GUSTO DISPERSO E FRAMMENTI DI ESTETICA FUTURA

Giordano Simoncini

Cose per le quali si può uscire di senno.
Siccome sono giovine e dunque tendo a fare vedere che so le cose, succede ad es. che se mi piazzano davanti ad un piatto misto inizio da qualcosa, continuo con qualcos’altro e non finisco tutto. Facile, no?: se sono un buonuomo parto da ciò che mi piace di più, se sono frivolo mi lascio il meglio per ultimo. Ciò per cui si potrebbe anche impazzire, però, è che il mio avanzo possa fare gola a qualcun altro. Oppure come niente le poesie: c’è lì una raccolta, la leggo a balzelli, me ne piacciono alcune. Altre invece no; il critico o il sotuttoio del caso, se è più sotuttoio di me che sono giovine, non è d’accordo. Al che, siccome al mondo è tutto relativo, non c’è nessun “non capisci proprio niente” che tenga; e però ci se ne può uscire di quarto, per una faccenda del genere. Ed allora, magari, di quel film lì; della ragazza dell’amico; di quella foto; di questa stagione; di questo articolo; dell’odore della lana bagnata dalla pioggia; della scuola di pensiero; delle tue scarpe nuove; non parliamone proprio. Se pure ce la dovessimo intendere su 101 cose, sulla 102a non ci sarebbero margini di negoziato. Perché de gustibus non disputandum est. Viene da strapparcisi i capelli, al cospetto del Disaccordo Universale.

Ma c’è anche di peggio. Come quando ci sono solo io e quest’assenza di un Accordo stabile & definitivo finisce col riproporsi anche tra me e me: di quel film lì non mi hanno convinto alcune cose; della ragazza dell’amico mi piace comunque il sorriso; di quella foto è meglio quella affianco; di questa stagione c’è di male che sono allergico; di quest’articolo se non fosse per quest’incipit così ridondante; dell’odore della lana dipende da chi la indossa; della scuola di pensiero bisogna sempre far salva la scheggia impazzita; delle tue scarpe nuove amen, basta che non butti le altre. E in un disco brutto come Angel Youth c’è pur sempre Make Friends With Time. Roba che ci picchieresti la testa contro il muro…

Grosso guaio a Chinatown.
… perchè se in una cosa che detesto c’è del bello, e se in una cosa che adoro c’è del brutto, non mi piacerà mai nulla per davvero, non detesterò mai nulla definitivamente. Aggiungendo a ciò il disaccordo, si dimostra niente meno che l’inesistenza del Gusto con la G – che poi sarebbe il Gusto di modulo “saldezza della struttura del piacer-ci di qualcosa”. Attenzione che non è cosa da poco: con un solo paragrafo, facile facile, si può effettivamente resettare qualche gigabyte di storia dell’Estetica. Se Il Grande Capo io lo chiamo geniale e tu squallido e manierista; ma anche se possiamo accordare le nostre preferenze sul sushi in modo tale che tu ti mangi il nigirì col salmone ed io quello col tonno, rimanendo entrambi soddisfatti; vanno a gambe all’aria, nell’ordine, la sezione aurea, le congetture di Platone e di, a dire il meno, quattro Santi filosofi, la Critica del Giudizio, mezzo Idealismo (che però, vedremo, è destinato a rientrarci in qualche misura dalla finestra), il Gesamtkunstwerk ed una miriade di altre cose che non ci va di elencare. E fin qui niente male, perché siamo un po’ tutti giovini carini disoccupati e situazionisti il giusto. Diciamo però ancora, in prima approssimazione, che è collateralmente dimostrato che l’inesistenza del Gusto travolge anche la sua presunta forma relativa, ed è dunque impossibile che io abbia un Gusto “mio”. Così come Lo Pan in Grosso Guaio a Chinatown, il “mio” Gusto è disperso in atomi: è in quei capelli, in questa cartolina, in quell’inquadratura, tra queste parole e nell’odore di quella cosa; sarà, a breve termine, in altre cose ancora. E per quel che riguarda il “tuo”, stesso discorso, non è che sono fesso solo io. Di “nostro” c’è poi la sola fatica dell’andarlo a cercare per riconoscerlo e raccoglierlo, per goderne; e questa è, sostanzialmente, la nostra vita. Ehi tu, donna, hai un atomo del mio Gusto sulle labbra! Rendimelo! Li mortacci tua!
Le regole dell’attrazione.
Gusto disperso, dunque. Come il Sapere, come il Linguaggio, come l’Intelletto della Moltitudine. Al che uno dice: “Bon, non me n’ero accorto. Alla fine però ho vissuto bene fino ad oggi, per cui che mi frega, non è che ora cambia”. Anche sì ma anche no.

Mostrato che non c’è e che non ho un Gusto, se ne dovrebbero scrutare le implicazioni. Questo scrutare può peraltro partire dal più comune senso delle cose. Hai lì davanti la tua ragazza, le dici una di quelle robe tipo: “mi piace tutto di te, sei perfetta”. La ragazza però, conscia del fatto che il Gusto è come sappiamo, risponde “E’ impossibile! Quella pur unica cosa che non ti piace di me, e che taci, non ti consente di dirmi che ti piaccio”. Stressante!, la Verità; ma la coscienza tacita che in quella ragazza ci sia almeno un aspetto che non ti piace ce l’hai anche tu. Ed ecco che “le regole dell’attrazione” è davvero un ozioso pour parler da signorine – se lo sapevi già “a pelle”, ora hai anche l’argomento logico per motivarlo. Chi o cosa vuole piacermi ha già da sempre fallito; come continuamente accade, quel dis-gusto che sempre c’è, tende a farsi via via più grande e a mandare tutto a schifo. Per altro verso, nell’ingrata ricerca del “mio” Gusto, motivata come si è detto dal desiderio di raggrupparlo, questo Gusto disperso, al fine di averlo tutto qui attorno a me e trattenercelo, ho già da sempre fallito anch’io: con la mia rete tirerò su solo cose provviste di un piacermi instabile (nel tempo) ed impuro (a somme fatte). Anche perché, assai intuitivamente, di una persona non posso prendermi la sola allegrezza, o di un pollo in agrodolce il solo agro-, o di una foto la sola illuminazione “pura”, disgiunta da quanto illuminato. Quindi, se a qualcuno va sempre a finire a sbronze al Bar, ci vorrebbe davvero tutta quella comprensione che dovrebbe essere di un Dio che guarda.

Il mistero di Bellavista.
Ma ancora, se siamo d’accordo che non c’è Gusto Superiore cui far riferimento e/o in base al quale misurare ogni cosa, ovvero se Gusto “Condiviso” è tale solo presso-le-cose (in maniera che il “mio”, il “tuo”, convergono solo per caso ed estemporaneamente presso l’oggetto, dal quale non si sono mai mossi), anche l’Arte diventa una grana che levati. Quando gli antichi s’illudevano che di Gusto ne esistesse, nel modo specifico di “reazione logica alla conformità alla regola”, era tutto più facile: si poteva andare d’accordo. Per Cartesio stessa cosa. E non tanto perché sia stato effettivamente lui il precursore dell’intera estetica neoclassica, ma anche (e per quel che ci riguarda, soprattutto) per via del suo soggetto. Sempre e comunque a quel soggetto, davvero scabroso come dice Žižek, dovevano far capo la logica della sensibilità ed il centro del discernimento del Bello come conforme, con la conseguenza che, qualora qualcuno non fosse stato d’accordo con una conclusione estetica presuntamente logica, veniva particolarmente facile liquidarlo come pazzo e via andare. Col tempo, però, talune anime belle si sono preoccupate di svelare che quel soggetto non esiste, nel bel mentre che fior di disturbati, adeguatamente sospinti dai critici di più ampia scafatezza, hanno intrapreso ad innervare quel felice caos che è l’esperienza artistica contemporanea. Sì che oggi, stante lo “stato dell’arte” qual è, se tiriamo via la questione del Gusto nel modo già visto, si ripropone con nuova forza il problema del “cesso scassato” de Il mistero di Bellavista: non già sul piacerci o meno dell’opera, ci dobbiamo confrontare, bensì ancor prima sul suo stesso essere tale. Spersonalizzazione significa anche che non c’è più verso di districare estetica ed ermeneutica. Ciò significa ancora, di sponda, che non sta più a me decretare che quel qualcosa sia “di Gusto”. Se non sta a me, però, non sta più neanche al critico (non è che sono fesso solo io). Il piacermi è dunque una cosa inedita, ed è inevitabilmente quel qualcosa di inerente a ciò che io non sono, che io, non consapevolmente, accolgo oppure no – e temporaneamente.

La cenetta a casa.
Siccome sin qui è stato troppo facile, direi che si può fare anche un bel balzo sul versante della “progettazione”, come si dice in politichese. C’è dunque una di quelle signorine da “regole dell’attrazione” di cui sopra, che invita a cena il ragazzo che le “piace”. Mossa da quel particolare Gusto che attiene al voler vedere un sogno realizzato, posto il suo modello di serata perfetta per come l’ha sognata, ecco che si attiva per sospingere ogni cosa al fine ultimo di fare assomigliare tutto alla propria rappresentazione. Aggiusta le tende prepara la musica gira i piatti azimuta i bicchieri dispone le sedie si attrezza dinanzi allo specchio per piacersi allo stesso modo in cui si piaceva nel proprio sogno. Decide ed opera in conformità ad un proprio Gusto, presuntamente “personale”. Poi arriva il ragazzo, tutto fila liscio e la faccenda sembra somigliare davvero tanto al sogno: il guaio è che però ci assomiglia soltanto, perché magari la ragazza si trova una luce inaspettatamente puntata in faccia, o perché la canzone giusta giunge con eccessivo scarto al momento a lei assegnato, o perché il ragazzo si è portato inavvertitamente dietro, sulla maglia, i peli del gatto. Ebbene: ciò che prova che qualsiasi decisione sia impossibile è la discrepanza tra ciò che si intende attuare e ciò che ne viene fuori: se io decidessi, decisa la mia decisione, riuscirei a conformare tutta la realtà ai miei piani. Decidere, infatti, in quanto de-caedere (separare tagliando), dovrebbe essere il poter escludere, “tagliare via” tutte le possibilità intorno a quella prediletta. Ma le possibilità sono per l’appunto sempre “possibili”, a prescindere dalla mia volontà. Ogni soggetto è inerme, e ciò lo si vede meglio proprio a seguito della constatazione che il Gusto è disperso: primo perché i moventi di una decisione rientrano di fatto nella categoria del “mio” Gusto (che non c’è), secondo perché la discrepanza tra progetto e sua riuscita è intuita primariamente mediante beccheggiamenti, basculamenti del Gusto. La stessa frustrazione è un lasciarsi presagire, per poi bruscamente ritrarsi, del Gusto di qualcosa.

La conclusione.
Il soggetto non ha un Gusto proprio, anche perché non esiste, la decisione non sta tra le cose che gli sono concesse. Hegel letto bene dice proprio questo (e alè la certa misura di Idealismo che, a prescindere dall’estetica, doveva riproporcisi). Heidegger, però, lo dice ancora meglio. La filosofia futura finirà col recuperare inevitabilmente lo sguardo d’insieme che ha perso quando sono venute fuori quelle storture del pensiero che si chiamano “persone” e che si toglieranno dalle palle quasi da sé. Ma nel frattempo, cosa rimane alla persona che, pur dovendo ripensare il proprio decidere, continua a vivere in questo Mondo – in cui pur sempre si esiste, si decide, si crea, e per giunta sulla scorta di un “proprio” Gusto? Cosa rimane, per intenderci, all’artista? Il creare comunque, seguitando a rimanere spesso trappola del dis-gusto per l’opera cui si è data vita, sentimento più infame di tutti che sempre nell’opera risiede; solo che ora l’artista che ha letto sa motivarsi la frustrazione. Ed ancora, il separare di nuovo Arte e Non-Arte alla maniera “propria”, seguitando ad operare sul lato presuntamente giusto del confine; solo che ora l’artista che ha letto sa che ciò che crea non lo decide o crea “lui”, bensì lo trascrive, lo “copia”. Colui che ammira il risultato saprà infine, e finalmente, che da ultimo non può più trattarsi di un “piacergli o meno” di quanto ammirato, bensì di incomprensibili avvicinamenti assonanze immotivabili adesioni.