LISETTE SMITS

Luca Lo Pinto

Un'intervista

Da tempo avevo deciso di intervistare un curatore. Attraverso una serie di ricerche “a scatole cinesi” su internet mi sono imbattuto per caso in un testo di Lisette Smits, curatrice olandese, responsabile (fino al mese scorso) di CASCO, spazio no-profit di arte contemporanea di Utrecht. Mi ha colpito soprattutto il suo sguardo critico e riflessivo nei confronti del sistema dell’arte, della cultura in genere e dei meccanismi, economici e politici che ne stanno alla base. Da qui il desiderio di farle un po’ di domande…buona lettura

D. Prima di tutto vorrei chiederti una piccola autopresentazione, inclusi i tuoi studi. Come per gli artisti anche per i curatori è interessante conoscere la loro formazione. E’ curioso vedere, per esempio, che, con il fiorire di infinite scuole specializzate più o meno serie, è molto difficile trovare nelle nuove generazioni qualche autodidatta..

R. Ho studiato alla Rietveld Academy di Belle Arti, quindi da artista (addirittura nel dipartimento di pittura). Alla fine dei miei studi ho incominciato ad avere sempre meno interesse nelle mie opere d’arte e il medium che usavo si “smaterializzava” sempre di più, dalla pittura alla performance e fotografia. Alla fine penso che ciò che più mi piaceva era raccogliere le immagini, gli inserti di giornale e di testi da leggere e da scrivere. Mi sono molto documentata sulla fenomenologia dell’arte e sugli artisti che continuano a ridefinirla in relazione al modificarsi delle concezioni di tempo e di spazio – socialmente, politicamente e tecnologicamente. Il mio interesse era ed è nell’esistenza stessa dell’arte, che cos’è e perché è arte?
A quel punto , intorno al 1994, sono stata coinvolta nelle attività di Casco, e siccome ho incominciato a lavorare full-time, ho detto addio al mio “studio work”. Evidentemente non si può dire che lavoravo da artista, ma non so se questa esperienza abbia fatto sì che diventassi un curatore. Suppongo che, invece di essere interessata ai pennelli, ero attratta dalle idee e da come esse possano essere comunicate. Ho sempre pensato al mio lavoro a Casco come un processo artistico, dove curatori veri, magari con un maggior distacco, raccontano semplicimente una storia attraverso le opere d’arte. Ritengo abbia a che fare con la differenza tra il “creare” (per usare un parola che ha qualcosa di nostalgico) e il “presentare”.
In ogni caso, uno non può esistere senza l’altro e nello svolgersi del programma di Casco esse sono fortemente legate. Ero interessata allo sviluppo di una programmazione e alla fondazione di un’istituzione - non come struttura di potere, ma come strumento per lo sviluppo di un discorso oppure della dichiarazione del proprio pensiero su cosa potrebbe essere l’arte in opposizione alla comprensione generale dell’arte stessa.

D. Mi puoi parlare brevemente dell’attività di Casco? Nella presentazione visibile sul sito internet www.cascoprojects.com si parla di “platform for experimental art”, usando due termini molto abusati oggi. Cosa intenderesti oggi per arte sperimentale?

R. Le parole “piattaforma” e “sperimentazione” sono dei residui dei progetti iniziali della fondazione Casco, istituito nel 1989 come iniziativa artistica no-profit. Nonostante essi siano stati usati fin dall’inizio dell’attività – e dunque il loro significato non corso degli anni sia stato, come dici tu, modificato – penso sia comunque appropriato usarli. Piuttosto che una presentazione direi che Casco è letteralmente una piattaforma dove vengono proposti diversi (anche conflittuali) modelli e idee relativi all’arte a al design. Tutte le attività dovrebbero essere considerate come campi d’indagine critica per essere discusse. E’ un’ istituzione sperimentale nel senso che produce sempre nuovi progetti piuttosto che esporre opere d’arte già esistenti, e di conseguenza il risultato è nella novità del progetto presentato. Questo esperimento è dovuto all’esplorazione di nuovi modi attraverso cui l’arte possa esprimersi, in relazione a luoghi e spettatori sconosciuti. Data la sua natura, la sperimentazione include anche il fallimento, perché ha a che fare con i confini tra ciò che esiste e ciò che non esiste ancora. Delle volte è anche un’operazione rischiosa e non sempre immediatamente apprezzata dal pubblico o dai politici. Casco viene finanziato con denaro pubblico e ciò crea responsabilità.

D. Seth Sieglaub diceva che “art has to change what you expect from it“. Sei d’accordo con questa idea?

R. Si, per me dovrebbe, perchè se così non fosse, significherebbe che siamo in grado di definire cos’è l’arte, e tutto diventerebbe estremamente noioso. Ma è un punto di vista, diciamo speranzoso, tipico degli anni ’70. Oggi noto che si è molto più conservativi nell’approccio all’arte – al giorno d’oggi è più come se “ l’arte deve garantire le tue aspettative”. E’ ironico pensare che la funzione dell’arte, come la vedevano gli avanguardisti, non deve essere più trovata, ma esiste già. In una società agiata, come quella contemporanea, il valore economico ha una grossa parte e un grande pubblico.

D. Rispetto alla condizione di totale ibridazione che caratterizza il sistema dell’arte contemporanea con una continua sovrapposizione e scambio di ruoli tra le diverse figure che lo compongono, cosa pensi succederà dopo? Si creerà una sorta di rigetto, un vero e proprio strappo o ci sarà solo un attenuarsi…

R. Ma mi piace l’ibridazione! Preferisco un sistema artistico disordinato, dove i ruoli non sono chiari e vanno ad intrecciarsi al di sopra di un’industria specializzata in cultura avente un sistema gerarchico. Mi piace la confusione perché altrimenti non ci sarebbe niente di cui discutere o da investigare. E’ tutta una questione di opinioni, modi di vedere o modi di guardare e di discutere di questo – non di fatti. L’unico problema nel sistema dell’arte è che le relazioni di potere sono invisibili, e spesso mantenute così per scelta. L’arte e il suo sistema sono come un rituale; idea che, da fuori (ma anche dall’interno), potrebbe sembrare una caricatura, ma sempre preferibile al sistema professionalizzato e molto banale della cultura del “ciò che vedi è ciò che ottieni”.

D. Una frase di Liam Gillick recita cosi: “a show by an artist can never be as good as a really good show by a curator, but it’s always more productive than a bad show by a curator”. Sei d’accordo?

R. Beh, forse ha ragione. Forse i progetti che ho curato per Casco erano molto produttivi ma non necessariamente buoni. Ah Ah! Forse è il segno che non sono un curatore vero e proprio…….La dichiarazione di Liam è buona, ma ho un po’ di perplessità di fronte a discorsi troppo generali. Alcuni artisti sono dei bravi curatori (certe volte rendono più come curatori che come artisti) e alcuni curatori sono dei bravi artisti (anche se è molto raro). Ci sono moltissimi esempi a confermarlo. Per me esistono lavori buoni, e altri no, mostre belle e altre no, ma tutto ciò a prescindere dal ruolo che ha l’artista o il curatore.

D. Personalmente il progetto di questa rivista nasce anche dall’insofferenza nel vedere la cultura contemporanea (non solo artistica) riservata a diversi mondi specializzati estranei agli occhi di molte persone (dire massa sarebbe eccessivo). Questo penso sia dovuto anche ad una sorta di autocompiacimento da parte degli “addetti ai lavori” di appartenere ad una nicchia. Pensi che una rivista come Nero (soprattutto per il fatto che sia free) possa avere una reale, seppur piccola, influenza nell’ambito dell’attuale sistema di produzione culturale?

R. Ho sempre pensato che fosse molto importante diffondere le idee sull’arte in termini popolari o dei mass media, ad esempio attraverso le riviste o la televisione. E’ simile al tentativo delle avanguardie di eliminare la distinzione tra cultura alta e cultura bassa e di “emancipare” le masse. Continua a non piacermi l’idea di un’arte isolata e privilegiata, ma dobbiamo considerare che la società contemporanea ha fatto dei passi da gigante. La cosiddetta “massa” detiene un’enorme potere in termini di accesso e in termini di numeri. E la società consumistica è fatta di numeri. Essa cerca strategicamente di trovare delle nicchie e farle diventare la nuova attrazione – la società dei consumi ha un alto tasso di capovolgimenti, e senza di essi, la nicchia trovata, avrebbe una fama poco durevole. Così, senza un consumatore, un compratore, un pubblico, niente potrebbe esistere. Nel contesto del mercato economico, l’arte è una minoranza piuttosto che una nicchia. E sappiamo che le minoranze non sono trattate molto bene nei governi nazionalistici e popolari d’Europa. Tutto ciò che non è compreso dal vasto pubblico fa paura!
L’arte, nel campo più ampio della produzione culturale, ha, ai giorni nostri, due compiti: cercare di non permettere che tutto divenga un prevedibile prodotto consumistico, e contemporaneamente provare a comunicare le idee un po’ più “scomode”, attraverso delle “piattaforme” facilmente accessibili, come i giornali o le riviste gratuite come NERO. Può sembrare impossibile, quasi utopico! Ma penso che sia l’unica via d’uscita, altrimenti potremmo tutti dimenticarci dell’arte e incominciare a fare soldi.

D. Nell’ultima domanda ho usato la parola “produzione” rispetto alla parola cultura perché anche questo progetto si pone all’interno delle dinamiche del sistema tardo-capitalistico della nostra società. La rivista, infatti, vive attraverso la pubblicità. Ho sempre creduto che la tattica di agire all’interno sia molto più “produttiva” rispetto a una critica esterna. Rispetto a questo credo che l’indipendenza (è un termine che non amo) non nasca da un posizionamento, ma da un approccio che si può avere, paradossalmente, anche all’interno del sistema che si critica. Cosa pensi a riguardo?

R. Non sono una moralista rispetto all’intrecciarsi del commerciale e dell’indipendente, inteso come non commerciale. Il progetto “Democratic Design”, che si compone di una serie di conferenze, un libro e due riviste, parte dal presupposto che sia impossibile mantenere una posizione indipendente, che lo spazio tra la critica e il suo oggetto sia svanito. Facciamo tutti parte dello stesso sistema e forse il miglior modo per criticarlo è partire dal suo interno. Contemporaneamente, è come cercare di arrampicarsi sugli specchi, e lo si fa anche inconsciamente. Mi sono molto stupita dal fatto che il titolo che avevo inventato era usato da IKEA come slogan nel catalogo! Era fastidioso pensare che, anche se da una prospettiva diversa, avevo ragionato con la logica del mercato. Ancora non so se è una cosa buona o no, ma penso che dobbiamo stare attenti quando ci si immischia nel commercio, non per una questione etica, ma perché può influenzare, anche inconsciamente, il nostro pensiero e il nostro fare.

D. Per concludere, mi interesserebbe che parlassi della tua prima, primissima mostra come curatrice e di un tuo progetto futuro.

R. Beh, la prima esposizione importante che ho curato fu “Transit” nel 1997. Prima avevo curato delle personali, che è sempre stato la parte più importante del mio programma a CASCO. In “Transit”, lo spazio espositivo di Casco era trattato come una zona di transizione, dovuto al fatto che le opere degli artisti partecipanti acquisivano significato attraverso le relazioni che ciascuno aveva con “altri” spazi, come lo spazio pubblico, lo spazio virtuale oppure lo spazio immaginario. Da lì, si svilupparono dei progetti che hanno rotto i confini di una mostra tipica, lo spazio fisico è diventato più simile a un ufficio di produzione, un punto d’incontro e un archivio. “Transit” non era un punto d’arrivo importante solo per me, ma anche per altri artisti con cui ho lavorato, come Hinrich Sachs, un artista tedesco residente a Basilea e Asier Perez Gonzalez, da Bilbao. Ho avuto diverse occasioni per lavorare ancora con loro, e da quando li ho conosciuti, abbiamo sviluppato un intenso rapporto di lavoro e di scambio.
Non posso parlare molto dei miei progetti futuri: tra un mese lascerò Casco, e vorrei, per una volta, lasciare che le cose si sviluppino da sole. Sono più di dieci anni che lavoro all’interno di questa organizazzione, ed è arrivato il momento di muoversi e di cambiare il mio “habitat”. Voglio scrivere un libro! Sarà una ricerca sui progetti artistici invisibili, e dunque non esistenti, riguardo a storie e ricordi dagli anni ’90. Inoltre, assieme a due curatori, che sono anche miei amici, sono occupata a tempo pieno nel preparare un progetto che si chiamerà “una mostra per il futuro”. Così, alla fine, diventerò “indipendente” anche se sarà solo per un breve periodo.