Luca Vitone. Ovunque a casa propria

a cura di G. Di Pietrantonio, E. Lunghi, M. Sturm

(Folio Verlag, 2006)

“Ci puoi fare un sottobicchiere per la birra” mi ha detto Luca Vitone quando mi ha dato il catalogo pubblicato per la sua retrospettiva al Casino Luxembourg. Infatti la ruota a raggiera rossa e nera, simbolo delle genti Rom, si può estrarre dalla copertina di cartone: incastra e stacca e incastra. Ma il lavoro d’incastro è anche quello che precede la realizzazione di questo libro: Vitone ha stilato una serie di nomi e concetti che hanno a che fare con il suo lavoro, che parte dai tempi della mostra Medialismo curata da Gabriele Perretta nel 1991, quando gli artisti italiani, che lavoravano sulla realtà e le pratiche mediali, cercavano di venire fuori dal quel torpore in cui l’Italia era stata infognata dalla mangiona Transavanguardia. Il vocabolario curato da Vitone, però, non è solo un prontuario delle sue ricerche, ma porta con sé un sintomo, quello dei rapporti umani che presiedono a tutte le pratiche di scrittura e che spesso si perde nella traduzione sulla pagina stampata. Infatti ciò che rimane come “resto poietico” di questo catalogo è il modo in cui Vitone ha chiesto a Astrid Wege, Emanuela De Cecco, Alessandro Rabottini, Jimena Blázquez e al nostro Luca Lo Pinto (tutte persone di diverse generazioni che hanno lavorato con lui in tempi e contesti diversi) di compilare le voci di questo catalogo. Ogni voce sta a uno scrittore: si incastra con esso. Vitone ha assegnato ad ognuno di loro alcune voci, puntando sulle attitudini delle loro scritture, delle loro ricerche o semplicemente su una forma di conoscenza. Come dire che l’amicizia intellettuale ha una sua propria intelligenza. Anarchia, Atopia, Scavo, Memoria, Cibo… Utopia, Itinerario, Radici: ogni voce si sviluppa autonomamente o parla del suo lavoro, accompagnato da un repertorio di immagini molto ampio. Se questo libro fosse un viaggio, si partirebbe da Genova (città natale dell’artista) per camminare per le strade senza nome di Bologna (dove Vitone ha fatto parte di quel progetto culturale unico nella storia italiana chiamato Link, di cui è traccia l’intervista con Andrea Lissoni) e poi stare qualche giorno a Milano, ricordando Bologna prima di partire per l’estero. Il sentimento “ondivago di appartenenza” (come lo definisce Rabottini nella voce Italianità) assume un carattere di fondo nel lavoro, che passa dallo spazio intimo a quello condiviso, andando alla ricerca dei modi in cui un luogo viene dotato di memoria (e quindi abitato e vissuto). Questo viaggio continua oltreoceano, ma solo per scavare dei tunnel ideali che portino alla luce i segni che sul terreno sono stati tracciati dalle “vie dei canti” di genti ed etnie diverse, minoritarie, dalla voce bassa, che hanno popolato un luogo (vedi i lavori Et in Arcadia Ego, 2001, Fuilles, 1999, Hole, 2000 in cui lo scavo archeologico cerca di riportare alla luce la cultura sonora e orale e il suo rapporto con il territorio). Allora sarebbe un viaggio che procede giù fino al centro della terra, come nei romanzi di Verne, uscendo fuori dall’altro capo del mondo in un romanzo di Salgari, per trovare casa ovunque ci sia una storia da raccontare, un cibo da cucinare, da mangiare e soprattutto di cui parlare (nel 1994 in una galleria di Colonia Vitone riunisce un gruppo musicale Rom e delle signore per cucinare e organizzare una festa a cui far partecipare il pubblico). “Non c’è possibilità di riconoscere senza poter individuare la storia che noi stessi diamo ad un luogo. Allora, a quel punto abbiamo la possibilità di interpretare”.