JUSTIN BENNETT & BRENDON LABELLE TALKING

Quello che segue è il condensato di uno scambio di email (piuttosto dilatato) fra Justin Bennett e Brandon LaBelle. Dopo avergli chiesto di improvvisare una corrispondenza gli abbiamo chiesto di editarla come meglio pensavano. Ne è uscita una conversazione senza inizio nè fine, più simile alla fotografia di un incontro che ad un’intervista. Entrambi sono artisti che lavorano col suono, entrambi hanno una formazione musicale alle spalle, ma tutti e due hanno deciso, in modi diversi, di proseguire il proprio discorso non più all’interno del circuito prettamente musicale, quanto in quello più ampio delle arti visive e della performance. LaBelle è americano, ma vive in Danimarca, e oltre ad essere artista e musicista è scrittore, saggista e teorico, mentre Bennett, inglese ma olandese d’adozione, è anche disegnatore, fotografo e fondatore del gruppo di elettroacustica improvvisata Bmb.con. La conversazione ha avuto luogo fra la fine del 2005 e l’inizio del 2006. Fate conto che fra una domanda e una risposta ci possono essere state anche alcune settimane di intervallo, il che spiegherà forse l’apparente distanza fra domanda e risposta e la modalità “per punti” di molte delle risposte. Ovviamente li ringrazio. Valerio Mannucci

Justin:
Ciao Brandon,
Stavo pensando che entrambi eravamo dei batteristi nelle nostre precedenti vite. Forse lo siamo ancora? Per me c’è un link ben definito fra la percussione e il mio modo di trattare il suono oggi, un approccio fisico, una particolare sensibilità per i materiali e per il modo in cui si traducono in materia sonora. O (come direbbe il mio ex istruttore di percussioni, che era buddista) nella convinzione che il suono di un oggetto sia, di fatto, la sua forma che si manifesta nelle vibrazioni.

E poi anche (e sto pensando ad alcuni tuoi lavori) nella sensibilità per la consistenza, per la trama del suono, quasi fosse una superficie su cui poter strofinare le mani…

Brandon:
Si, in effetti suonare la batteria ha avuto, su di me, un effetto piuttosto duraturo. Al momento sento di lavorare, almeno in una certa misura, ancora secondo la lezione imparata quando ero batterista; soprattutto, come dici tu, nel rapporto con la materialità degli oggetti e del suono, ma anche nella volontà di comprendere lo spazio in cui lavoro. Mi interessa il modo in cui la percussione può trasformare uno spazio e un particolare evento sociale in qualcosa di realmente dinamico.
Questo approccio corporeo di cui parli crea, inoltre, una sensibilità generica verso i corpi e i ritmi che essi generano, in accordo con un movimento più ampio dello spazio e delle sue rappresentazioni. Ma forse siamo finiti a parlare di una strana forma di coreografia...?

Justin:
Ciao, scusa ma sono stato molto occupato nell’allestimento di uno show all’Aia. E fino a quel momento sono stato molto occupato a pensarlo... Ho esposto alcune cose nuove: un lavoro che raccoglieva 24 ore di soundscape urbani compressi in 12 minuti, e varie combinazioni di immagini e suoni. Uno dei vecchi lavori invece era il video “Resonant System” che di fatto è un pezzo di percussioni. Tutti i suoni sono fatti colpendo un disco metallico e poi facendolo risuonare in vari oggetti, o nelle mani. Ero preoccupato che apparisse completamente diverso dai nuovi lavori, ma credo che invece si sia inserito bene. E’ bello avere qualcosa che è molto umano, musicale e diretto in uno show dove moltissimi suoni sarebbero potuti essere (ma non lo sono stati) di origine elettronica.

A proposito della coreografia, si, credo che comporre suoni per uno spazio sia più vicino alla coreografia che alla composizione musicale (ma devo confessare allora di non sapere molto a proposito della coreografia!!). Specialmente in alcuni miei pezzi, che sono più o meno algoritmici, ho creato un sistema che muove i suoni, quasi che loro stessi avessero dei ‘comportamenti’. Mi piace sentire gruppi di persone (o di altri animali) che emettono suoni, mi piace come il ritmo emerga e poi scompaia, o come le forma e la consistenza del suono e del ritmo crescano. Questo appare soprattutto durante le dimostrazioni o i grandi eventi, le parate delle bande in marcia, i carnevali, ecc. Mi pare che c’è una frase di Xenakis in cui si parla delle masse di persone che si muovono applicata all’idea di composizione del suono...(la troverò e la disseppellirò..)

Comunque, un po’ di tempo fa mi stavi parlando di un’idea per un’installazione ‘in movimento’...
Brandon:
Piacere di sentirti, Justin, e di sentire che il lavoro procede bene..

Si, posso provare a spiegarti questa idea ed anche, in senso più generico, l’idea del movimento del suono attraverso uno spazio o del problema dei corpi (o animali!) e dei loro movimenti nell’atto di occupare e quindi definire uno spazio. Tu mi sembri molto preso dal suono come elemento legato a locations definite, e anche dall’idea che queste locations, con i rispettivi suoni, siano sempre parte di una condizione o di una realtà più grande. Mi chiedo se lo spostamento della tecnologia verso l’interattività, o più direttamente verso i sistemi interattivi, porti realmente l’intera nozione di composizione a questo livello che tu hai chiamato di ‘comportamento’: per me comporre non è tanto focalizzare sul suono nel suo relazionarsi con se stesso, quanto nel momento in cui esso comincia a condurre una conversazione con le persone. Le ‘istallazioni in movimento’ su cui stavo lavorando sono quasi finite. Abbiamo deciso di costruire il sistema interattivo con web-cam e altoparlanti senza fili, così le persone possono spostare questi altoparlanti-scultura nello spazio (assomigliano un po’ a dei grossi volatili molto colorati!!) e facendo questo attivano una trasformazione nel suono che stanno trasportando. Mi piace quest’idea di qualcosa di molto tangibile e concreto che le persone tengono nelle loro mani, e devono averne cura in modo molto primario, un po’ come il tuo ‘Resonant System’ (e forse così torniamo alle percussioni...) Facendo questo gesto le persone sono immerse in una struttura piuttosto immateriale ed elusiva di informazioni digitali.

Mi chiedo che conseguenze abbia sull’ascolto? Che tipo di ascolto è questo?

Justin:
La tua installazione sembra molto bella nelle foto. E’ quella delle sculture? Mi stavo chiedendo: c’è in questo lavoro una concreta relazione fra il posizionamento delle sculture e il suono - come una specie di partitura spaziale - o c’è una relazione più complessa che intercorre fra gli elementi stessi?

Ascoltare e muovere i pezzi, posso immaginare, si... diventa una specie di ascolto corporeo.

Mi piace questa idea dell’ascoltatore immerso nella ‘partitura’ allo stesso modo che nel suono. In alcuni lavori fortemente spaziali e in stile psico-acustico come quelli di Michael Brewester, Maryanne Amacher o Alvin Lucier, ti capita di avere la sensazione che la struttura del lavoro esista nello spazio e che tu possa quasi giocare con il lavoro in sé, muovendoti intorno (anche con Neuhaus, quando lo riesci a sentire!). Penso poi alle composizioni per auricolari di Christina Kubisch. Se aggiungi alcuni meccanismi che acuiscono la percezione e il feedback sensoriale, allora quest’effetto si amplifica ancora.

Una qualche forma di ‘ascolto navigazionale’?

Tornando ai suoni che hanno comportamenti... questa cosa diventa importante quando smetti di lavorare con i suoni come eventi o note, e inizi a lavorare con i flussi, le texture, le forme. Se lavori con composizioni stratificate, costituite da frammenti o granuli, allora il controllo nota-a-nota diventa impossibile e qualche altro tipo di controllo si rende necessario, possa esso essere gerarchico o un qualsiasi modello auto-comportamentale o auto-organizzato. D’altra parte questa è tutta roba algoritmica, pensa invece se i suoni fossero in grado di sentirsi gli uni con gli altri, come le creature.
Che tipo di suoni producono le tue sculture? Sono come degli uccelli che si chiamano a vicenda?

Brandon:
L’installazione nelle foto è quella delle sculture di cui parlavo prima: ogni scultura ha le ruote e contiene un altoparlante senza fili; sono tutte controllate da due web-cam, così quando i visitatori entrano e muovono le sculture, l’output audio cambia. I cambiamenti sono relativi allo spostamento dalla loro posizione ‘base’, che a grandi linee è quella di una scultura per ogni lato della stanza. Più si allontanano dalla posizione di partenza, più radicalmente il loro suono viene cambiato. Dalla registrazione pura, non processata, verso una più densa o più modulata e ‘tonale’. Ci sono quindi almeno due assi che dividono la stanza, lungo i quali l’elaborazione del suono prende forma, e poi c’è una piccola parte dell’elaborazione che si appoggia ad elementi casuali, per rendere più interessante il tutto. Credo che, in un certo senso, tutto questo agisca bene nello sviluppare una specie di campo di sensibilità, sebbene l’installazione sia in qualche modo più ‘goffa’ di quelle di Neuhaus o di Lucier. Queste ultime vivono attraverso le sculture: i suoni sono decisamente contenuti all’interno delle scatole per slegarli dal modo in cui opererebbero nell’aria. Ma la tua battutta sull’ “ascolto navigazionale” è interessante, essere immersi in una partitura musicale insieme al suono... E anche la questione delle differenze che ne escono, lo spostamento dalle note ai flussi, cosa che, per esempio, hanno detto dei miei lavori: dall’espressione all’emissione. Tutto questo sembra introdurre una differente nozione di fruizione del lavoro, dal momento in cui non porta a nessun crescendo finale, ma si ‘siede’ lì, nello spazio, come fosse un’esperienza..

I suoni che ho usato in questa installazione sono suoni basati su un workshop che ho fatto con dei bambini, costruendo piccoli dispositivi sonori e registrandoli: shaker e rattlers, texture delicate e twacks percussivi. I suoni sono poi stati associati ad ogni singola scultura, dandogli uno specifico carattere o una specifica caratteristica sonora. Questi elementi hanno lavorato così bene sulla loro fisionomia che in qualche modo fanno sembrare le sculture come se vivessero, e questo mi piace molto. Uccelli che cantano o che stanno in piedi cercando pezzetti di grano, lamentandosi l’uno contro l’altro... Questo sembra in qualche modo tirare in ballo la questione della ‘visualità’ come parte di un lavoro fatto col suono. Mi sembra che questa sia una cosa su cui tu lavori molto, creando sculture, informazioni visive... no?
Guardavo il tuo libro “Noise Map” (che, vorrei aggiungere, è molto bello), se non sbaglio ti stai muovendo fra il testo e il disegno per parlare del suono... Come funziona per te questa cosa?

Justin:
C’è stato recentemente un’articolo a proposito della sound art su un giornale olandese in cui l’autore (Sacha Bronwasser) dice che la sound art funziona meglio quando non c’è niente da vedere; e poi parla anche di due miei lavori che stavo esponendo qui all’Aia - uno dei quali presentava una registrazione binaurale (da sentire in cuffia) combinata con una immagine fotografica proiettata sul muro. Ha detto che “l’immagine spinge se stessa in primo piano, laddove un pezzo esclusivamente sonoro avrebbe funzionato meglio”. Credo che questo dipenda dalle convinzioni e dai pensieri di ogni singolo individuo, in quei lavori per me l’immagine e il suono creavano una specie di tensione che mutava il modo in cui entrambi erano percepiti individualmente. Comunque mi ritengo probabilmente meno fissato con il visivo di tanti altri artisti. Quando faccio dei lavori con il suono e le immagini o gli oggetti, l’elemento visivo è molto importante anche se è quasi sempre secondario. E’ la cornice del lavoro, circonda lo spazio che il suono occupa, suggerendo o rinforzando un particolare significato fra gli altri. Questo è quello a cui le tue sculture “uccello” sembrano assomigliare; sarebbero funzionate in maniera molto diversa se fossero state delle raggianti scatole hi-tech che emettevano luce, anche se tu avessi usato gli stessi suoni.

Per quanto riguarda il testo e il disegno, credo che sono modi personali (il disegno) e pubblici (il testo) di esplorare quello che faccio con il suono. Disegno molto quando penso ma rimane tutto a livello di ‘ghirigori’. Poi, quando il lavoro prende forma, i ghirigori corrispondenti si cristallizzano a loro volta, diventando disegni che (penso) sono abbastanza interessanti da poter essere guardati individualmente. Non c’è ovviamente un solo modo di “disegnare” il suono. Alcuni disegni sono come delle partiture, illustrano una progressione temporale, ma la maggior parte sono, in un modo o nell’altro, esplorazioni dello spazio. Se poi ho più tempo allora i disegni prendono spesso una rotta “autonoma” e vanno da qualche parte per conto loro, senza rimanere legate ad alcun progetto sonoro. Non scrivo più molto per me stesso in questo periodo. Tendo a scrivere solo quando devo spiegare qualcosa a qualcuno e voglio che le mie idee siano chiare, oppure quando mi ritrovo a dover pensare del testo parlato da inserire nei miei lavori audio. Il più delle volte sguazzo nel mio bagno di vaghezza e ad un certo punto un’idea chiara spunta in superficie, o si cristallizza. Questo è ciò che le persone vedranno - ...ovviamente non il sottoscritto nella vasca che fa le bolle di sapone e gioca con le paperelle ; )

Tu invece mi sembri molto preso dal testo, qual’è per te il rapporto fra il testo e il lavoro col suono?
Brandon:
Ho avuto proprio questa sensazione dal tuo libro “Noise Map”, di come il disegno e il testo siano completamente integrati in un più ampio modo di pensare il suono. E poi ho pensato che questo sia per te un vero e proprio processo, un modo di rendere visibili idee, possibili rotte da seguire, di costruire uno spazio, ecc. Mi colpisce perché si distingue molto dai disegni, per esempio, di uno come Ryoji Ikeda, il quale sembra dichiarare un fatto rappresentando diagrammaticamente il set-up di un lavoro o di un’installazione. Forse alla fine questi di Ikeda non sono proprio dei disegni ma degli “stills”, dei tentativi di rappresentare il suono così come appare... anche se poi, allo stesso tempo, riflettono una determinata personalità. Per quanto ti riguarda, mi viene da pensare che i disegni indicano di fatto il modo in cui tu lavori col suono: qualcosa di spaziale, legato al processo, concreto e astratto allo stesso tempo, quasi tattile. Una traccia della mano, la materialità del segnare, l’esplorazione visiva... Per quanto riguarda me invece, ho sempre deviato verso il “prendere nota”: appuntare parole sul mio blocknotes è un modo di far venire fuori le idee, di pensare e di affrontare i problemi, o di sognare nuove possibilità... Tutto questo accade solo nelle parole, per quanto mi riguarda, e probabilmente risale al mio background letterario. Sono stati proprio il leggere e lo scrivere che mi hanno fatto muovere i primi passi verso l’idea che ho oggi dell’arte. Già da quando avevo più o meno 13 anni la magia delle parole mi aveva incastrato... roba varia, tipo poesia o prosa. Scrivere, come per te disegnare, si estende dal privato del mio quaderno verso una dimensione pubblica, E suppongo che in diversi modi questo funzioni come un mezzo non soltanto per esprimere le proprie idee, ma anche per lavorare con quelle esistenti, con le storie e con i significati culturali: è una specie di partecipazione all’interno di un campo ‘intellettuale’, in cui si comunica, attraverso le parole, con altri testi, altri lavori, altri scrittori, una specie di conversazione con la cultura. Ovviamente tutto ciò ha effetti sul mio lavoro, influenza il modo in cui un’opera d’arte si può sviluppare... Ad un certo punto mi sono cominciato ad interessare alla relazione fra il testo e il suono, sia in pezzi apertamente basati sul testo (come il mio CD “Text=CD”) o più metaforicamente (come nel CD “Maps of Tenderness”), laddove il sound-making è equiparabile ad una forma di scrittura... Al momento però sono più interessato al linguaggio parlato e alla sua spazialità, a come la voce è prodotta da uno spazio e ne produce uno suo. Parlavi di testi parlati, mi chiedevo se puoi dirmi qualcosa di più su questo...

Justin:
Stavo giusto sentendomi il tuo CD “Maps of Tenderness”... E a proposito dello scrivere, mi sembra di sentire le irregolarità della terra, una grande stilo che graffia, correndo (come un aratro?) attraverso una scanalatura.

La seconda parte della prima traccia mi ricorda un pezzo che feci insieme a Boris Gerrets, in cui convertimmo un suo testo (ripetitivo) in un suono, leggendo il codice ‘ascii’ del testo come un file di dati sonori. (Sebbene alla fine il tuo pezzo si riveli eseguito con dei microfoni a contatto su qualche tipo di macchina, no?). Nel trasporre il testo in un suono, ovviamente, gli elementi maggiormente sonori vengono dal modo in cui i dati sono archiviati, ogni informazione appare quasi come se fosse segnata su questa superficie sonora.

Mi piace anche l’uso estremo dello stereo, il modo in cui sei riuscito a realizzare una superficie invece di uno spazio virtuale.

A proposito del testo parlato, che non uso molto spesso, tendo ad usarlo in modo molto narrativo, accompagnando l’ascoltatore attraverso il pezzo, o attraverso uno spazio fisico.

Recentemente ho fatto un lavoro con Renate Zentschnig su delle persone che vivono in una cittadina vicino Utrecht (http://www.soundscaper.com/andere/docs/LR.htm). Lei ha intervistato le persone a proposito della loro esperienza, e in particolare a proposito del rapporto con il paesaggio sonoro intorno a loro, che è in mutazione. Abbiamo poi usato le loro voci in delle brevi composizioni ‘a collage’. Ho notato dunque che le voci di alcune persone, e specialmente gli spazi che si creano fra una parola e l’altra quando pensano o esitano, dicono molto già di per sé, tanto che non avevamo più bisogno di altri suoni. Le voci sembrano ‘suonare’ uno spazio nel momento in cui implicano degli spazi di silenzio al loro interno, attraverso quello che dicono o non dicono.
La voce è la descrizione di uno spazio interno (Barthes!!) allo stesso modo in cui esso è definito dallo stato emozionale di colui che parla. Ma la voce è anche la descrizione di una geografia e di una genealogia (immaginata). Il ragazzo che si sente parlare nell’estratto legato al link URL che ho riportato è nato in Olanda, ma parla con un accento Marocchino piuttosto marcato e sogna di ritornare in Marocco quando si sarà sposato.

C’è appena stato un grosso dibattito sul linguaggio, qui in Olanda. Il ministro delle politiche per l’immigrazione e l’integrazione ha detto pubblicamente che le persone dovrebbero parlare Olandese per le strade (intendendo: niente marocchino, turco o papamiento..). Quest’affermazione ha fatto scattare una discussione politica, come potrai immaginare, ma anche una discussione sullo slang stradaiolo olandese e sul fatto che i giovani dal diverso background parlano ormai un mix di olandese, inglese, marocchino e turco. Questo ‘olandese di strada’ è parlato spesso con un accento marocchino anche da chi è, per esempio, russo! Ho anche letto, in “Istanbul” di Orhan Pamuks, che una simile ‘pulizia linguistica’ sta avendo luogo in Turchia, attraverso un radicale allontanamento dell’armeno, del greco, del ladino (lo spagnolo medievale usato dagli Ebrei). Qui girano molte battute su turisti inglesi che vengono arrestati perchè chiedono: “which way to Dam Square?”. Immagino che sarai molto attento a fare battute ora che stai in Danimarca... ; )

(01/3)