Please Pay Attention Please. Le parole di Bruce Nauman

Francesco Ventrella

A cura di Janet Kraynak / trad. di Michele Robecchi

(postmedia, 2004)

Il libro che sto recensendo è uscito due anni fa, ma dato che a Napoli c’è appena stata la prima antologica in Italia di Bruce Nauman e al Castello di Rivoli sta per aprirsi la seconda, ben più grande e corredata, diciamo che torna a farsi notare. Ma era stato notato due anni fa? Signor Romano, signora De Cecco, quanto ha venduto allora? Perchè io, le ultime cose che ho sentito dire in giro su Bruce Nauman erano tipo: “Lui diceva che per fare l’artista bisognava averci lo studio, non si può fare gli artisti senza studio”. O ancora: “La performatività di Nauman era tutta nel corpo sotto sforzo”, che mi pare tanto una cosa che agli italiani piace dire di Vito Acconci. Insomma, bisogna tenere conto anche della localizzazione degli stereotipi legati alla ricezione di un artista. In Italia “Nauman ha detto poco”. Quando mancano i testi, quando i lavori non li abbiamo visti, non si può dire di conoscere un artista, e tanto meno che, come alcuni critici scrivono, abbia avuto influenza sulle giovani generazioni italiane. Almeno questo è il motivo per il quale qua stiamo scrivendo delle recensioni. Forse. La frase di Nauman che ha avuto più successo in Italia mi pare essere: “ Se ero un’artista ed ero nello studio, allora ogni cosa che stavo facendo doveva essere arte. A questo punto l’arte era diventata più un’attività e meno un prodotto” - la si trova citata qua e là in diversi periodici di storia dell’arte contemporanea. In Please Pay Attention Please (solo un centinaio di pagine che si leggono in un giorno!) possiamo avere finalmente tradotte le parole di Bruce Nauman che, in una brillante intervista con Tony Oursler dice: “Ho sempre pensato di aver lavorato indipendentemente dal budget o dalla tecnologia disponibili. Lavori e basta. Usare queste cose come una scusa del tipo ‘Non ho i soldi o l’attrezzatura o lo spazio’ sono pessime scuse per non lavorare”. Facile dire così quando Leo Castelli ti dà 1,200 dollari per comprarti dei nastri, come dice in un’altra intervista con Jan Butterfeld, ma dal racconto dei suoi lavori, e dalla descrizione fornita dalla curatrice Janet Kraynak che ha raccolto i testi e le ‘partiture’ delle sue performance, si evince quanto la famosa frase ripetuta in Italia sia più ciò che volevamo sentirci dire, e meno ciò che Nauman ha detto. Infatti i progetti di Nauman, spesso low cost, hanno investito molto sul rapporto con degli esecutori (tecnologie o persone che fossero. Vedi i nastri Elke Allowing the Floor to Rise Up Over Her, Face Up, 1973; pp. 93-97). Questo è dunque un libro prezioso, assieme ad altri appena tradotti, perché aiuta a ridimensionare una figura artistica importante verso una produzione performativa dell’arte. La performatività dei modi di produzione di Nauman, dice Kraynak nel saggio, non ha a che fare con il medium del corpo, ma con il modo del discorso: la capacità del discorso (e l’arte è un discorso) di comportare delle conseguenze, di “fare cose con parole” (per dirla in una riga, ovviamente).

(Francesco Ventrella)