OBEDIENCE TO AUTHORITY

Luca Lo Pinto

In un breve soggiorno newyorchese, ormai due anni fa, mi capitò di passare di fronte alla vetrina di una piccola libreria di usato nell’East Village (lo so, fa molto “Notting Hill”) attratto dalla copertina di un vecchio catalogo del Moma con tutte ricette culinarie dei grandi artisti della scena americana degli anni ‘60. Spulciando tra gli scaffali mi capitò sotto gli occhi anche un altro libro, un piccolo paperback degli anni ’70 con una veste grafica alla Peter Saville ed un titolo alla Zizek: “Obedience to Authority”.
Dopo averlo tenuto sul tavolo come base di un’alta pila di titoli da leggere, recentemente l’ho ritirato fuori e ho cominciato a leggerlo. Una volta finito, mi sono convinto che sarebbe stato bello pubblicarne degli estratti e, trattandosi del resoconto di un esperimento, lasciare chi legge libero di rifletterci sopra autonomamente.
L’autore, Stanley Milgram, fu uno psicologo americano che trascorse la sua carriera di ricercatore e professore nelle università di Yale e Harvard. Come mi suggerisce il net, Milgram è stato ideatore di raffinate tecniche di ricerca, autore di vari contributi che riguardano la vita nelle grandi metropoli, la relazione tra il potere di condizionamento esercitato dalla televisione e i comportamenti antisociali. Ma il suo nome è soprattutto legato agli studi riguardanti la determinazione del comportamento individuale, da parte di un sistema gerarchico e autoritario che impone obbedienza. Egli condusse, nel 1961, un celebre esperimento, presso i locali dell’Interaction Laboratory dell’Università di Yale, teso a verificare il livello di aderenza agli ordini impartiti da un’autorità, nel momento in cui tali ordini entrano in conflitto con la coscienza e la dimensione morale dell’individuo. Ho pensato di campionare alcuni estratti per presentarvene la versione remix.
“... L’obbedienza è il meccanismo psicologico che unisce l’azione individuale al fine politico. E’ l’elemento che vincola gli uomini al sistema dell’autorità.
Un esperimento si differenzia dalla dimostrazione in quanto in un esperimento, una volta che l’effetto è stato osservato, diviene possibile alterare sistematicamente le condizioni sotto le quali l’effetto stesso è prodotto e, in tal modo, riuscire a conoscerne le cause.

La semplicità è l’elemento chiave per un’efficace ricerca scientifica. Procedure complicate possono solo ostacolare una chiara valutazione del fenomeno stesso.
Per studiare l’obbedienza nel modo più semplice, dobbiamo creare una situazione nella quale una persona ordina ad un’altra persona di eseguire un’azione osservabile e dobbiamo rilevare quando avviene l’obbedienza all’imperativo e quando invece fallisce. Se dobbiamo misurare la forza dell’obbedienza e le condizioni secondo le quali essa varia, dobbiamo forzarla contro fattori potenti (in cui l’elemento umano sia facilmente percepibile) che lavorano nella direzione della disobbedienza. Di tutti i principi morali, quello che si avvicina di più all’essere universalmente accetto è questo: uno non deve infliggere sofferenza ad una persona indifesa, che non è né nociva né minacciosa verso l’altro. Questo principio è la forza che poniamo in opposizione all’obbedienza.

Ad una persona che si presenta nel nostro laboratorio sarà ordinato di agire contro un’altra persona in modo sempre più severo. Di conseguenza, si accumuleranno le pressioni per la disobbedienza. Il soggetto può infatti rifiutare di eseguire il comando, ritirandosi dall’esperimento. Il comportamento antecedente a questa rottura è definito obbedienza. Il punto di rottura è l’atto di disobbedienza.

Per reclutare i soggetti per l’esperimento fu messo un annuncio su un giornale locale. Si comunicava che era rivolto a tutti e che avrebbero collaborato, con un compenso di $4,50 per un’ora di partecipazione, ad uno studio sulla memoria e sull’apprendimento. Risposero in 296. Dato che il numero non era sufficiente, la modalità di reclutamento fu integrata da una sollecitazione via posta. Gli studenti universitari della Yale sarebbero potuto essere i soggetti più facili da studiare. In psicologia è tradizione effettuare gli esperimenti sugli studenti. In questo caso si è preferito reclutare soggetti da un campione più ampio come l’intera comunità del New Haven composta da 300.000 persone. Soggetti tipici furono impiegati delle poste, insegnanti del liceo, rappresentanti, ingegneri e operai. L’esperimento è stato realizzato nell’elegante Interaction Laboratory dell’Università di Yale. Questo dettaglio è rilevante per far percepire la legittimità dell’esperimento.

Nella fase iniziale della prova, lo sperimentatore, assieme ad un complice, assegnava con un sorteggio truccato i ruoli di “allievo” e di “insegnante”: il soggetto ignaro era sempre sorteggiato come insegnante e il complice come allievo. Il ruolo dell’ “allievo” fu interpretata da un ragioniere di 47 anni.
Lo sperimentatore spiegava che lo studio riguardava gli effetti della punizione nell’apprendimento. L’ “allievo” era condotto in una stanza, messo a sedere su una sedia con le braccia legate per prevenire movimenti eccessivi e con un elettrodo attaccato al polso. Gli veniva detto che avrebbe dovuto imparare una lista di coppie di parole; ogni volta che commetteva un errore, avrebbe ricevuto una scossa elettrica di intensità crescente. L’obbiettivo reale dell’esperimento era l’insegnante. Dopo aver osservato l’ “allievo” legato, esso veniva portato nella grande stanza dell’esperimento e messo seduto davanti ad un generatore di corrente elettrica composto da 30 interruttori a leva posti in fila orizzontale, sotto ognuno dei quali era scritto il voltaggio, dai 15 V del primo ai 450 V dell’ultimo. Sotto ogni gruppo di interruttori erano presenti delle scritte che variavano da SCOSSA LEGGERA a SCOSSA MOLTO PERICOLOSA. All’insegnante veniva detto che spettava a lui condurre il test d’apprendimento all’uomo presente nell’altra stanza. Quando l’ “allievo” rispondeva correttamente, l’insegnante doveva procedere con la domanda seguente; quando invece forniva una risposta sbagliata, l’insegnante era obbligato a dare una scossa elettrica. Partiva al livello più basso (15V) per poi aumentare il livello in occasione di ogni risposta sbagliata.
Il fine dell’esperimento è vedere fino a che punto una persona può andare avanti in una situazione pratica e osservabile, nella quale gli viene ordinato di infliggere un dolore crescente ad una vittima che protesta. A quale punto il soggetto si rifiuterà di obbedire allo sperimentatore?
I conflitti nascevano quando l’uomo, ricevendo la scossa, cominciava a manifestare che stava provando disagio. A 75V, l’ “allievo” grugniva. A 120V si lamentava verbalmente; a 150V chiedeva di essere dimesso dall’esperimento. Le proteste continuavano all’aumentare delle scosse. A 285V la sua reazione poteva essere descritta solo come un urlo d’agonia.
Per rafforzare la credibilità, lo sperimentatore dichiarava, in merito ad una domanda dell’ “insegnante” (soggetto ignaro), che “anche se le scosse possono essere estremamente dolorose, non causeranno alcun danno permanente.”
In varie fasi dell’esperimento il soggetto poteva rivolgersi allo sperimentatore per chiedere consiglio se continuare o no a distribuire la scossa. O poteva dire che non desiderava andare avanti. Lo sperimentatore rispondeva con una sequenza di “stimoli”, usandoli tante volte quanto necessario per riportare il soggetto in riga.

Stimolo 1: Prego continui, o, vada avanti
Stimolo 2: L’esperimento richiede che lei continui
Stimolo 3: E’ assolutamente essenziale che lei continui
Stimolo 4: Non ha altra scelta, deve andare avanti

Se il soggetto chiedeva se l’“allievo” poteva essere soggetto a danni fisici permanenti, lo sperimentatore rispondeva: “Anche se le scosse possono essere dolorose, non ci saranno danni permanenti, quindi vada avanti”

In tutte le situazioni, l’ “allievo” dava una serie di risposte predeterminate a un test di coppie di parole, basate su uno schema di circa tre domande sbagliate rispetto ad una corretta.

Per nostra costernazione, anche le più forti proteste delle vittime non hanno impedito a molti soggetti di effettuare la punizione più dura ordinata dallo sperimentatore.
La situazione ha indicato che i soggetti hanno obbedito all’autorità in misura molto maggiore rispetto a quella da noi prevista.
In questa situazione il soggetto deve risolvere un conflitto tra due richieste dalla sfera sociale reciprocamente incompatibili. Può continuare a seguire gli ordini dello sperimentatore e punire l’ “allievo” con uno scossa sempre maggiore o può rifiutare di seguire gli ordini dello sperimentatore e dare ascolto alle suppliche dell’ “allievo”.
I soggetti hanno spesso espresso disapprovazione nel dare la scossa a un uomo nonostante le sue obiezioni, e altri hanno denunciato la cosa come stupida e senza senso. Tuttavia molti hanno seguito i comandi dello sperimentatore.
Su 40 soggetti, 26 hanno obbedito agli ordini dello sperimentatore fino alla fine, continuando a punire la vittima fino al raggiungimento della scossa più potente disponibile nel generatore. I soggetti erano frequentemente in stati d’agitazione. Dopo che era stata distribuita la scossa più forte, e lo sperimentatore aveva fermato la procedura, molti soggetti obbedienti hanno espresso sospiri di sollievo, stropicciato le ciglia, sfregato le dita sugli occhi o fumato nervosamente.

La sottomissione all’autorità è una condizione forte e prepotente negli uomini. Gli uomini non sono solitari ma operano all’interno di strutture gerarchiche. Siamo nati con un potenziale per l’obbedienza, che poi interagisce con l’influenza della società nel produrre l’uomo obbediente. L’autorità non necessita di possedere uno status alto nel senso di “prestigio”. Per esempio, la maschera a teatro è una fonte di controllo sociale a cui noi sottostiamo volentieri. La forza di un’autorità ha origine non da caratteristiche personali ma dalla sua posizione percepita in una struttura sociale. Una percentuale sostanziale delle persone fanno quello che li viene chiesto di fare, a prescindere dal contenuto dell’atto e senza limiti di coscienza, fino a tanto che essi percepiscono che il comando proviene da un’autorità legittima.
In un articolo intitolato “I pericoli dell’obbedienza”, Harold J.Laski scrisse:
“…Civiltà significa, soprattutto, una riluttanza a infliggere un dolore non necessario. All’interno di questa definizione, quelli di noi che accettano passivamente i comandi dell’autorità non possono tuttavia affermare di essere uomini civilizzati.
…Se desideriamo vivere una vita non interamente priva di senso e significato, la nostra impresa dovrebbe consistere nel non accettare niente che contraddica la nostra esperienza primaria solo perchè ci proviene da una tradizione, da una convenzione o da un’autorità. Potremmo sbagliarci, ma la nostra espressione individuale è bloccata alla radice a patto che le certezze che ci è stato chiesto di accettare coincidano con le certezze che viviamo. Questo è il motivo per cui la condizione di libertà in qualunque stato è sempre uno scetticismo forte e radicato dei canoni su cui si fonda il potere.”

(01/3)