Kind of cinico - Daniele Ciprì e Franco Maresco

Francesco Ventrella

a cura di Enrico Ghezzi e Stefano Curti

(2 DVD, Raro Video, 2005)

Per il venticinquesimo anniversario della morte di Pasolini, Tele+ aveva commissionato dei documentari tra i quali Arruso di Daniele Ciprì e Franco Maresco, ora nel cofanetto Kind of Cinico in cui si trovano anche “Enzo, domani a Palermo!” (1999), “A memoria” (1996) e “Grazie Lia – Breve inchiesta su Santa Rosalia” (capolavoro religiosissimo del 1996), con dei saggi brevi di Ghezzi, Morreale e Canova e una bella intervista: “Noi e il jazz. Ovvero: il nostro cinema è una jam-session”. E sembra proprio che i documentari di Ciprì e Maresco debbano qualcosa a quel “realismo senza speranza” che Enzo Sicilano diceva di Pasolini. Ma il grottesco è anche una modo d’indagine, non solo uno stile o una figura retorica, e la poesia sta tutta lì, forse, nell’evidenza della caricatura. Arruso prende le mosse da questa immediata evidenza: “Arruso vuol dire frocio in palermitano”. Tutto il documentario gira attorno alle persone che nel 1971-72 hanno preso parte alle riprese de “I racconti di Canterbury”: Enzo Castagna, l’ “organizzatore cinematografico” che ha trovato tutte le comparse, ma anche le persone che vivono ancora oggi nel quartiere Politeama e che parlano di Pasolini come se lo ricordano loro: “Ma tu non pensi che ci sia da distinguere tra l’arruso e il regista?” “Oddio, l’arruso è l’arruso, il regista è il regista. Però Pasolini aveva in comune tutt’e due le cose, perché era un buon regista e un buon arruso”. Il documentario gira attorno a questo piccolo postulato, non sembra esserci via d’uscita come di solito non c’è nei documentari dei due siciliani. Se da una parte c’è la voglia di dare vita ad un altro racconto del cinema italiano (sono loro anche i registi del documentario “Come inguaiammo il cinema italiano” su Franco e Ciccio), come una storia alternativa raccontata da un’altra critica, dall’altra, però, credono che si debba prendere in considerazione anche il pettegolezzo e la diceria. Ed è questa chiacchiera che rimane a chi guarda il documentario. Sono tutte chiacchiere e illazioni, insulti e ingiurie alla memoria di Pasolini. Ma un documentario, come un monumento, dovrebbe solo raccontare la Storia, o piuttosto produrre delle storie? Il discorso interessante è, credo, proprio questo: quello di ingaggiare la bestemmia (proprio alla maniera di Pasolini) non come provocazione gratuita, ma per obbligare a delle domande. Nella forma documentario la morale e il giudizio hanno spesso un peso troppo grosso rispetto alla storia (c’è sempre una fiction, anche nella reale quotidiano, perché siamo noi che la guardiamo proiettandoci delle storie) che è strutturale nella gestione dei materiali che vengono presi direttamente dalla realtà. Ciprì e Maresco si fermano prima e lasciano agli spettatori e alle spettatrici il peso di prendere una posizione, anche solo attraverso il disappunto, nei confronti di una constatazione ovvia: Pasolini era un regista, ma anche un arruso. E quindi che vuol dire?

(Francesco Ventrella)