FAR VEDERE L'ARIA (AIR MADE VISIBLE

Riccardo Previdi

Intervista a Tomas Saraceno

Riccardo Previdi (1974) e Tomas Saraceno (1974). Due giovani artisti, milanese il primo, argentino il secondo. Riccardo vive a berlino. Tomas a Rotterdam anche se attualmente si trova a Miami. Entrambi con studi d’architettura alle spalle. L’idea dall’intervista nasce dalla mostra di Tomas alla galleria Pinksummer di Genova (dove ha presentato un’enorme installazione, una membrana di pvc trasparente alta 6 metri dove il pubblico poteva entrare e rimanere sopeso in aria) e dal desiderio di Riccardo di fargli un po’ di domande, lavorando entrambi su tematiche, se pur non direttamente, vicine. “In ogni ricerca ci sono rischi.(…) Quel che mi spinge a far ricerca è “fino a che punto si trasforma?”. Come un esagono diventa un rettangolo, o come un esagono diventa fiocco di neve.” Bruno Munari

Riccardo Previdi: mi è venuta voglia di farti un po’ di domande dopo aver visto la tua mostra da Pinksummer a Genova e dopo aver letto la conversazione (pubblicata su Arch’it) che c’e stata tra Pinksummer, Luca Cerizza e te. È stato inevitabile pensare che molte delle cose che stavano emergendo, interessano moltissimo anche me.


L’ARCHITETTURA E L’ARTE:

Il ruolo che l’architettura ha nella società (o dovrebbe avere) e quello dell’arte. Le relazioni tra queste due discipline. Quelle esistenti (e quelle esistite in passato), quelle che dovrebbero esserci e quelle che probabilmente non ci saranno mai. Le incomprensioni che si verificano spesso tra gli architetti e gli artisti o quelle manifestate dalla critica.
Come me ti sei formato sia come architetto che come artista, i due percorsi formativi hanno generato in te un conflitto o invece, complementari tra loro, ti hanno aiutato a capire meglio come procedere?

Un ruolo...mutevole e discontinuo. “Think global act local” diceva Bucky (Buckminster Fuller n.d r.)...sicuramente l’aver avuto la possibilità di studiare arte e architettura mi aiuta meglio a procedere...e mi piacerebbe studiare molte altre cose ancora...
Forse dovremmo usare la parola “disciplina”. Se ci riferissimo alla teoria degli universi paralleli ci accorgeremmo che c’è sempre un contesto generale con un potenziale per ogni oggetto, per ogni disciplina…

Si sente parlare spesso di architettura, è un argomento di cui oramai si occupano anche i mass media… anche in contesti molto particolari: alla NASA si studiano le possibilità di un’architettura per lo spazio. È molto bello il modo in cui si affronta il problema.

L’architettura non definisce necessariamente le persone, definisce la struttura e l’organizzazione. Noi parliamo dell’architettura di una missione, parliamo dell’architettura di un sistema, di un software o dell’architettura di un habitat.

Mi sembra quindi che, alla fine, l’architettura vada intesa più come una specie di coerente sistema logico, che consente di creare degli ambienti e di gestire delle attività che siano sicure e produttive e, si spera, anche godibili. Quindi “architettura” è organizzare una logica.

Credo questo sia valido anche quando un architetto progetta un edificio. In effetti, l’edificio è un organismo molto complesso. E’ parte di una comunità che a sua volta è inserita in un’infrastruttura di vie di comunicazione utilizzate dalle persone, poi c’è una struttura che lo sostiene ed una struttura che ne organizza le funzioni, ci sono i materiali e dei requisiti di sicurezza da rispettare.

Credo che l’architettura sia una professione che coinvolge tutti, siamo tutti chiamati in causa. Quindi il processo è molto importante…ma poi mi rendo conto che mi stanca anche questo modo di pensare…La verità è che certe volte mi riesce davvero difficile spiegare le cose che faccio…mi diverto soltanto molto a farle e ogni tanto è proprio questo che un architetto non capisce…forse è un lavoro più introspettivo…mi piace e questo è tutto!!! amo l’arte, perché…non so…l’idea di cercare costantemente una risposta è quello per cui continuo a correre!!!

Nell’arte la possibilità di dilatare il processo di percezione attiva un’attitudine critica che porta a riconsiderare, re-interpretare, decifrare la tua posizione nei confronti della realtà e del mondo.

Quale tra queste due discipline ritieni abbia più strumenti per modificare la “realtà” (arte/ architettura)?
Credi che sia importante modificare la realtà? È un problema che ti poni quando pensi a un lavoro?

Sì e allo stesso tempo no; a volte cambiarla a volte cercare di interpretarla, che poi alla fine è simile…

Tomas Saraceno wrote:
Ciao caro Marengo, un artista italiano Riccardo Previdi mi ha domandato se potevo rispondere a delle domande che verranno pubblicate da una rivista di nome NERO in Italia....ho pensato che ci avresti potuto aiutare a rispondere a questa domanda...
l’ idea mi entusiasma...se hai voglia ...scrivi quello che vuoi… un abbraccio

Tomas


Mi sono dovuto trattenere..mi è costato un po’ capire la tua domanda...
non ho dubbi che nell’ arte si trovi sempre lo spazio per esprimere il lato più umano, come la libertà, e che nell’arte si possa prescindere dal materiale: con un suono o con un movimento del corpo si possono fare un sacco di cose. Posso immaginare un uomo senza architettura, mi risulta,però,impossibile immaginarlo senza arte. Io non so molto di architettura ma in questo caso l’ arte mi sembra l’ unica strada per modificare qualcosa in più sulla terra, qualcosa di più significativo. Altrimenti resta l’architettura della rassegnazione. Questo è quello che mi spaventa. Tanto l’arte come l’architettura, mi sembra si impegnino oggi a conservare la realtà più che a modificarla, come si dice: “cambiare tutto per non cambiare niente”.
Lo so…sono un poco pessimista.

Eduardo Marengo


LA SCUOLA:

Mi interessa moltissimo il ruolo della scuola nella società. Credo che lo stato di evoluzione di una comunità si misuri anche dalla qualità delle sue scuole, dalle risorse che vengono messe a disposizione della ricerca. Dalla Städelschule di Francoforte, che anche tu hai frequentato, sono usciti tanti giovani artisti interessanti, alcuni di loro malgrado la giovanissima età hanno già preso parte ad importanti mostre internazionali. Credi che l’arte si possa insegnare? Che peso hanno avuto le scuole che hai frequentato nella tua formazione? Come hanno inciso su quello che fai ora?

Ok, arte o altre discipline…bisognerebbe vedere caso per caso, per ogni scuola e paese…Io stesso sono stato invitato a tenere delle lezioni all’università, in Argentina. Credo che si possa insegnare un’attitudine verso qualcosa. Per esempio per me sono stati Thomas Byrle e Peter Cook a Francoforte...in Argentina Martin Olavarrieta, Pio Torrojas, Claudi Vekstein, Ciro Najle.

Aiutare a dilatare il tuo tempo di interpretazione personale, di percezione… cercare di aiutare a trovare se stessi...per esempio alla Städel quando a nessuno veniva in mente qualcosa da dire si cercava di trovare o di invitare qualcuno che fosse adatto per criticare il lavoro di una artista.

Una volta, in Argentina, un collega, Claudio Do Campo, mi diceva che forse il modo migliore per giudicare il lavoro era da cercare nel tempo che uno dedica, nella passione che ci mette, nell’entusiasmo…come se non ci fosse un altra strada che imparare da se stessi...e poi, quello che verrà, sarà ancora una volta legato al tuo convincimento, al tuo entusiasmo...ci divertivamo un sacco...


IL PROGETTO:

Nel periodo d’oro del design italiano il progetto aveva spesso una forte connotazione politica. Tu che importanza attribuisci alla fase progettuale che precede la creazione di una nuova opera? Lavorare in economia di risorse credi sia un valore di cui debba tener conto anche un artista, o pensi invece che sia un problema che si debba porre solo chi ha a che fare con l‘industria?

Generalizzare é impossibile. Bisognerebbe contestualizzare ogni domanda ed ogni intenzione, per ogni artista...per esempio se uno pensa di avere la certezza che un meteorite colpirà la terra in un paio di giorni ... sono sicuro che non ci sarebbero dubbi sull’economia dei materiali, delle energie e sull’atteggiamento da tenere, sulla possibilità di costruire una città al di fuori dei confini della terra…ci concentreremmo su qualcosa che oggi appare di scarso interesse...i costi si azzererebbero…

Se guardiamo alla biologia, un organismo é più resistente se è capace di mutare in relazione al suo habitat oppure se è capace di rimanere immobile fino a quando i tempi non siano migliori (un seme che deve ancora germogliare…un animale in letargo...)...allora si potrebbe dire che c’é un equilibrio tra il muoversi e il rimanere fermo...modificare l’habitat…modificare se stessi...o cambiare habitat...

Se capissimo, quindi, che la capacità di sopravvivenza di una specie, di un individuo dipende dalla sua capacità di adattarsi, di comunicare e di interagire con l’esterno, probabilmente ci accorgeremmo che uno è più fragile quando è completamente estraneo a ciò che lo circonda…insomma sei più resistente se maggiore è la tua capacità di creare dei link...se maggiore è la tua capacità di comunicare, più difficilmente accadrà qualcosa di brutto.

Ma forse mi sto allontanando troppo…però…però il principio di Google è proprio questo…quanti più link ha una pagina, maggiore sarà la possibilità che appaia tra le prime nella lista…e sarà la più visitata…e di conseguenza sarà anche più difficile che “muoia”.


L’UTOPIA:

Per quello che mi è dato di capire il tuo modo di progettare sembra rifarsi alla visionaria capacità di immaginare dei mondi nuovi, più in sintonia con le provocatorie proposte di alcuni gruppi di architetti degli anni Settanta. Sotto il nome di “Architettura Radicale” si sono raccolti, in Italia, gruppi di architetti la cui ricerca si muoveva in un campo spesso in bilico tra la professione dell’architetto e le più astratte esigenze dell’arte contemporanea.
Conoscevi il lavoro di questi architetti? Se si, mi puoi spiegare come hanno inciso su quello che fai?

Si, Superstudio mi ha sempre interessato come anche Archizoom...a Francoforte, per un periodo, ho studiato con Peter Cook uno dei fondatori di Archigram, in Argentina con Gyula Kosice…Yona Friedman...Thomas Bayrle...rispetto a come abbiano inciso sul mio lavoro, non saprei...però sicuramente lo hanno fatto...
Buckminster Fuller diceva: “L’utopia esiste fino a che non si realizza”.
Non era utopico pensare che la gente potesse viaggiare in aereo cento anni fa? Ora cinquecento milioni di persone volano ogni anno. Nel 2010 saranno tre trilioni…


LA TECNOLOGIA:

Mi piacerebbe capire meglio qual’è il tuo rapporto con la tecnologia, con la tecnica e, per diretta conseguenza, con il progresso.
Quando parli del tuo lavoro usi parole come mobilità, ecologia, leggerezza; in questo senso mi sembra che ci siano tutti gli elementi per interpretare il tuo rapporto con la tecnologia (per esempio quella che consente all’uomo di volare) come un rapporto tutto sommato positivo, di fiducia. Eppure quasi tutte le innovazioni tecnologiche nascono quasi sempre per applicazioni belliche e solo in un secondo tempo vengono messe a disposizione della società, e anche quando diventano di pubblico dominio, solo una privilegiatissima minoranza può veramente usufruirne. Credere nella tecnologia come strumento di riscatto sociale allora non rischia di essere un po’ troppo ingenuo?

Si se non cambiamo modo di ragionare…se non troviamo un altro sistema per vedere e fare le cose...ma il mio lavoro cerca di confrontarsi con la realtà e in essa trova le soluzioni...

Adesso c’è una coscienza sempre maggiore riguardo al concetto di sostenibilità della nostra vita sul pianeta terra... in questo senso il mio lavoro cerca di indagare e interpretare la realtà esistente, utilizzando le innovazioni tecnologiche per nuovi obbiettivi sociali.

Per esempio la mia idea di Air Port City è quella di realizzare piattaforme, cellule abitative o città che galleggiano in aria, che cambiano forma e si aggregano tra loro come le nuvole. Questa flessibilità di movimento, in relazione agli stati-nazione, trova una risposta nelle strutture organizzative degli aeroporti: la prima città internazionale. Gli aeroporti sono in varie città, e sono divisi da “air side” and “landside”; nell’ “air-side” tu sei sotto legislazioni internazionali. Ogni azione commessa sarà giudicata secondo norme internazionali. Total control under freedom.
Air Port City è come un aeroporto che vola: potrà viaggiare legalmente attraverso il mondo, usufruendo delle regolazioni degli aeroporti. Lavora su questa struttura cercando di contestare i confini politici, sociali, culturali e militari oggi accettati, per cercare di ristabilire nuovi concetti di sinergia...

­Per esempio ti posso spiegare cosa succede con i brevetti e in che maniera si può anche ragionare...non siamo più negli anni ‘60…spero che qualcosa la si sia imparata…
mantenere l’utopia però è sempre un concetto attuale, che muta a seconda delle epoche....vediamo se riusciamo imprimergli un altro carattere…
Secondo la mia esperienza personale, credo che ci sia una grande possibilità e potenzialità nella registrazione di un brevetto…per esempio un giorno stavo telefonando a una società che produce una pellicola di cui avrei avuto bisogno per la realizzazione di un nuovo lavoro… dopo un po’, l’ingegnere con cui stavo parlando mi dice che quel materiale viene utilizzato come isolante nei satelliti e che il particolare tipo di cui io avevo bisogno può essere usato solo per scopi militari e che solo con un permesso (impossibile da ottenere) dell’esercito degli Stati Uniti d’America ce ne si può servire…ora…cosa potevo fare…Io stavo continuando a chiedere ma…questo è un progetto d’arte…ecc…io sto facendo le Flying Cities…niente da fare, mi risponde!
È stato brevettato a queste condizioni! In questo caso il brevetto impedisce l’uso del materiale per scopi che non siano militari…
Ok, ora vediamo il caso del mio brevetto. Dopo aver registrato all’ufficio brevetti c’e un periodo di tempo, della durata di un anno, in cui puoi vendere la tua idea all’industria, a chi ne sia interessato insomma. Se, trascorso l’anno, però, il brevetto non è ancora stato acquistato (ed io ho fatto in modo che questo non succedesse), si perde il diritto di ricavare profitto dalla propria invenzione. Questo significa che tutti, in tutto il mondo, ora possono usare il brevetto, ma che nessuno, però, può ricavare un profitto economico da questo.
Ciò significa che nessuna grossa società sarà interessata ad un suo utilizzo, perché non potrà ricavare da ciò un diretto guadagno; ma la gente comune avrà la possibilità di usarlo, in un modo più accessibile (ci si augura!) Da una parte si limita il potenziale dell’invenzione ma dall’altra si aprono le possibilità per gli altri… non c’è nessun cambiamento sostenibile se non nasce dal basso, verso l’alto…

Non sono cosi ambizioso...lascio gli altri pensare....non é meglio? Credere che uno può risolvere tutto…mi piace Rirkrit (Tiravanija n.d.r.) quando cerca di trovare uno spazio e di dare il tempo perchè le cose succedano...come se esistessero già e gli altri le potessero fare anche senza di noi…non solo per la tecnologia o, si potrebbe dire, per l’etica di una tecnologia…le cose non dovrebbero essere svincolate...faccio fatica a vederla diversamente.


LA MOSTRA:

Negli anni Novanta trovo che a un certo punto si sia diffusa tra molti artisti la convinzione che la mostra si dovesse consumare in un’esperienza; questo accadeva (e ancora accade) ricorrendo a elementi come la luce, il suono ecc; penso per esempio alla nebbia di Olafur Eliasson o alle installazioni sonore di Carsten Nicolai, per citare solo alcuni casi più eclatanti. In qualche misura anche il tuo intervento a Genova, nello spazio di Pink Summer, mi sembra possa rientrare in questo tipo di mostra. Nello stesso periodo anche tanti architetti hanno fatto dell’esperienza un punto cardine del lavoro. Mi vengono in mente gli americani Diller e Scofidio, con il loro Blur Building (“l’edificio nuvola” realizzato per l’ultimo l’Expo Internazionale, in Svizzera). Dopo l’ultima Documenta, però, mi sembra essersi affermata una nuova linea. Sono sempre di più infatti le mostre dove i lavori, installati in modo piuttosto tradizionale, si susseguono accompagnando lo spettatore come in un percorso. Cosa ne pensi? Vedi anche tu questa tendenza?

Si, andare, venire, tornare, tornare a fermarsi...scrivo qualcosa...in generale non penso in che modo mostrare il mio lavoro…mi ricordo di una mostra in Germania, a Bonn dove mi é capitato di arrivare la sera prima e non sapere ancora cosa mostrare…il giorno dopo ho domandato se avevamo soldi sufficienti per affittare un camion invece di una macchina...allora ho messo tutto il mio studio dentro il camion…sono arrivato al bar del museo…ho visto la sala espositiva…sono andato al bar con il mio amico greco Odysseus…abbiamo mangiato e bevuto senza ancora aver deciso cosa mostrare…abbiamo preso tutto lo studio e lo abbiamo trasportato nella stanza…ho sparso in giro un sacco di cose…sculture, modelli, testi…un anno e mezzo di lavoro in Germania…mi sembrava molto difficile che la gente riuscisse a capire, sembrava impossibile ma alla fine tutto era collegato…una pausa, ti esponi, riuscire a trattenersi, dilatare il tuo, il nostro (ogni tanto) tempo, condividere qualcosa in continuo processo…ecco, è stato come mostrare il processo di qualcosa che stavo cercando di produrre, senza però riuscire a produrre niente.

O forse qualcosa…per esempio, per una mostra a Berlino, curata da Caroline Eggel e Christiane Rekade…Ma forse è meglio che ti riporti testualmente un pezzo del testo che accompagnava il mio lavoro. Il lavoro si intitola WMPT, World Meeting Public Telephone…
(…) nel progetto d’arte WMPT, World Meeting Public Telephone mi sono occupato delle possibilità e delle relazioni per migliorare ed aprire una nuova via, che renda le comunicazioni più accessibili, approfittando del collegamento globale delle reti telefoniche. (…) mettendo in relazione tra loro 12 telefoni pubblici in giro per il mondo, collegati fra loro 24h su 24, 365 giorni l’anno, come mezzo di comunicazione. La Gente, usando questi telefoni pubblici, semplicemente componendo il prefisso “0800”, aveva l’opportunità di mettersi in contatto con altri 11 telefoni pubblici in differenti città. Questo telefono pubblico inverte la relazione che c’è tra pubblico e privato: può ricevere una chiamata da un numero privato (una casa per esempio) o da uno degli altri 11 apparecchi pubblici coinvolti.
…Con questo sistema sono possibili fino a 5 conversazioni simultanee…quindi la prossima volta…quando ti troverai a camminare nella tua strada…rispondi al telefono!

Forse i collegamenti tra le varie mostre si realizzano da soli... forse uno comincia a percepire qualcosa solo in un secondo tempo...alle volte penso che se la stanza di Pink Summer (galleria di Genova dove Saraceno ha esposto, n.d.r) fosse stata riempita di Elio e fosse stata fatta volare sarebbe diventata “earth specific”, come se collegassimo un pensiero più specifico con uno più generale...


Bene, mi sembra che di cose ne siano venute fuori… forse occorrerà del tempo per capire effettivamente di cosa abbiamo parlato. La cosa più bella, mi sembra, è che, invece di dare delle risposte, alla fine non abbiamo fatto altro che aumentare la complessità delle domande…
Se ti va, e solo se può tornarti comodo per concludere il discorso, potresti raccontare brevemente com’e il tuo rapporto con l’Italia?

“Still from the planet Earth, do you like it?”

Riccardo Previdi, Berlin 23 Novembre 2004
Tomas Saraceno, Miami 18 Dicembre 2004

(01/4)