ALL MUSIC HAS COME TO AN END

Valerio Mannucci

Il fatto che spesso siamo invogliati ad imitare il cane che si morde la coda è riconducibile ad una necessità più che ad una perversa forma di pigrizia mentale. Deriva dalla speranza d’essere trascinati in situazioni prive di punti di riferimento evidenti. Il concetto stesso di ‘circolarità’ si potrebbe dire che è alla base dei giochi ad incastro, della filosofia, dei rebus, dei labirinti. La dinamica in questione è in atto anche nel tempo e nel ritmo musicale, prendiamolo come un dato di fatto. Soprattutto nella musica dance. Quindi nel caso di Cristian Vogel è sensato parlare prima di tutto di tempi, strutture simboliche, proiezioni e soprattutto del loro costruirsi come sistema simbolico funzionante.
La scelta di produrre techno, lui che è diplomato in Musica del XX Secolo (e che quindi avrebbe potuto lanciarsi verso altre forme più colte), è un segno nascosto ma fondamentale. Perché il tempo musicale ha una sua propria autonomia che spesso viene data per scontata, e fare techno vuol dire avere a che fare col tempo in un unico senso: quello circolare. Una traccia techno che dura 4 minuti sulla carta, non durerà mai 4 minuti nelle nostre menti. La capacità di assorbire la nostra attenzione risiede nel fatto che grazie alla sua estrema metricità ci immerge in un tempo ‘altro’. La techno propone una temporalità alternativa a quella lineare del vivere quotidiano. Non che sia solo lei a farlo, anzi, ma sicuramente la sua partita si svolge quasi esclusivamente su questo campo da gioco.
Allora non è difficile pensare che uno che nel 1997 ha fatto uscire un disco il cui titolo parlava esplicitamente della fine di tutta la musica (All Music Has Come To an End), avesse un concetto del tempo alterato. Senza voler indagare infatti sulla veridicità (o l’assurdità) di un discorso del genere, dobbiamo prendere atto che questo doveva pur significare qualcosa. A prescindere da ogni ingiustificato allarmismo quel titolo nasconde una malinconica rassegnazione dovuta alla consapevolezza di un limite che, metaforicamente appunto, è paragonabile alla impossibilità di immaginare un futuro per la musica. Ma se non c’è futuro vuol dire che c’è solo il presente, una specie di vortice che prima o poi può risucchiarci; un labirinto appunto. Così Vogel fa del tempo e del ritmo la propria ragione d’esistere: la ripetitività dei battiti, l’ossessività delle linee di basso che spesso sono tracciate da collage di materiale concreto (rumori liquidi, taglienti, distorti), l’estrema velocità e vorticosità del suo incedere, per fare un po’ d’esempi, sono le armi più appuntite con le quali Vogel ha tentato di combattere contro la linearità del tempo occidentale. Ma non si limita solo a questo, con la sua musica instabile e reiterata, ma contenuta, segna un percorso lineare e allo stesso tempo genera un circolo di potenzialità e di rimandi casuali. Forse Vogel è un musicista sperimentale, certo non d’avanguardia, sicuramente però è anti-convenzionale, anzi, ultra-convenzionale. Perché si appoggia ad una struttura basica e ad alcune formule collaudate (dentro ci sono i padri fondatori di Detroit, ma anche i tedeschi e gli inglesi che lo hanno preceduto) senza però rimanerne mai chiuso dentro.
Con il suo atteggiamento ambivalente, scanzonato, assolutamente libero da regole e allo stesso tempo rispettoso delle convenzioni, Cristian Vogel entra in gioco proprio quando si parla del rapporto fra la natura animalesca della convenzione e la natura ribelle della ragione. Nel senso che la convenzione spesso sottintende una verità universale, che può essere da supporto all’individualità. Ascoltandolo si può provare senza rimorsi la sensazione di voler rimanere nella convenzione, perché la necessità istintiva di subire i quattro quarti della battuta di Vogel rende chi l’ascolta un animale techno, scatenando quella specie di reazione primordiale che ogni musica dance ha la prerogativa di avere. Però allo stesso tempo l’attenzione viene spostata e solleticata da qualcos’altro. I suoni, la bidimensionalità di alcuni pezzi, quel sapore lunatico e ironico allo stesso tempo che contraddistingue le sue produzioni, la mancanza di molte delle strutture portanti della consueta musica techno: tutto ciò piace e mette in crisi, scatenando così una dinamica straniante.
La logica della critica musicale spingerebbe a porsi delle questioni meramente tecnico/stilistiche. E forse sarebbe anche bene affrontarle, ma basta dire che rispetto a tante altre esperienze musicali che tentano di fondere la musica dance con lo spirito di ricerca e cioè un pò tutto quello che oggi vive sotto la grottesca quanto vaga etichetta di I.D.M., Intelligent Dance Music, la musica di Cristian Vogel rimane estremamente personale ed umana, non meno Intelligent di tante altre, e per fortuna difficilmente connotata da cifre estetiche che ‘fanno campo’. Il suo non è un carattere acquisito, nei suoi lavori non c’è traccia di glitch music, né rarefazione granulosa ‘d’atmosfera’, non c’è neanche il diffuso atteggiamento cupo e serioso della techno minimale tedesca (tanto per fare una serie d’esempi). Per raggiungere il suo scopo Vogel si avvale di uno spirito tagliente e violento, che invece di rifarsi a formule stereotipate ne utilizza solo la struttura. Alla fine stiamo parlando di un sudamericano cresciuto fra hooligans, birra e club notturni, che si è diplomato in musica del XX secolo mentre di notte produceva i suoi primi vinili.
Facciamo, a questo proposito, una semplice constatazione finale: se fosse possibile quantificare numericamente la presenza di testo letterario all’interno di un disco di musica elettronica, potremmo dire che, nella maggioranza dei casi, il risultato sarebbe statisticamente irrilevante. Proprio per questo non si deve sottovalutare il valore che il titolo di un album assume come unico luogo di espressione linguistica intenzionale. Tutta la musica finirà. Vogel se la vive così, senza quelle costruzioni intellettuali che spesso sottintendono una visione evoluzionistica, ingenua e ottimista della musica e dell’arte in generale. Egli tratta la musica come un giocattolo con il quale aspettare la fine. Ecco perché è più facile farsi trascinare da una visione anche un po’ romantica: può aiutare ad evitare di fare discorsi che esaltano solo l’aspetto esteriore del lavoro di Vogel, senza mai scendere nel merito della questione puramente musicale (e quindi esistenziale). Sono ormai più di dieci anni che Cristian Vogel prosegue sulla sua strada con un’ostinazione mai troppo sbandierata eppure fedele, sapendo forse che, dal momento stesso in cui fece uscire il suo primo EP, non sarebbe più stato in grado di comporre una traccia propriamente techno. Ecco perchè la sua è una techno unica; perché è senza futuro.

Bio e Progetti di C. Vogel:

Cristian Vogel è un musicista e produttore elettronico nato in Cile, trapiantato e cresciuto negli annuvolati sobborghi di Birmingham, con un passato da teenager stradaiolo amante della musica punk e dello skate-style, che ha poi preso un diploma in Musica del XX Secolo presso la prestigiosa University of Sussex di Brighton. Colto e di strada allo stesso tempo.
Vogel ha iniziato i suoi esperimenti di composizione alla fine degli anni ottanta, nel gruppo Cabbage Head Collective (che includeva fra gli altri Si-Begg). Nel corso degli anni ha collaborato con diversi artisti fra cui vale senz’altro la pena di ricordare Dave Clark, Neil Landstrumm, Russel Gabriel e lo stesso Si-Begg. E’ anche uno dei più richiesti remixers degli ultimi anni, anche negli ambiti più main stream (i Radiohead, per esempio, sono stati rimescolati da Vogel).
Oltre che come produttore di musica techno è anche una delle due menti dei Super Collider, uno dei progetti musicali più interessanti degli ultimi anni. Insieme a Jamie Lidell ha dato vita a questa strana creatura che si muove a cavallo di dance/ noise/ funk/ soulmusic/ industrial/ house-nera/ e così via. Visti dal vivo sono performativi al massimo. Non credo che ci siano in giro tanti progetti musicali che sono riusciti a fare quello che hanno fatto con pochi dischi i Super Collider. Ma per parlare di questo servirebbe un altro articolo..

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