I MAESTRI DEL TEMPO

Lorenzo Micheli Gigotti

Vi racconto una storia di uomini che osando e non sempre riuscendo hanno fatto di una fantasia cosa seria. Stefan Wul è lo pseudonimo con il quale un certo dott. Pierre Pairault firmava i suoi romanzi. Negli anni ‘70 era anche apprezzato scrittore di fantascienza tra un gruppo di giovani fumettisti parigini. Nessuno, ai tempi, riusciva a spiegarsi di come questo oscuro chirurgo dentario potesse essere un così abile autore di science fiction. I suoi romanzi, asciutti e visionari, parlavano di paradossi temporali, extraterrestri, viaggi siderali, pianeti esotici e faune straordinarie, temi che diventeranno comuni soltanto nei decenni successivi. Qualche anno dopo, per la precisione nel 1974, quel circoletto di disegnatori capeggiato da Jean Giraud “Moebius”, Jean-Pierre Dionnet, Philippe Druillet e Bernard Farkas diede vita ad una casa editrice, “Les Humanoïdes Associés”, che da li a poco avrebbe editato la storica rivista a fumetti “Métal Hurlant”. Non distante da tutto ciò operava un regista, Réne Laloux, che insieme a Roland Topor, all’epoca già noto illustratore tra le fila di “Hara-Kiri” (primogenita rivista satirica d’oltrealpe), aveva realizzato un film d’animazione fantascientifico: “Il Pianeta Selvaggio”. Il film, vincitore, nel ‘73, del premio della Giuria al Festival del Cinema di Venezia, in poco tempo conquistò imprevedibilmente un’attenzione mediatica planetaria. Al grafismo incisorio di Topor, Laloux aveva combinato una sceneggiatura stravagante: in un futuro non precisato, dopo la distruzione della terra, la razza umana, o quel che ne restava, gli Om, soggiogata da esseri superiori, i Draags, si impossessa della scienza dell’oppressore e riequilibra il dominio planetario. Per alcuni metafora del tempo - c’è chi accostò il film al marxismo - “Il Pianeta Selvaggio” fu realizzato in tre anni in Cecoslovacchia e fu uno dei primi film d’animazione che si rivolgeva ad un pubblico adulto. Neanche a dirsi, il film fu tratto da un romanzo di Stefan Wul intitolato “Oms en série”.
Qualcosa accomunava tutti questi personaggi. Probabilmente il desiderio di dare forma alle schizzate fantasie nate con la contestazione culturale. Come lucidamente osservava Jeanne-Pierre Dionnet, si cercava di combinare questa irrequieta creatività a modelli convenzionali, “volevamo rendere credibili gli universi più devianti - parole sue - e non si potevano più ripetere gli errori dell’underground né la sofisticazione sdilinquita dei volumi di un Eric Losfeld (editore di Emmanuelle e Barbarella - ndr): bisognava che i sogni fossero credibili perché attecchissero”. Allora la fantascienza era tema da rivista popolare, gli extraterrestri e i viaggi spaziali erano temi che difficilmente venivano presi sul serio e i fumetti come i cartoni animati erano solo roba per ragazzini. Laloux nutriva le stesse aspettative di Dionet e compagni, e dopo il successo de “Il Pianeta Selvaggio” credeva fosse possibile produrre una serie televisiva episodica tratta dai 12 romanzi di Wul e illustrata, neanche a dirlo, dai disegnatori del metallo urlante. Dopo aver passato 4 anni a Praga, entusiasta dell’idea, Laloux si rivolgeva ai produttori francesi che optarono però per un lungometraggio. I costi di produzione per la serie televisiva erano troppo elevati e il prodotto, invendibile, non era finanziabile. Laloux stava ai cartoni animati della Disney come gli Iron Maiden al Festival di Sanremo. Era uno che faceva a modo suo. Aveva cominciato la sua carriera sperimentando l’animazione con gli internati di un manicomio, voleva essere innovatore, senza preoccuparsi di essere piacevole ne tanto meno sentimentale. In pieno spirito Nouvelle Vague, si disinteressava della normatività di tempi e spazi, che invece era caratteristica propria delle mega produzioni animate americane. Odiava le favole, che sinceramente considerava stupide e anticinematografiche e, da buon militante-rivoluzionario, qual era, non poteva che avere lo sguardo rivolto al futuro. Per il film scelse “L’Orphelin de Perdide”, tra tutti i romanzi scritti da Wul, il più vicino alla letteratura americana e quello maggiormente intriso di serie questioni fisiche e filosofiche quali la dilatazione del tempo (paradosso dei gemelli) e la teoria della relatività ristretta. La storia del film, al secolo “I Maestri del Tempo”, è questa: un bambino, perso in un pianeta desolato, è in contatto radio con una spedizione spaziale che cerca di portarlo in salvo da creature volanti che si nutrono di cervello umano. Sulla navicella spaziale viaggia un vecchio che, per un paradosso temporale, scopre nel bambino se stesso e il suo passato. Con questa storia Laloux avrebbe raccontato alla platea di avventure interstellari, esseri immondi, pirati dello spazio e pianeti inesplorati; ma avrebbe anche sensibilizzato il pubblico su questioni che appena qualche decennio prima, in ambito scientifico e filosofico, avevano mutato la concezione dell’essere. L’animazione, coniugazione quanto mai azzeccata del fumetto fantastico e della fantascienza illustrata, era l’alternativa perfetta ai mirabolanti scenari di finzione e agli effetti meccanici da Godzilla. Moebius, allora, era la star di Métal Hurlant e, su richiesta di Jodorosky, già si era prestato al cinema disegnando i bozzetti di Dune (film senza epifania). La sua fama, il suo estro metafisico e il suo segno meticoloso erano le qualità che cercava Laloux. Si misero a lavoro, anche se tra i due non fu subito idillio. Laloux, che nel film precedente aveva sofferto la notorietà di Topor, rimaneva prevenuto nei confronti di Moebius del quale comunque stimava le ammirevoli doti artistiche. In due mesi Jean “Moebius” Giraud aveva realizzato, al fianco di Laloux, oltre 2.000 disegni senza sbavature e molti altri furono scartati. Disegnava su cartoncini che avevano la stessa grandezza dello schermo. Un assoluta novità per lui che sul fumetto si concedeva la libertà di dare forme diverse ai riquadri. Una volta chiuso lo storyboard - che sembrava un capolavoro - il film era pronto per essere animato. Ora... la questione produttiva era piuttosto contorta. La produzione francese non possedeva il budget per realizzare negli studios francesi quello che aveva in mente Laloux e optò per l’Ungheria, ai tempi repubblica sovietica - dettaglio da non poco. Furono impiegate circa 400 persone, 50 animatori e 100 disegnatori, vale a dire uno dei più grandi studios d’Europa di quel periodo. Purtroppo però - oggi rimpianto dei produttori - la presenza di Moebius non era stata preventivata. Il palinsesto progettato da Laloux e produttori iniziava, in fase di realizzazione, a dare i primi segni di cedimento. Nonostante diversi film venissero prodotti in Ungheria, paese noto anche per la ricchezza di talenti, sussistevano diversi intoppi. L’esigente grafismo di Moebius, era troppo complesso per i disegnatori ungheresi, spesso inesperti, e le immagini erano troppo costose per il budget a disposizione; in più le modalità impiegatizie in voga durante il regime cozzavano con i criteri della produzione francese. Fatto sta che alla visione, ahimè, il film produceva l’effetto di quella che Moebius non esitava a definire “una doccia scozzese”. Perché a forme sorprendenti e a sequenze sbalorditive seguivano scene scattose, dal segno semplicistico, degne della meccanicità metallara di un He-Man (non a caso epigono d’oltreoceano, con “Heavy Metal” e “Masters of the Universe”, dei film di Laloux). Il susseguirsi di atmosfere fantascientifiche contemplative da odissea nello spazio a inserti cantati, simpatiche creature che si accompagnano a paesaggi infernali, come l’accostarsi di contenuti dalla valenza socio-politica a temi d’avventura, ne fanno ancora oggi un film curioso, dal carattere alquanto schizofrenico. Probabilmente Laloux, questa volta si era fatto sopraffare dalle carenze produttive e dalla ceca ambizione. Con i “Maestri del Tempo”, forse facendo troppo affidamento sulla vulcanica ecletticità delle immagini di Moebius (poi semplificate in fase realizzativa), Laloux non era riuscito a replicare la vena eterea e surreale de “Il Pianeta Selvaggio”, tanto che la secca profeticità di Wul sembrava a tratti adagiata su un umanesimo di fondo a volte persino sdolcinato. Questa mitologia del “non riuscito” si è comunque meritata, nel corso degli anni, una considerazione speciale che ha indotto prodighi prosecutori a consumare commenti e, nel migliore dei casi, a riprenderne le fila. Laloux, nato a Parigi nel ‘29, è morto il 14 marzo del 2004, dopo aver realizzato un altro film d’animazione, “Gandahar”. Ha scavato un solco dal grande seguito e può essere considerato tra i primi emancipatori del cinema d’animazione, tra i primi che con coerenza hanno reso l’allegoria fantascientifica oggetto di riflessione politica, sociale e filosofica.

“Il Pianeta Selvaggio” - DVD - Ripley’s Home Video
“I Maestri del tempo” - DVD - Ripley’s Home Video

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