero abbastanza tranquillo, anche perché - oggi come allora - il cinema filippino mi intriga, più che per la qualità etica od estetica delle singole opere, per l’idea che avevo delle Filippine, intese come enclave religioso, strenuamente arroccate sulla difensiva, una nazione che, nonostante le mille invasioni e le svariate colonizzazioni, restava fortemente cattolica, ma circondata da protestanti americani, scintoisti giapponesi, mussulmani indonesiani, induisti indiani e dai cinesi, che erano e sono comunisti, atei e tanti.
Un nazione con un cinema che proviene da questa enclave, quindi, ibrido bastardo ed eternamente conflittuale, contro l’esterno e contro l’interno, perché quando si comincia a lottare non la si smette più e perché Marcos, e gli altri dittatori, che lo hanno seguito o preceduto, erano veramente persone contro le quali si poteva solo lottare, come appunto lottava Lino Brocka, che era già morto a quei tempi, in un mai chiarito incidente automobilistico.
Enclave, religione, conflittualità ed identità: il cinema filippino era come il cinema svizzero, ed io in quegli anni in Svizzera ci andavo spesso, e questo mi rendeva quelle terre lontane un po’ più vicine, anche se il cinema ginevrino era molto meno ribelle. Lì ci sono i soldi, ed i soldi, si sa, ammorbidiscono le coscienze.
E poi c’erano altre cose. Alcuni film (qualcuno, non certo tutti) sono proprio belli e divertenti, visionari e violenti come quasi qualsiasi film proveniente dall’estremo oriente, ma in più quei film erano centrali rispetto alla società. Attraverso i film ed il cinema, cioè, si produceva consenso e attraverso il cinema si producevano idee che avevano una reale ricaduta sul sociale. Era il cinema lo strumento sovrano attraverso il quale si capivano le dinamiche delle Filippine. Un ruolo, questo del cinema, che in Europa - così come negli Stati Uniti - non è più.
In altre parole, oggi si discute ovunque sulla morte del cinema, che non vuole dire la morte delle opere cinematografiche, che sono ancora spesso belle, interessanti e richiamano grandi folle, ma si vuole dire che attraverso il cinema non si riesce più a comprendere il contemporaneo (quello che ancora non è moda ma lo diventerà presto), che non esiste più la possibilità - attraverso i film - di alimentare e costruire un immaginario condiviso. La nostra visione e la nostra cultura è troppo parcellizzata, facciamo zapping, andiamo su You-Tube, guardiamo i filmini in digitale, i filmoni in pellicola. I percorsi sono tutti individuali. Le strade del sapere sono viottoli e non più viali. E si cammina affianco solo ai nostri amici, alle nostre piccole comunità. La visione è parcellizzata, la società è parcellizzata.
Dice l’antropologo Massimo Canevacci: “Tutto cambia radicalmente negli ultimi anni e sta cambiando in modo così profondo sotto i nostri occhi che, a mio avviso, non è più possibile utilizzare il concetto che ancora adesso alcuni usano di immaginario collettivo (rispetto al cinema): concetto che era già problematico all’epoca, ma che certamente qui ed ora non è più una categoria utilizzabile per capire il tipo di rapporto tra audience ed attore. Se non c’è l’immaginario collettivo è perché questa funzione, questa evocazione di un ideale dell’Io che lo spettatore, in quanto pubblico unificato, tentava di praticare o persino raggiungere nella sua pragmatica quotidiana e che ritrasferiva nel grande attore, è crollata”. E finalmente, aggiungiamo noi. L’illusione di questo immaginario collettivo, comune a tutti come comune a tutti era il diritto naturale di romana memoria, è stata una scusa per classificare e catalogare le idee, per creare una illusione di identità. Quello che è fuori da questo immaginario non è cultura. Non ha valore, è marginale e può essere sacrificato. Possiamo sacrificarlo.
E naturalmente oggi anche nelle Filippine tutto questo sta succedendo, ma procediamo con ordine.
Le Filippine erano nazione nella quale c’erano più cinema che chiese, ma anche e soprattutto nazione nella quale i grandi attori erano la figlia di Marcos o diventavano candidati alla presidenza della Repubblica. Come Reagan e Schwarzenegger. Nelle elezioni del 2004 a sfidare il presidente Gloria Macapagal Arroyo, si è presentato Fernando Poe jr, il Re del cinema filippino, sostenuto a sua volta dall’ex presidente Joseph Estrada, attualmente sotto processo per corruzione, anche lui attore notissimo, in grado di farsi fotografare con mitra in mano puntato verso l’obiettivo del fotografo, e non si era in grado di capire se si fosse davanti ad una foto di scena o ad una dichiarazione politica. Fernando Poe Jr. non era un politico, era semplicemente un eroe popolare e le sue gesta non erano nemmeno le sue. Erano quelle dei personaggi da lui interpretati. Rappresentava la possibilità di trasformare il sogno in realtà. Evocava l’ideale dell’Io. Dallo schermo alla vita, rosa e purpureo anche se non cairota, il super eroe senza poteri, Batman, la persona qualunque che si trova a dover fronteggiare i cattivi e che riusciva a vincere. La storia terminò poi bruscamente il 14 dicembre 2004, con la sua morte per infarto. Centinaia di migliaia di persone parteciparono ai funerali.
Più cinema che chiese, quindi, ed attrici che erano belle non perché avessero grandi seni e gambe tornite, ma per la lunghezza dl naso, perché è sul naso che si calcola il fascino di una donna, e per questo i primissimi piani di profilo abbondavano ed erano ovunque, ed è sul naso ed anche sul pallore che si misura il fascino di una donna, perchè i più bianchi e con i nasi più pronunciati sono quelli con sangue spagnolo, e quindi i più ricchi, perchè più si è ricchi e più si è belli, ed anche oggi è così, perchè i più bianchi sono quelli che si mischiano ai commercianti ricchi e cinesi. E queste donne ricche e col naso grande sono nei film di tutti quelli che erano e sono considerati i grandi del cinema filippino: Ishmael Bernal, Eddie Romero, Mike De Leon, e centinaia di altri, tra cui Manuel Conde e Lou Salvador, i registi di Gengis Khan e di pochissimi altri film, ma i primi a rappresentare - proprio grazie alla storia del conquistatore mongolo - l’arcipelago ad un festival internazionale, Venezia, per la precisione.
Centinaia, di film, registi attrici e attori. Tra di loro il più famoso - in Europa - Lino Brocka. Serge Daney nel 1981 così scriveva: «Ultrarapido, di una vitalità feroce, inclassificabile, questo piccolo uomo si trova esattamente nel cuore del suo paese. Le contraddizioni della cultura e del cinema filippino, lui le conosce tutte, le vive tutte. Brocka non è un eroe solitario dell’arte del saggio, è un personaggio pubblico, marginale “esposto”, calunniato e protetto dalla fama che sta nascendo all’estero. In lui c’è qualcosa di pasoliniano: il rispetto per la cultura “bassa”, l’emozione di fronte alla bellezza dei corpi, la volontà di sezionare per quanto possibile il legame sociale di cui questi corpi sono l’emblema».
E al suo fianco - o contro di lui - tutti gli altri.
Il cinema filippino era facile da definire: “una ragazza corre per una foresta seguita da un bruto” ed è da qui che poi nasceranno i cosiddetti film bomba, primi vagiti del cinema erotico (e poi hard). Si vedeva poco, in questi film, ma tutti li hanno girati, con forme, finalità e idee diverse. L’erotismo, nella bigotta società filippina si esplicita, e si esplicita coinvolgendo ricchi e poveri, figli, madri nonne e registi. Una sequela di storie deliranti, anche nella sterminata filmografia di Brocka si trova la storia di un Macho dancer che arriva a Manila e si fa cospargere il corpo di schiuma. Jeturian, un altro dei grandi, racconta di due donne, una madre ed una figlia violentate dal padre/nonno e poi violentate di nuovo dai registi che stanno girando questo film, perché anche quando si realizzano i film bomba ciò che sta dietro la macchina da presa ha uguale importanza di ciò che sta davanti. Non possiamo parlare di altro se non parliamo prima di tutto di noi stessi. E i film bomba continuano, fino a Prosti, di Erik Matti, che narrando di una ragazzina prostituta, parte dalla situazione disperata dei diseredati, per poi perdersi nel corpo della ragazzina, spogliandola e dimenticandosi – letteralmente - di raccontare il finale della storia.
Finisce invece la storia Brocka, nel 1991, bruscamente a bordo di un auto, l’anno dell’eruzione del Pinatubo, a cinquantadue anni. Al potere non c’era più Marcos, ma la democratica Cory Aquino. Le Filippine stavano cambiando, o meglio, sono cambiate. Il vero essere cambia sempre.
Non più enclave. Il conflitto religioso le sconvolge, non che fossero mai state una nazione tranquilla, le Filippine. Fin dagli anni Settanta c’erano le ribellioni dei comunisti e dei mussulmani separatisti, ma oggi ci sono quelli ancora più cattivi, i guerriglieri del Abu Sayyaf (“Padre della spada”), sostenuti dalla rete internazionale dell’integralismo islamico, che persegue il disegno di radicale islamizzazione dell’isola sul modello dell’Afghanistan dei Talebani iconoclasti, quelli, per intenderci, che hanno fatto saltare i Buddah. Loro nel Paese dove il Presidente è un attore, dove prima c’erano più cinema che chiese ed oggi più dvd che ostie, loro che, soprattutto, stanno nell’Isola di Mindanao.
Strana isola, Mindanao. L’unica che non fu evangelizzata dagli spagnoli, con un vulcano attivo che la domina. E narra la leggenda che proprio in questa isola, tanti anni fa, Lino Brocka andò, e lui, omosessuale, e pazzo in preda ad una crisi di identità sessuale, si baciò con molte donne della piccola isola, e da questi baci nacquero quattro ragazzini: Lav Diaz, Kahvn de la Cruz, John Torres e Roxlee, ragazzini che una volta diventati uomini si incontrarono e diedero vita al gruppo rock The Brockas, e in seguito, presero in mano le videocamere, si aggirarono per metropoli e campagne, iniziando a riprendere uomini e uomini che cantavano, facendoli camminare o strisciare per le strade, dando vita a quella che è stata definita la rinascita del cinema filippino. Non più quindi ragazzine che corrono per i boschi, ma uomini che si aggirano per le strade, cantando canzoni popolari. Il nuovo cinema filippino, rigorosamente indipendente e digitale, ormai lo si vede dovunque, iniziò il festival di Rotterdam, poi arrivarono a Pesaro (al festival di Pesaro), Khavn de la Cruz, soprattutto, capelli gialli, magliette astruse, tantissime idee e tantissimi film, un sito internet (www.kamiasroad.com) e il decalogo del perfetto regista indipendente. E dopo Cannes, Venezia, Roma e Torino. Le Filippine esplodono, l’enclave si sta sbriciolando.
Loro, brutti, cattivi e poveri vengono dalla terra che Imelda Marcos ha definito la terra della verità, della bontà e della bellezza, e pensano, girano e scrivono, di cinema e quindi di tutto. Da loro arrivano le direttive fondamentali per essere artisti oggi. Nei suoi scritti Khavn spiega che non c’è bisogno di nemmeno dieci minuti per imparare a fare film, non ci sono scuole che possono insegnartelo. Se vuoi fare un film fallo, non cercare scuse. Se non vuoi farlo non farlo. Nessuno ti obbliga. E per il materiale nessun problema. Hai già quello che ti serve, e se non ce l’hai compralo, e se non hai i soldi per comprarlo fattelo prestare e se nessun te lo presta, allora vuol dire che è materiale di cui non hai bisogno. Uguale per le storie. Fai le storie che vuoi vedere, e se non le hai nella tua testa vai in giro e fattele raccontare. O non scrivere la sceneggiatura o scrivila e non usarla. Puoi fare quello che vuoi. È il tuo film. Per attori usa i tuoi amici e parenti o usa animali o oggetti, per le location trasforma il bagno di casa tua in un deserto venusiano. Puoi fare quello che vuoi. È il tuo film. Chiedi per la musica se non sei in grado di farla da solo. Non montare se pensi di non essere in grado di farlo. Sei libero. Te lo dice Khavn de la Cruz, che vive a Mindanao, dove ci sono gli iconoclasti, dove c’è una guerra civile e non ci sono soldi. Sii te stesso e nessuna paura. Una sola cosa ti si chiede. Quando l’hai finito, invitaci a vederlo, il tuo film.
Ossia crea le tue immagini, vedi le tue immagini e faccele vedere. Il cinema è morto, noi siamo più vivi che mai.