Burial

Valerio Mannucci

“Burial”

(CD, Hyperdub, 2006)

Burial letteralmente vuol dire ‘sepoltura’ ma musicalmente significa ‘dubstep’. E dubstep vuol dire tendenza del momento, almeno in ambito elettronico europeo. Il disco in questione è stato messo in cima agli indici di gradimento del 2006 persino dall’autorevole rivista The Wire e, a seguito di questo, credo si debbano trarre due brevi conclusioni: il dubstep è fico e il dubstep è stato metabolizzato prima del previsto. Bisogna riconoscere che quest’album è davvero una boccata d’aria, però stupisce la facilità con cui un fenomeno nato nei sobborghi di Londra si sia internazionalizzato così in fretta e in modo così rapido anche a livello istituzionale (The Wire, appunto, ma anche le performances ormai d’abitudine all’ICA di Londra, per fare solo qualche esempio). Tornando a Burial, le notizie riguardo l’identità e la biografia che sta dietro al progetto sono poche e frammentate, ma si tratta in soldoni di qualcosa che viene dal sud di Londra. C’è nelle varie tracce un forte senso di appartenenza, ma anche di distacco, dalle radici 2-step e hardcore-garage e un ammiccamento nei confronti di una specie di glitch-core-dub eccettera. Burial, insieme a kode9, vex’d, loefah e ad altri personaggi del genere, ha portato il ‘genere’ dubstep dai quartieri al successo mondiale, ma bisogna riconoscere che questa azione è stata possibile in certa misura grazie ad una omologazione del suono verso parametri più ‘europei’, più dosati e meno dirompenti delle prime esperienze che, fa strano dirlo, risalgono a poco più di tre anni fa.

(Valerio Mannucci)