THE JOHN PEEL SECTION

Giordano Simoncini

Domanda italiana.

25 Ottobre 2004. Muore John Robert Parker Ravenscroft [cioè John Peel].
Si trovava a Cuzco, Perù, in vacanza con il maialino Sheila [cioè sua moglie].
Lo ha stroncato un infarto. Il babau di ogni inglese che sa come si mangia dalle parti sue.

Ora che dire; se diparte John Peel io rinverdisco volentieri l’ adagio “se ne vanno sempre i migliori”.
Che vuol dire che qualcuno pur sempre rimane; e cos’è che è?
Questa è una domanda.
A rispondere mi aiuti tu che leggi, dai:
…Red Ronnie, per esempio… come si sente?

Fortuna e poi fortuna; fortuna tracotante.

La carriera di John Robert Parker Ravenscroft , inglese di Heswall (Liverpool), prese paradossalmente il via negli States. Proprio perché lui, 23enne, proveniva da – grossomodo – Liverpool. Città che allora (parliamo del 1962) si chiamava Beatles. Lo stesso John, intervistato, raccontò il perché del suo ingaggio alla WRR radio di Dallas: gli americani, fessi come solo loro, pensavano l’Inghilterra come una piccola isola, e Liverpool come un paese. Ergo, John doveva saperne qualcosa. Sì che, per un primo spasimo del Fattore Fortuna il Nostro, fresco di servizio militare ed in America “perché – parole sue – mio padre non sapeva cosa farsene di me e mi ha detto, se vuoi andare vai”, si ritrovò a far pratica in una radio USA proprio perchè agli USA piaceva che alla radio parlasse un inglese.

Una volta tornato in patria, l’ apprendista dj vide ancora la Fortuna in volto: forte della sua esperienza a stelle&strisce (breve ed in realtà alquanto caotica), John venne assunto senza alcun provino dalla neonata Radio London, in urgenza di personale. L’ anno era il 1967; il periodo era quello delle “radio pirata”, che trasmettevano dalle barche ancorate oltre le acque territoriali inglesi. John conduceva il programma Perfumed Garden, e trasmetteva musica alternativa americana; proprio quei dischi che si era portato a casa dagli States, e che erano una concausa della sua assunzione. Roba che la immagino così: “oh, c’ hai i dischi?”, “hai voglia, pure americani!”, “allora mettili alla radio sù”.

In realtà Radio London era tutto tranne che un covo di ideologi della libera espressione, a detta dello stesso John Robert: il padrone della baracca era un uomo d’ affari texano volto al profitto, da farsi in barba alle acerbe regulations in materia di comunicazioni. Ancor meno rigido di chi lo circondava era però lo stesso John (divenuto “Peel” per proteggere la propria identità di dj bucaniere), che inviò tra i primi un curriculum non appena si diffusero quei rumori che volevano come incombente la nascita di Radio 1, della BBC.
Non era scemo per niente, John.
Con la chiusura coatta delle radio pirata, il mercato fu infatti gravido di personale radiofonico disoccupato, e la BBC si vide parato dinanzi un vero e proprio dilemma dei pretoriani. Che risolse optando – prevedibilmente – per l’ assorbimento. Ancora una volta, la fortuna Peelica; che non era ancora il capodanno del 1967 ed il dj aveva già nelle mani un programma notturno tutto suo. Un programma dal nome repulsivo: Top Gear.

Il più grande talent scout.

Al 1967 la BBC giunse in eccellente stato di salute grazie al cd. monopolio brutale dell’ AG scozzese John Reith. L’ azienda viveva in quegli anni un paradosso felice: seppure innatamente conservative, il non dover fare i conti con pubblicitari o concorrenti la portava ad allentare parecchio il controllo sulle trasmissioni. In pratica, ovunque tranne che forse in Radio 4 (il canale informativo) si era grossomodo liberi di parlare, entro taluni ovvi limiti. La libertà di cui John Peel si servì (“non avrei potuto immaginare di averne di più in alcun dove”, dichiarò 20 anni dopo) non fu però di parola; ebbe invece a che vedere col suonare i suoi dischi; e proprio questi margini larghi, assieme ad una eccellente capacità di ricerca nelle pieghe del brulicare musicale sotterraneo, fece di lui ciò che oggi non esiterei a definire il più grande talent scout del Rock. Scoprì, per capirci e pescando a caso, Captain Beefheart, David Bowie, Blur e White Stripes; si accorse per primo del punk, Sex Pistols, Clash, The Fall e decine d’ altri; capì anzitempo che gli Smiths di Morrisey “suonavano come nulla di precedente”, e che Robert Smith sarebbe divenuto generazionale.

Attraverso i live di John Peel, le famose rinomate leggendarie Sessions, passò chiunque abbia mai lasciato il proprio nome nell’ albo della Storia del rock. E che tipo era, John Peel: uno che se gli si chiedeva di ricordare una session della quale serbava una memoria particolarmente felice, lui rispondeva Slits. Lui che non si curò mai di avere in studio quei Beatles.


John Peel e la sfera pubblica musicale.

Qualche anno prima dell’ epifania Peelica, nel 1962, Jürgen Habermas pubblicava un saggio sulla nascita della sfera pubblica (Öffentlichkeit). Rivolgendo gli occhi all’ apparire dei media nell’ ambito dell’ emergente società borghese settecentesca, lo studioso assegnava a questi stessi un ruolo di primaria importanza nella creazione di quel locus di dibattito politico e sociale che finì col decretare la condanna a morte dell’ ancièn regime.

Sono persuaso che probabilmente lo stesso Habermas, qualora avesse rockeggiato di più, sarebbe giunto anche alla conclusione che una “sfera pubblica musicale”, in Europa, è nata con i late night show di John Peel. Prima di lui, tra infanti media in grado di sorreggere comunicazione auditiva e musica rock, c’era amore prendi&lascia. A partire dalle trasmissioni del Nostro, invece, nacque una sinergia; e non solo tra mainstream ed assestamenti promozionali, ma anche (e soprattutto, per quel che ci interessa) tra musica indipendente e media e popolo fruitore. Un modello che si è andato sviluppando lungo i quarant’ anni di carriera di Peel, e che ha chiamato i giovani di tre generazioni a conoscere profondamente, e discutere, il rock, ciò che man mano era nuovo; ciò che era nuovo davvero e che tuttavia poteva essere attinto dalla BBC nazionale. Il luogo in cui John Peel per primo, lasciato libero di fare, ha suonato (con piatti e vinile, sino all’ ultimo) tutto ciò che nella musica contemporanea è stato importante.

Lacrime.

A rendere l’ estremo saluto alla salma di John Peel, nella cattedrale di St Edmundsbury di Bury St Edmunds, Suffolk, tra la miriade di personalità presenti (Robert Plant, Billy Bragg etc.), c’ era anche Feargal Sharkey degli Undertones. È stato fotografato piangente, al momento in cui la bara usciva dalla cattedrale, sulle note di Teenage Kicks. Che era il singolo preferito di John Robert Parker Ravenscroft, pace all’ anima sua.