HIPPIES E CRIMINALI: DONATELLA BARDI & ELMORE LEONARD

Antonio Pezzuto

Vorrei parlare dei beautiful losers. Perdenti, oggi, secondo i valori considerati vincenti. Perdenti che non appaiono in televisione, che hanno idee strane ed inadeguate. Che non riescono ad inserirsi ed hanno voglie diverse. Non scendono a compromessi, sono fuori moda. Reduci, alcuni li chiamano. E vorrei parlare di Donatella Bardi, cantante, che è morta qualche anno fa, ed io non l’ho mai vista, se non in una piccola foto, nella busta interna di Volo magico n° 1, il secondo disco da solista di Claudio Rocchi, e lei aveva i capelli lunghi, una luce dietro le spalle e la foto l’aveva fatta Gabriele Di Bartolo, che di quel periodo, 1971, era uno dei fotografi ufficiali. Oggi il suo, anzi, il loro genere musicale lo chiamano rock progressivo italiano, una casa editrice giapponese ha rieditato tantissimo materiale, una italiana anche. Noi, che eravamo più piccoli, a loro li chiamavamo hippies, o beat. Loro, a se stessi, si chiamavano in tanti modi diversi. Fecero anche un partito politico, Ippi, nel 1972, con tanto di logo disegnato da Matteo Guarnaccia (dal quale ho preso qualcosa per questo pezzo). Ma non so se Donatella Bardi ne faceva parte.
Faceva sicuramente però parte di quello che è stato il movimento degli anni Settanta (e anche di qualche anno prima), un movimento indistinto fagocitato e digerito grazie alla stampa e alla follia del terrorismo. “Un esercito grande - ha cantato Claudio Rocchi in Ho Girato Ancora - che può se lo vuole riuscire a cambiare. Ma dentro le tasche degli stessi vestiti che tutti vestiamo, oggetti diversi ci dicono la vera realtà che viviamo: la pistola o la lira, la siringa o la mala, la tessera o il fumo, la chiave di ferro, il fumetto di sesso, la Gita o il Vangelo, la bottiglia di whisky od il pane integrale, ed in un solo momento questo esercito grande diventano gruppi, che guardando più in fondo si scoprono lontani, si scoprono diversi. Si scoprono nemici”.
Quel movimento è stato raccontato soprattutto dai musicisti. E Donatella Bardi faceva parte di una parte di quel movimento. Quello che non riempiva i Palasport che non c’erano e che svuotava i PalaEur, dal 4 al 7 maggio 1968 nel primo evento italiano, che aveva come ospiti, tra gli altri, Pink Floyd, Traffic, Captain Beefheart e Soft Machine e come spettatori più poliziotti che pubblico; quello dove militavano Franco Battiato e Alan Sorrenti, che cantava “Vorrei incontrarti sopra i cancelli di una fabbrica, lungo le strade che portano in India” e aveva i capelli lunghi e ha fatto conoscere in Italia Tim Buckley; dei Festival di Parco Lambro, di Villa Pamphili, di Ballabio, Viareggio e Zerbo; delle comuni; del Living Theatre; delle riviste Re Nudo, Get Ready, Cerchio magico, Freak, Ubu; dell’amore libero; Jack Kerouac, Novalis e Ferlinghetti; i viaggi in India; l’LSD e Romina Power e Giuliana De Sio.
Per questo di Donatella Bardi conosco bene la voce, sentita con Claudio Rocchi, con Alberto Camerini del quale era la ragazza (… la mia donna, la tua donna, che vuol dire? …) in Bambulè, l’ho sentita in Chiaro dei Loy Altomare, in Verso il Mare di Enrico Nascimbene, ancora con Rocchi in Non ce n’è per Nessuno e Sulla Soglia. Non ho mai sentito “Simon Luca e l’enorme Maria”, supergruppo del quale oggi non si riesce a trovare nessuna traccia, non ho mai sentito nemmeno Il Pacco, dove cantava accompagnata da Camerini e da Eugenio Finardi e che non ha lasciato nessuna registrazione. Ma sono riuscito a trovare il suo unico disco solista, A Puddara è un Vulcano. Copertina nera, tanti disegni all’interno, il suo pezzo più bello, Punto e a capo (... per le strade che ho dentro, è un paese meraviglioso, non c’è mai un problema…). E di lei ricordo un trafiletto letto sulla Gazzetta del Mezzogiorno, alla pagina degli spettacoli, che la dava per morta, ma morta non era, aveva solo avuto una esperienza un po’ estrema con le droghe, narra la leggenda che non so se sia vera. So, però, che decise di allontanarsi dal mondo della musica, dove è riapparsa, per quello che mi risulta, pochi anni fa, cantando nelle grotte, speleologa della voce.
Penso che vivesse tra Milano e la campagna toscana. Non so come sia morta. L’ho letto casualmente su Internet, e su di lei, su Internet, c’è molto poco. C’è una foto, dove dovrebbe essere lei, ma che non ha niente a che vedere con la ragazzina seduta con le gambe incrociate e la luce dietro le spalle nel 1971. Per me lei è quella foto e una voce che canta assieme a Rocchi, nella suite di Volo Magico: “Pane, suono, aria. Voci, amici, roba, far l’amore. C’è sempre tempo per cantare per le stelle il tuo tutto. Poi puoi andare dove vuoi, poi puoi esser come vuoi, poi puoi stare con chi vuoi, poi puoi prendere o lasciare, poi puoi scegliere di dare”.
Ed era unica. Nel mio immaginario. Certo, io non ho mai saputo nulla di Manuela Mantegazza che non ha mai condiviso il femminismo perché non si è mai sentita usata dagli uomini, non avendo mai permesso a nessuno di farlo, di Terry Ann Savoy e della comune di Terrasini in Sicilia, di Silvia Fardella che non si faceva trascinare. E non ho mai mosso un dito per Carol Berger, che dalla comune di Villa degli Angeli a Positano, è poi morta in prigione perché non le hanno dato le medicine che le servivano.
Per me Donatella Bardi era diversa. E non ho mai visto un personaggio simile al cinema, o non l’ho mai letto in un libro italiano. Al cinema, forse, in qualcosa di Alberto Grifi, nella ragazzina con i capelli corti di Parco Lambro che voleva far saltare l’organizzazione, Stefania Maggio, ho poi scoperto che si chiamava.
Poi un giorno, per caso, qualche mese fa, ho letto un libro: Hot Kid di Elmore Leonard.
Questo libro l’ho letto solo perché Leonard sarebbe stato al Noirinfestival di Courmayeur. Sapevo pochissimo di lui. Sapevo che aveva scritto i libri dai quali sono stati tratti Be Cool e Get Shorty, e che Quentin Tarantino lo aveva preso per Jackie Brown. E basta. Ho poi scoperto che Abel Ferrara ha girato un film tratto da un suo libro (Cat Chaser, letteralmente acchiappafiga, in italiano Oltre ogni rischio), che Budd Boetticher ha girato I Tre Banditi, Martin Ritt Hombre, Richard Quine I Contrabbandieri degli Anni Ruggenti, Dalmer Daves Quel treno per Yuma, con Glenn Ford nella parte del cattivo. E che James Mangold ne sta girando il remake dove sarà Cameron Crowe, ad essere cattivo.
Hot Kid, invece, parla di Carl Webster, che nel 1921 a Okmulgee, Oklahoma, aveva quindici anni quando fu testimone della rapina e dell’omicidio al drugstore del Signore Deering. Poi va avanti, il libro. Carl diventa agente federale, quando tira fuori la pistola lo fa solo per uccidere, neutralizza un bel po’ di banditi dell’epoca, si innamora di una donna. Finisci di leggere il libro e vuoi diventare anche tu come Carl. Cammini con la schiena più dritta del solito, guardi le persone negli occhi, e cerchi di vivere dicendo di si quando vuoi dire si, e no quando vuoi dire no. Bianco e nero, non servono altri colori. Cultura da strada, che dice le cose come stanno. Fare delle scelte e rispettarle. Tra i personaggi di Leonard e i beautiful losers la differenza non esiste. Nei suoi libri, finalmente, trovo a chi Donatella Bardi assomiglia. “Credere al caso è soltanto una via per negare responsabilità”, diceva Claudio Rocchi. Che altro posso fare? Corro a Courmayeur ad incontrare Leonard.
Ha 83 anni, di Detroit, all’apparenza disponibile, in realtà non parla molto e ha l’attitudine a ripetere le cose che ha già detto altrove. Fisico asciutto, capelli bianchi. Molto lucido e determinato. Spesso nelle sue storie c’è qualcuno che guarda e racconta. E Leonard è un po’ così. Osserva, studia, è molto attento e preciso. E racconta.
“Non parlo di solito molto della situazione attuale. Non sono un giornalista, non conosco le cose nei dettagli”, ci dice, e poi continua “È cambiato molto negli anni Sessanta e Settanta. Io pensavo che la cultura hippie avrebbe avuto un maggiore effetto. E mi sorprendo a pensare quanti conservatori ci siano oggi, persone che hanno studiato nelle stesse mie scuole, con gli stessi miei stimoli, sono diventate come i loro genitori”.
La gente cambia e cambia anche l’America, sulla quale Leonard ha scritto non trascurando nessun periodo. “Mi piace scrivere dell’America, Cuba Libre, per esempio, ambientato alla fine del 1800, quando l’America ha iniziato ad emergere come potenza mondiale. 1500 morti, contro i più di 3000 della guerra in Irak. E poi sono attratto dagli anni Trenta perché sono gli anni nei quali sono cresciuto, e perché mi piace il suono che avevano”.
Leonard inizia a scrivere alle nove di mattina e va avanti fino alle sei. “Scrivo con la penna, mi piace molto scrivere e mi piace molto scrivere dialoghi, sentire parlare i miei personaggi, sentire le loro voci nella mia testa, non sapere nemmeno io cosa succederà”.
E poi continua, ripetendo le cose che ama ripetere. Che ha imparato tutto da Hemingway, che non gli piace quasi nessuno dei film tratti dai suoi libri (“ad eccezione di Jackie Brown”). Dice quanti pochi soldi guadagnava quando scriveva i suoi racconti western e che ha iniziato a scrivere le storie noir perché era quello il genere che il mercato chiedeva. E altro ancora, a cui penso mentre torno a casa, e che ci fossero affinità tra il mondo del noir e la musica progressiva, tra il modo in cui vengono raccontati i criminali e come vivevano quelli che erano considerati hippie, lo dimostrò anche Fernando Di Leo, che come colonna sonora del suo Milano calibro nove usò Paleopoli degli Osanna, il gruppo di Elio D’Anna (... creare, creare, ovunque creare! ...). E anche gli Area, che cantavano “il mio mitra è un contrabbasso che ti spara sulla faccia ciò che penso della vita”.
Dietro la musica progressiva italiana degli anni Settanta in Italia c’erano dei musicisti. Che vivevano nelle comuni, amavano, leggevano, partivano per l’India e l’Afghanistan. E a volte ci morivano. Che usavano le droghe per allargare le coscienze, e per vedere quei colori che le loro scelte non gli permettevano di vedere. Perché se vuoi seguire i tuoi valori, i soli colori sono il bianco, il tuo, e il nero, quello degli altri. E serve sia il bianco che il nero, perché puoi esser lepre o lumaca se hai deciso di arrivare o restare. E si è indipendenti per scelta, e non per necessità. E queste scelte non si pagano. Ti appagano.

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