Tarnation

Lorenzo Micheli Gigotti

di Jonathan Caouette

(DVD, Dolmen Home Video, 2006)

In effetti, il fatto allucinante di questo film è che di finzione non ce n’è neanche una virgola. Perché a vederlo, ma anche a raccontarlo, si ha l’impressione di parlare di una vita. Jonhatan Couette ha 31 anni e vive a New York lontano dalla sua famiglia. Un giorno squilla il telefono e viene a sapere che la madre è ricoverata in ospedale a causa di un overdose di litio. A partire da questo drammatico evento decide di realizzare il film della sua vita, montando i video amatoriali e le foto realizzate in 20 anni. Si ricostruisce così la drammatica e caotica esistenza di Jonathan. La malattia della madre (sottoposta da bambina ad una terapia di elettroshock che ne minerà la stabilità psichica per il resto della sua vita), la separazione dei suoi genitori prima ancora che lui nascesse, l’adozione da parte dei nonni, la scoperta della sua omosessualità, l’adolescenza, il progetto di lavorare nel cinema andando a vivere a New York, le sue atroci confessioni davanti alla telecamera, l’amore e la paura di essere anche lui affetto dalla stessa follia della madre. Ora non vorrei essere retorico. Quindi vi risparmierei considerazioni come queer, omosessualità, schizofrenia. Il film non è sconvolgente per questo ma sembra invece interessante principalmente perché sconvolgente. E, nonostante il mosaico filmico, composto da clip amatoriali angoscianti (come quella in cui Jonathan, a soli 11 anni, recita la parte di una donna che subisce violenze), sia editato con gusto e originalità, ciò che impressiona è la sconcertante autenticità con la quale Caouette inconsapevolmente mette in scena la propria esistenza. Il film è per questo unico, senza dubbio, e si inscrive in quel filone di pellicole verità (complice il video recording) come “Una Storia Americana” di Jareki e “Un’ora sola ti vorrei” di Alina Marazzi. Ero scettico, devo ammetterlo, ma “Tarnation” non è un film melenso e languido che mette in bella mostra il disagio dell’esistenza. E’ piuttosto un puzzle, anche incompleto e incasinato, che allo scorrere della finzione, sostituisce quello della vita. E ci riesce perché i video che lo compongono nascono da una profonda e patologica esigenza di obiettività (ricercata nel cinema) e non dall’effimera e premeditata ricerca di successo e popolarità. Complici di questa operazione cinematografica Gus Van Sant e John Cameron Mitchell; forse qualcosa di più che semplici produttori esecutivi. Unico, l’ho spiegato, ma forse per questo irripetibile.

(Lorenzo Micheli Gigotti)