L’ignoto spazio profondo

Lorenzo Micheli Gigotti

di Werner Herzog

(DVD, Fandango, 2006)

Nei titoli di testa il film si dichiara “a science-fiction fantasy”. E a pensarci bene mai come in questo caso la declinazione fantasy sembra tanto appropriata. In effetti la storia da copertina ha tutte le caratteristiche del film fantascientifico: un alieno dalle sembianze umane (Brad Durif) racconta del fallimentare tentativo di colonizzare la Terra. Con la prima ondata aliena si propaga un virus, costringendo gli umani ad inviare una spedizione nello spazio alla ricerca di un altro pianeta abitabile. Dopo un lungo viaggio planetario, gli astronauti sbarcano su Andromeda un pianeta composto da elio allo stato liquido. Al loro ritorno sulla Terra, 820 anni dopo, gli astronauti trovano il pianeta disabitato, e tornato ad essere di nuovo un paradiso primitivo. L’alienità tipica del cinema di fantascienza, realizzata con costosissime costruzioni scenografiche o avveniristici effetti speciali, è in questo caso ricavata con immagini di repertorio, found footage dall’archivio NASA, interviste a scienziati e meravigliosi panorami terrestri. Niente di più che immagini provenienti dal pianeta Terra, a volte straordinarie, per impatto visivo, altre volte stimolanti dal punto di vista scientifico. Per intenderci, il sapore è quello del documentario, mentre le prospettive narrative e contenutistiche sono quelle della fantascienza. C’è un salto da fare per entrare nell’ignoto spazio profondo di Herzog, per interpretare un uomo come alieno, un sobborgo disabitato nel deserto come la Washington D.C. extraterrestre e le profondità marine del pack polare come un pianeta da colonizzare. Un po’ come quando increduli, prima di mettere a fuoco le straordinarie caratteristiche tridimensionali della sostanza, ci soffermiamo sulla piattezza eccentrica dei fenomeni. Qui abbiamo a che fare con immagini in potenza, che non hanno le sembianze “di” ma le caratteristiche “per” trasformarsi in sogni, prospettive o incubi del nostro futuro prossimo. In questo caso la razionalità della finzione, alla quale siamo abituati, è da mettere da parte (e per qualche sequenza, lo ammetto, vanno fatte delle grosse concessione). Ma la ricompensa di questa delirante fantasia cinematografica è un viaggio allucinante di immagini e musiche (quest’ultime di Ernst Reijseger, Mola Sylla, Cuncordu, Tenore de Orosei, Jim O’Rourke; meravigliose e mai tanto azzeccate) in una fantascienza ipotetica e preveggente. In “The Wild Blue Yonder” (titolo originale del film) Herzog gioca a carte scoperte, lo fa in modo intelligente e ironico, offrendo un film unico, un delirio geniale e un’esemplare lezione di cinema.

(Lorenzo Micheli Gigotti)