L'ALTRA DIVA

by Valerio Mattioli

La storia (e la gloria) di Florence Foster Jenkins

L’hanno definita “la peggiore cantante della storia”. La sua fu una vicenda che, nell’America tra le due guerre, mise insieme mediocrità altoborghese, vanità assoluta, ed eccentricità fuori misura, ma il risultato resta un mistero. Ecco a voi un affresco grandioso per ugole torturate e indigeribili sevizie canore. Gloria a Florence Foster Jenkins! Gloria alla Diva!

Difficile descrivere a parole un brano di Florence Foster Jenkins. Forse, senza spenderci in dissertazioni spericolate, potremmo chiosare come segue: quella che non a caso è stata definita “la peggiore cantante della storia” è, nel migliore dei casi, tremendamente stonata. L’inettitudine vocale della donna è d’altronde amplificata dal fatto che questa, lungi dall’accontentarsi di un repertorio - se non alla sua portata - quantomeno poco impegnativo, si cimenta semmai nel più periglioso recinto della lirica, sfidando senza remore la più alta tradizione “belcantista”. Che una dilettante incapace di dare senso a concetti quali ritmo, fraseggio e registro, presti la sua ugola al catalogo delle Callas e delle Tebaldi, riassume da subito il disastro che ne consegue. Ma non basta. Le registrazioni della Foster Jenkins che ci sono pervenute, sprofondano ulteriormente nella catastrofe quando l’ascoltatore, superato il trauma dell’impatto canoro, presta infine attenzione all’accompagnamento al piano. Che, appannaggio di tal Cosme McMoon, si risolve in uno strimpellio traballante e sfasato, ma non - ne va dato atto - per demeriti del pianista, quanto per l’oggettiva difficoltà nel seguire gli svolazzi e le cadute della “diva”.
Il risultato è uno strazio infinito di stecche, cambi di tempo arbitrari, code lasciate a metà e poi riprese in extremis, saliscendi da brivido dell’orrore. Non si tratta di un fenomeno prototrash, vale a dire “l’emulazione mancata di un modello alto” secondo la definizione di Tommaso Labranca. La vicenda rientra semmai nella più ambigua sfera della cosiddetta outsider music, sorta di corrente sotterranea che include al suo interno tanto grandi irregolari quali Harry Partch, quanto autentici casi di dissociazione come quello delle Shaggs. Il giornalista e critico Irwin Chusid ne diede un ritratto per certi versi insuperabile quando, nel 2000, curò il libro (con annesso CD) “Songs in the Key of Z”: un’immensa parata di reietti, per un motivo o per l’altro messi ai margini dal music business, vuoi per l’effettiva particolarità della proposta, vuoi per i più disparati motivi psicologici e/o comportamentali. Da Syd Barrett a Tiny Tim, da Captain Beefheart a Wild Man Fischer, troviamo nomi noti del pantheon underground accanto ad autentiche schegge impazzite, nonché padrini di lusso e fenomeni autentici come i già citati casi Partch e Shaggs. All’appello non poteva mancare la stessa Foster Jenkins, che in fondo di questo universo è un po’ l’antenata nobile, sia per il periodo in cui la diva operò (dal 1912 al 1944), sia per il grande successo che le arrise. Un successo ai limiti della bizzarria per maniaci, ma comunque inserito all’interno di un contesto per nulla segregato o marginale. Per certi versi, “diva” la Foster Jenkins lo fu per davvero: solo che non fu una diva nel senso classico del termine. La sua carriera è un inno alla gioia di vivere, al “vorrei e quindi posso”, all’indifferenza nei confronti delle critiche se non del vero e proprio scherno altrui, e all’incrollabile fede in un’autoproclamata grandezza che, nel suo esternarsi in maniera tanto fiera e risoluta, finisce per risultare veramente tale.
Florence Foster nasce nel 1868 da una ricca famiglia della Pennsylvania, e sin da bambina prende lezioni di piano. La musica rimarrà la sua grande passione fino a quando, diciassettenne, non chiede permesso al padre di continuare i suoi studi all’estero: ma papà Foster rifiuta, al che lei s’imbarca in una fuga d’amore assieme al dottor Frank Thornton Jenkins, che diventerà suo marito. Gli inizi sono difficili, ma nel 1909 tutto cambia quando papà Foster muore, lasciando alla allora quarantunenne Florence (che si era separata dal dottor Jenkins anni prima) una sostanziosa eredità. Comincia a questo punto una scalata sociale che ha del prodigioso: libera da vincoli economici e affettivi, Florence irrompe nel bel mondo della East Coast animando esclusivi circoli per signore, organizzando eventi mondani, e dando vita al Verdi Club, nel quale ha modo di sfogare la sua mai sopita passione per la musica. Intanto però, un incidente al braccio le impedisce di proseguire al pianoforte, al che lei decide di darsi al canto, coi risultati che sappiamo. Che la sua voce sia quello che sia, non conta: l’ascendente su quell’alta società che, negli stessi ricordi dei protagonisti, è un misto di mediocrità e sfumature grottesche, è tale che la futura diva prende a esibirsi a Philadelphia, New York, Washington e Newport. Comincia a delinearsi il profilo di un personaggio dai caratteri grossolani, persino un po’ volgari: notoriamente avara, dai modi meschini ma dall’ego sconfinato, Florence ama esibirsi in costumi sfarzosi e al tempo stesso ridicoli, convinta com’è di una grandezza che, curiosamente, nessuno nel suo entourage sembra mettere in dubbio. Il suo primo, rispettabilissimo accompagnatore al pianoforte, Edwin McArthur, lavorò con lei per sei anni, ma fu licenziato dopo che, nel bel mezzo di un’esibizione, non resse oltre e scoppiò in una sonora risata durante uno dei consueti, tragicomici acuti. Subentra al suo posto il giovane Cosme McMoon, altra figura d’improbabile arrampicatore sociale. Anche lui ride durante le prove della cantante, ma questa volta la Jenkins non obietta alcunché: anzi, le smorfie del pianista diventano l’apice di uno show che comincia a fare proseliti su scala sempre più ampia. I due entrano pure in studio, nel 1941, per registrare alcuni brani poi pubblicati dall’etichetta discografica Melotone. Pare che la Jenkins non fosse soddisfatta del risultato, in particolare per quel che riguarda la sua prova nella celebre aria del “Flauto magico” di Mozart. Furono i dirigenti stessi della Melotone a convincerla che invece il risultato era perfetto, e fecero bene: a suo modo, è proprio quello il capolavoro della coppia Jenkins/McMoon.
L’apoteosi arriva nel 1944, quando la diva ha ormai 76 anni. Il 25 ottobre, si esibì nella prestigiosissima cornice della Carnegie Hall, in una serata che segnò il tutto esaurito. Le reazioni della critica furono, comprensibilmente, a metà tra la derisione e l’attacco al vetriolo, e non è ben chiaro se la Jenkins le prese con la sua oramai proverbiale altezzosità, sicura di aver semmai stabilito un’altra vetta nella storia della lirica, o se invece (le testimonianze divergono) ne soffrì al punto da scoppiare in lacrime. Morì pochi mesi dopo, e resta il dubbio se si sia spenta nel tripudio o nell’umiliazione.
La fama postuma dalla peggior cantante della storia è faccenda piuttosto recente, dovuta più che altro alla ristampa in cd dei vecchi 78 giri Melotone. Le due raccolte The Glory (????) of the Human Voice e Murder on the High C’s hanno rinverdito i fasti di una vicenda che rischiava il dimenticatoio. In effetti, la scomparsa della diva non ha lasciato una vera e propria eredità, se non quella economica: il buon Cosme McMoon se ne mostrò particolarmente interessato, arrivando a reclamare i beni della defunta in quanto suo ex-amante. Peccato che McMoon fosse omosessuale. L’ultima foto a noi pervenuta dell’ex pianista, lo ritrae accanto ad un giovane Arnold Schwarzenegger nell’anno di grazia 1974. Ai tempi, McMoon era un personaggio noto in alcune palestre maschili di Manhattan, e non certo per i suoi incessanti allenamenti. Piuttosto, avvicinava gli atleti a furia di sostanziosi incentivi economici in cambio di prestazioni sessuali, e arrivò anche ad aprire un vero e proprio bordello per uomini sopra una palestra della 42a Strada, attività che gli permise di arrivare serenamente alla fine dei suoi giorni. Morì nel 1980. Le vecchie amiche della Jenkins lo ricordano come un personaggio spregevole, sfruttatore e vile, che utilizzò la dubbia fama della diva come trampolino di lancio per una carriera che, abbiamo visto, prese invece tutt’altre strade: il sodale perfetto per una donna che all’infondata vanità e alle più puerili manie di grandezza, ha costruito un irripetibile, immenso monumento.

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