THE MILLENNIUM FLAME

Francesco de Figueiredo

Morte di Malachi Ritscher

Sulla Kennedy Expressway di Chicago, superata l’intersezione per Ohio Street, c’è una statua del messicano Leonardo Nierman, si chiama “Flame of the Millennium”. Il 3 novembre scorso Malachi Ritscher - personaggio noto nella scena avant e jazz cittadina - si è dato fuoco, proprio lì, sotto quella statua. Ha lasciato il suo mission-statement, fissato la videocamera, si è cosparso di benzina, e ha cominciato a bruciare. In quel bivio le macchine passano veloci, e alle sei e mezza del mattino hai ancora il letto addosso, così inizialmente nessuno ha dato attenzione a quelle fiamme; poi, rimasto fumo e vapore, una volante ha ricevuto una chiamata di qualcuno che pensava che la statua stesse bruciando, e finalmente è andata a buttare un occhio a quel mucchio di cenere e carbone. Dal testamento ritrovato si manifesta in modo chiaro il suicidio come atto politico di protesta: “... Forse qualcuno si spaventera’ abbastanza da svegliarsi dai propri sogni ad occhi aperti – sono quindi un martire o un terrorista? Preferirei essere ricordato come un guerriero spirituale... Se mi si chiede di pagare per la vostra barbarica guerra, io scelgo di non vivere in questo mondo. Mi rifiuto di finanziare l’omicidio di massa di civili innocenti, che non hanno fatto niente per minacciare il nostro paese...”. Per identificare il corpo si aspetta la fine delle imminenti elezioni del Congresso, cinque giorni di parcheggio all’obitorio, una breve news su un’emittente televisiva locale, fine.

Mark David Ritscher nasce il 13 gennaio del 1954, in North Dakota, a diciassette anni lascia la scuola, si sposa e ha un figlio, da cui prenderà successivamente il nome di Malachi. Dieci anni dopo, separatosi dalla moglie, muove per Chicago, da solo. Qui si immerge all’interno del contesto artistico e musicale, che nonostante le sue capacità di musicista, lo ricorda prevalentemente come devoto documentatore e sound-engineer. In vent’anni di collaborazioni con locali come l’Empty Bottle, il Velvet Lounge e l’Hungry Brain, registra e fotografa più di duemila concerti, catalogandoli poi sul suo sito (www.savagesound.org), che diventa vero e proprio punto di snodo e coordinamento della folta scena sperimentale, avant e free jazz. Offrendosi come tecnico del suono instaura rapporti con moltissimi musicisti, fra cui Paul Rutherford, Isotope 217, Irene Schweizer, Ken Vandermark, Kevin Drumm, John Butcher, che spesso utilizzano le sue registrazioni live e gratuite per pubblicazioni più o meno ufficiali. Al contempo, è fortemente coinvolto nella causa pacifista e in altre della sinistra radicale, presenzia alle manifestazioni contro la guerra, si espone riempiendo il sito web di slogan e link di realtà attive nella lotta contro il governo Bush. C’è una foto che circola in rete, ossessivamente, c’è lui davanti ad una folta schiera di poliziotti in tenuta anti-sommossa, con un cartello in mano, c’è scritto “LEAD U.S. TO PEACE”.

Da quel che sono riuscito a raccogliere in giro per il web, ne esce la figura di una persona pronta a supportare la scena in maniera quasi maniacale, un tipo socievole e sereno, ma che spesso si teneva ad un palmo da tutti. Malachi aveva tirato su una sorta di muro in gesso, sottile e inaffidabile punto di confine fra il dentro e il fuori, non aveva veri e propri amici, e nonostante conoscesse centinaia di persone si muoveva in modo individuale. Partendo da questa condizione di distacco, potremmo inserire il suo suicidio nella famiglia di quelli anomici, in cui l’individuo, separato dalla comunità gode dell’ebbrezza e della necessità del sapere, che però lo aliena dal quadro di riferimento, e lo priva del conforto della società. Infatti è proprio la carica di strabordante emotività e di ideali ad uscire con forza dalle testimonianze che ho trovato su Malachi, e anche dal suo mission-statement (www.savagesound.com/gallery99), in cui sottolinea con vigore la sua gioia di vivere, con un inconsapevole distacco fra la ragione e il sentimento, e una volontà di allontanare l’opinione di chi lo leggerà dal pensare che sia semplicemente un individuo depresso: “... Ho avuto una vita meravigliosa, piena di sogni e desideri. Ho provato l’amore, l’entusiasmo e il dolore di allevare un figlio. Sono saltato da un aeroplano, scappato da un palazzo in fiamme. Ho passato una notte in carcere, e preso un acido durante gli anni sessanta. Ho avuto il privilegio di conoscere moltissimi musicisti e scrittori talentuosi, molti di loro estremamente gentili e benevoli. Anche durante i momenti difficili, mi sono sentito fortunato. Anche le difficili lezioni sono state un dono divino...”.

Negli ultimi quarant’anni di storia americana si sono immolate tramite autocombustione pubblica solamente quattro vite, proprio in forza di ciò ognuna di esse ha ricevuto attenzione mediatica. Ed effettivamente si poteva presupporre che una volta rinvenuto il corpo, compresa la metafora della “fiamma del millennio”, archiviato un testo di denuncia, e con la giusta quantità di materiale visivo brutale, la giostra mediale sarebbe cominciata, attivando un meccanismo di diffusione difficilmente arrestabile. Il suicidio contro la guerra - un testamento carico di retorica - i familiari e gli amici in subbuglio - il chiacchiericcio urbano - la scena intellettuale e politica in rivolta - il video scabroso su youtube - le immagini shock - tutto questo sopra ad un clima di protesta oramai percepibile concretamente negli Stati Uniti... Malachi Ritscher pensando alle ripercussioni del suo terribile gesto avrà creduto di bucare lo schermo. Invece, seppur l’evento abbia (apparentemente) tutte le carte in regola, la macchina non parte, e attorno alla sua morte si crea una profonda e buia voragine, il sistema media non mette in circolo la notizia. Persino un magazine specializzato come The Wire, con cui Malachi aveva collaborato più volte, riceve e pubblica la notizia fra le news di gennaio, due mesi, un tempo tragicamente interminabile per un fatto di cronaca.

E così le aspettative di Malachi vengono tradite da un’indifferenza anomala, nonostante fosse munito di videocamera, testamento, fiamme. Si immola come Jan Palach e Thich Quang Duc, ma a differenza loro non riceve nulla in cambio. E’ difficile capire come mai un sistema così vorace sia venuto a mancare, proprio in un’occasione così ghiotta. Il meccanismo di produzione della notizia, in particolare quella di cronaca, si comporta come un organismo cannibale e triviale, vive attraverso la continua ricerca di un accadimento significativo, che una volta tradotto in segni si propaga attraverso un fitto sistema di connessioni, grazie ai redattori impegnati (nella migliore delle ipotesi) in una continua e ansimante ricerca, snervati dalle esigenze della testata e ansiosi di dimostrare un primato di velocità, capacità e contatti. Non è semplice determinare con certezza il perché di questa mancata ingerenza, certo si potrebbe facilmente associare l’empasse mediatica al solito quarto potere che censura una notizia scomoda, ma ragionare in termini complottistici crea un immaginario torbidamente candido e semplice, populista e demagogico, e ci allontana da quelle motivazioni che possono essere più semplicemente circonstanziali, o sadicamente inevitabili.

Con il passare dei giorni la comunità artistica di Chicaco si è stretta attorno e ha celebrato l’evento, e grazie a piccoli giornali e con i nuovi media ha cominciato a circolare una voce, fioca e sottile. Ma se proviamo a relazionarci con i media forti, ovvero stampa nazionale e televisione non troviamo nulla, nessun segno tangibile di esistenza dell’accaduto. Nel frattempo, le possibilità che la morte di Malcachi diventi una vera e propria notizia si fanno sempre più rade, perché c’è una distrofia progressiva che si accanisce contro ogni evento, anche il più funzionale, dovuta al passare del tempo. Morire bruciati in mezzo alle macchine è atroce. Ma immolarsi in quel modo per una causa, aspettare una reazione forte e corale, e non ricevere alcun ascolto è ancora più terrificante. Il suicidio è una sorta di simulacro della dedizione, specie se auto-inflittosi per cause comuni e non personali. Il suicidio stabilisce un contratto con ciò che è successivo ad esso, in cambio vuole sgomento, dolore, e uno scatto muscolare della coscienza delle persone coinvolte o che ne vengono a contatto. Senza questo rimane ben poco.

Mi è rimasta addosso una sensazione di profonda tristezza, più entravo nella storia di Malachi più mi sembrava di essermi avvicinato ad un fallimento massimo e crudele. Allora ho provato a stabilire delle linee guida che razionalizzassero il perché di un finale senza tragedia e senza casa, e mi sono perso fra ovvietà e misteri. Poi, scoraggiato dall’infinità di riferimenti, ho provato a cambiare registro, consapevole che se si imbocca la strada giusta spesso ci vuole molto meno impegno per arrivare a delle conclusioni. Le figure professionali che hanno il ruolo di decidere cosa è notizia vengono chiamati gatekeepers, individui che aprono e chiudono una sorta di metaforico cancello che permette alle notizie di circolare all’interno del flusso di informazione. le news values, sono invece i criteri valutativi convenzionali che regolano questa selezione a priori. Se dovessimo attenerci a queste basiche caratteristiche dovremmo relazionare il suicidio di Malachi ad un impianto che pretende novità, vicinanza, dimensione, comunicabilità, drammaticità, conseguenze pratiche e prestigio sociale. Così ho imitato la prassi selettiva del sistema di informazione e mi sono astenuto dal mettere in circolo i miei principi emotivi. Ho provato a sentirlo nella pancia, come quell’insieme di riflessioni che generano una luce intensa ma breve, una sorta di sensazione complessa che nella fase di scelta immediata finisce sempre per essere determinante. Non c’è bisogno di spendere troppe parole per capire questa defezione, è una questione di mentalità, se ragioniamo in termini cinicamente produttivi avremo una risposta chiara, veloce. Basta attenersi ai principi di notiziabilità, e avremo un desolante ma realista quadro di riferimento: I morti in Iraq non fanno più notizia - perché mai dovrebbe quella di un deadbeat visionario / il testo ha un sapore retorico ed ideologico - nessuno vuole più sentire quelle parole così calde / quella solitudine dava l’impressione di un disturbo mentale - tutto l’impianto razionale perde di credibilità / la scena sperimentale e l’arte comunicano attraverso linguaggi altri - le riviste specializzate sono lontane dalla politica di base e i suoi vessilli / Malachi non aderiva a nessun organo di pressione politica - nessuno con un peso specifico ha reclamato la sua morte / mancavano cinque giorni alla rielezione del Congresso - tutte le attenzioni erano rivolte ad esso / quel bivio è troppo fuori mano / quella piazzetta è piena di alberi / alle sei e mezza di mattino è troppo presto / il video della sua morte è riuscito a rimanere riservato e non ha potenziato la drammaticià dell’evento. Trattare con distacco emotivo il martirio di una persona può far rabbrividire, rivolgere l’attenzione esclusivamente al suo riflesso nel mondo dell’informazione può sembrare un atteggiamento privo di quella sensibilità epidermica alla morte, che si annusa nei funerali gremiti di gente in lacrime. Ma pensarlo in questo modo rende ancora più oltraggiosa e crudele quella buia voragine, rendendo il silenzio come tale, reale ed immobile. La morte di Malachi non ha sortito nessun effetto perché non aveva le caratteristiche circostanziali e determinanti che lo avrebbero potuto mettere in circolazione, punto. Mi vengono in mente le parole di una donna che spese la sua vita in virtù degli ideali, si chiamava Simone Weil, una volta ha detto che “il fuoco distrugge ciò che lo nutre”. In questo caso è vero più che mai, nonostante tutto.

(01/4)