L'AVANGUARDIA E' UNA COSA. L'INNOVAZIONE E' UNA COSA. LA SPERIMENTAZIONE E' UNA COSA

Francesco Farabegoli

Tenere una chitarra appoggiata ad un amplificatore della madonna che suona al massimo dei volumi sostenibili dall’orecchio umano (e oltre) non ha a che fare con nessuna delle tre. È un modo di fare musica che ha chiari referenti, padri putativi che ne hanno stabilito la cifra stilistica ed esempi di estrema attinenza nella storia della musica rock. È strano dunque che un progetto come Sunn O))) si sia fatto strada così prepotentemente nell’immaginario del rock contemporaneo come principale avanguardia compositiva ed esecutiva. Il progetto Sunn O))) è soprattutto caratterizzato da una grande e quasi inequivocabile “stupidità” di fondo: riprendere la lezione di un modello di suono “forte” e nient’affatto sfruttato commercialmente, risuonarla con minime variazioni e sputarla fuori a caratteri cubitali. Dalle premesse ideologiche, tuttavia, il gruppo di Stephen O’Malley e Greg Anderson fugge ben presto per assettarsi in una linea d’ombra del metal estremo dei nostri giorni che semplicemente aspettava degli occupanti.

Le menti dietro a Sunn O))) sono due musicisti di area doom metal. Il primo è Stephen O’Malley, con un passato in una gloriosa band dell’underground statunitense chiamata Burning Witch a sua volta nata dalle ceneri di Thorr’s Hammer, entrambi i gruppi sostanzialmente votati al sacro verbo del doom o sludge o stoner più maligno, epigoni di successo e creativamente rilevanti dell’asse primi Cathedral/Eyehategod, con tanto di sfumature annesse. Il secondo è il reggente e fondatore di Southern Lord, eterno compagno di gruppo di O’Malley e titolare in proprio del progetto Goatsnake (baciato anche da una certa qual fortuna di pubblico ai tempi dell’hype dello stoner).
SunnO))), in realtà, si pone fin da subito come un progetto molto diverso. Probabilmente figlio dell’immarcescibile amore di Anderson per il periodo più glorioso dell’epopea Earth (cfr. Nero #7), si addentra nel culto della band di Carlson partendo dalla pedissequa ripetizione del modello Earth2 ricalibrato in favore di un’estetica “ipermetal” che consiste - sostanzialmente - di una semplice reiterazione di segni buttati più o meno a caso su un formato esistente più che un autentico diktat ideologico. Se Anderson è il principale fautore del suono, almeno in prima istanza, O’Malley dà subito al progetto la connotazione extramusicale che lo rende così unico. Apprezzatissimo graphic designer (ne potete ammirare il lavoro sul suo sito personale ideologic.org), raffinato elaboratore di immagini ed immaginari e principale molla dello sdoganamento di Sunn O))) ad un pubblico extragenere. L’unione tra i due, in ogni caso, non è il genere di patto di sangue indissolubile che potrebbe rendere Sunn O))) un sistema isolato. Da quasi subito, anzi, il mestiere delle armi della band è coadiuvato da un tasso elevatissimo di influenze esterne tra cui è possibile scorgere protagonisti assoluti della musica contemporanea quanto cantanti di oscuri gruppi black metal. Tutto quel che Sunn O))) tocca, tuttavia, diventa oro: una pura e semplice questione di credibilità.

L’epopea discografica di Sunn O))) parte con la pubblicazione, in maniera un po’ “laterale”, dei Grim Robe Demos. Un po’ un divertissement, dal punto di vista puramente musicale: una raccolta di drones di estrazione doom metal chitarra/basso totalmente figli del periodo “tossico” di Dylan Carlson. È con l’album 00Void che la musica di Sunn O))), sempre e comunque una derivazione assolutamente non-originale del mostro-Earth, arriva al mondo con una chiara e ben definita identità musicale: un incedere maligno ed oscuro, ancorché non “disturbato” come quello di Earth2 (SOMA e Greg Anderson sanno ESATTAMENTE cosa stanno facendo) che modella pezzi lunghissimi di incessante drone chitarristico in forma di schegge di puro ambient apocalittico. Il lavoro di O’Malley diventa determinante, forse più della musica: copertine in cui il grigio scava sopra il nero e viceversa, istantanee di funerea decadenza post-rock. Con 00Void ed il seguente Flight Of The Behemoth (il primo sulla Rise Above dell’amico Lee Dorrian, di seguito tutto uscirà su Southern Lord) la musica di Sunn O))) troverà il suo primo appiglio, la schiera di appassionati del doom e del black metal più coraggiosi e sperimentali: musica per la fine del tempo e dello spazio, tortuose avventure ai limiti dell’udibile e cose del genere. Lo scenario in cui questa musica esce è determinante: Dylan Carlson operava nell’ostracismo generale, ma agli albori del 2000 è chiaro che la lentezza sarà per un bel pezzo la nuova frontiera dell’estremismo metallico. Anderson e O’Malley danno semplicemente un compendio di innovazione incrementale: non più la lentezza ma l’immobilità. La musica di Sunn O))) viene adottata dai primi grossi nomi come possibile squarcio sul futuro: il terzo disco “lungo” uscirà nel 2003 e consterà di una mezz’ora iniziale in cui ai due si aggiunge Julian Cope in uno dei deliri più riusciti della sua carriera, e un po’ tutto quel che succede nei due anni successivi servirà a portare Sunn O))) al ruolo di ponte ideale tra avanguardie ambient-drone di scuola Touch, leggere alla voce Oren Ambarchi (ovviamente collaboratore ormai fisso della band e titolare di un progetto in via di definizione con O’Malley e nientemeno che Attila Csihar - altro collaboratore di Sunn O))) - chiamato Burial Chamber) e tutte le frange del metal estremo possano essere concepite oggi (perché anche il più severo dei detrattori non può che arrendersi alla assoluta negatività della musica della band). Una posizione in fondo non dissimile all’approccio jazz con cui Zorn intavolò un discorso trash/hardcore all’epoca di Naked City/Painkiller, ma che prende le mosse dalla parte povera e non si nasconde dietro un dito. È certo semplicemente una questione di accenti, o di impostazioni grafiche. Indubbio anzi che l’influenza del grafico O’Malley nel rock contemporaneo più in compromissorio sia maggiore di quella di chiunque altro, e questo solo a causa di un modello “forte” come Sunn O))). L’epopea gloriosa della band, tuttavia, comincia ad avere battute d’arresto dopo il capolavoro White1. Per sua natura, il disco rappresenta probabilmente il limite estremo dell’innovazione dei due: sperimentato il doom in mille forme e raggiunto il drone puro, vengono chiamati ospiti a fornire piccole (ed irrilevanti, come quasi sempre per gli ospiti nei dischi dei due) innovazioni incrementali destinate a soccombere nel magma di pura elettricità della band. Da White2 a Black1 alla prima collaborazione con Boris arrivano ben chiari segnali di scarsa connettività ad un flusso del suono ormai ingestibile che prima (White2) viene provato a rimodellare in chiave puramente “ambient” modificando il suono e rendendolo più docile - un’operazione di malafede assoluta per aggiungere proseliti e sfaccettature di “durevolezza” ad una forma musicale destinata ad invecchiare in brevissimo tempo, come giusto e consueto per gli estremismi - e di seguito chiudendosi - ancora più in malafede - a riccio in un flusso di bordoni satanici puntellati dallo scream di Malefic e soci. Davvero poca cosa in un discorso complessivo che poteva agguantare il flusso della Musica e si ritrova a predicare soltanto se stesso. Segnali importanti vengono comunque da un ennesimo cambiamento di fronte che sta dietro all’uscita di Altar, probabilmente l’unica collaborazione davvero sensata ad oggi di Sunn O))), che coinvolge Boris e in seconda istanza una serie di ospiti (financo il redivivo Kim Thayil) e soprattutto, nel bonus disc, racconta della prima joint-venture con il maestro di sempre Dylan Carlson (il quale dal canto suo reinventa l’approccio maligno e dilaniato della band convogliandolo in un formato western ancor più acido del suo Hex). Un centro perfetto, forse la cosa da cui occorrerebbe ri-partire a livello discografico per ricostruire un percorso di coerenza interna più che una valanga di masturbazioni teoriche che mal si applicano al progetto.
L’approccio live della band, d’altro canto, rimane lo stesso negli anni ed è definitiva conferma delle esatte dimensioni del progetto Sunn O))). Può capitare di vederli dal vivo, lugubri individui incappucciati in gruppi di due, tre, cinque elementi avvolti dal fumo e dalle luci, suonare un solo infinito drone metallico che nel corso di un’ora si abbassa di tono fino a diventare pura vibrazione, a volumi tali da far saltare fuori la cena dall’intestino. Quasi chiunque ne venga a contatto rimane interdetto o proprio contrariato: esperienza basilare ed avvolgente, millelire per certi versi e comunque estremamente metallica (sul genere: “ecco chi è che ce l’ha più grosso”), eccessiva anche alle orecchie dei più esperti. È probabilmente in questo amore e odio che si gioca la loro permanenza negli immaginari di un po’ tutti coloro che li citano ad ogni possibile occasione come la “cosa” che sta succedendo, per eccellenza, al rock.