CONTROL-Z

by Antonio Pezzuto

Whisky per mimare un sorriso

Il calcio, la pampa e i bovini sono la prima cosa che viene in mente pensando all’Uruguay. Poi, né il troppo, né il poco. Comunque qualcosa di calmo, cadenzato da un accento spagnolo. Il cinema e la storia di Juan Pablo Rebella e Pablo Stoll sono la risposta alla rilassatezza del vivere al di sotto dell’equatore. In compagnia di Rolling Stones, Pixies, All-Star, Walkman, Mc Donald’s e Marlboro.

Sono nati nel 1974 entrambi a Montevideo, capitale dell’Uruguay, piccolo Stato stretto tra Argentina e Brasile, famoso tra l’altro grazie ad un suo cittadino che, battendo le mani per cinque giorni di fila, è entrato nel Guinness dei Primati.
A Montevideo hanno studiato Comunicazione all’Università Cattolica e si sono laureati nel 1999; scuro, magro, alto e bello uno, biondo, basso e grassottello l’altro.
Hanno iniziato a girare super 8, poi video musicali, poi cortometraggi, e poi, infine, il loro primo vero film, nel 2002, lungo novanta minuti. La storia in bianco e nero di tre giovani che devono sopravvivere ad una domenica nella quale non succede nulla ma che permette ai due registi di vincere il Festival di Rotterdam, quello di Buenos Aires, e di essere conosciuti un po’ dovunque.
Il cinema uruguagio, che in un secolo di cinema sarà riuscito a produrre sì e no una cinquantina di titoli, sperava in loro per avere sviluppo e riconoscibilità internazionale. Parliamo di Juan Pablo Rebella e Pablo Stoll. Il primo film si chiamava 25 Watts, il secondo, premiato addirittura a Cannes, nel 2004, Whisky. Il terzo non ci sarà mai perché la notte del 5 luglio del 2006, Juan Pablo Rebella (quello scuro, magro, alto e bello) ha deciso di spararsi un colpo di rivoltella in fronte, davanti ad una bottiglia mezza vuota e allo schermo del suo computer. Con aperto il file della nuova sceneggiatura, narra la leggenda.
È stato Pablo Stoll a trovare il suo corpo, ed assieme a lui hanno pianto mezzo paese, i critici che avevano sperato in due nuovi autori, le istituzioni uruguagie, il cinema sudamericano intero e la Fondazione Hubert Bals, benemerita istituzione che ha prodotto e contribuito a produrre decine di “piccoli film”, aiutandone la distribuzione ed esportandoli nei festival e nei paesi di mezzo mondo, dando così una possibilità di vita al cinema indipendente. Perché la storia di Rebella e di Stoll, oltre ad essere una storia di cinema, è, soprattutto, una storia di indipendenza, che non vuole solo dire indipendenza economica, ma anche e soprattutto indipendenza dagli sguardi consueti, dai canoni estetici dominanti.
Whisky è la parola che si dice davanti alla macchina fotografica per mimare un sorriso, così come gli inglesi dicono cheese o le rane con la bocca troppo grande banana, e il sorriso si mima quando non viene spontaneo, perché è difficile sorridere se fai film e li vuoi fare in Uruguay (o in Italia, o in qualunque altra parte), dove è difficile fare qualsiasi cosa. Tranne applaudire.
Ma in Uruguay, come in Italia e come da qualunque altra parte, è difficile anche fare calzini, e da qui nasce la storia di Whisky, il film, storia di due fratelli sessantenni, ebrei che producono, appunto, calzini. Il più figo dei due vive in Brasile e torna dopo molti anni a Montevideo nell’anniversario della morte della madre. Il fratello sfigato vuole apparire un po’ più realizzato di quello che è, e chiede alla sua impiegata più devota e anziana di fingersi sua moglie. Lo stile è quello di Kaurismaki, la macchina è fissa, ad ogni domanda la risposta arriva con qualche decimo di secondo di ritardo, la ricerca è sempre rivolta a trovare la poesia nella routine di una persona sperduta nel mondo. Che è un tema molto cinematografico, come molto cinematografico è il tema del suicidio, dentro il cinema, da Mouchette al bambino di Rossellini, o fuori dal cinema, e si pensa a Jean Eustache, che prima di morire aveva realizzato La maman et la putain, ossia la trasposizione artistica di quelli che sarebbero poi stati i motivi del suo gesto. Perché bisogna sempre saper distinguere tra le cose che ci immaginiamo o che vediamo sullo schermo e le cose che invece ci sorprendono quotidianamente. Niente è già previsto, nemmeno il caso che dall’Uruguay due persone arrivino a vincere a Rotterdam e a Cannes, e che in quel paese dove nulla accade le stesse due persone (assieme al montatore Fernando Epstein) possano decidere di mettere in piedi una casa di produzione, la Control Z, ossia l’undo, la possibilità di tornare indietro quando qualcosa di sbagliato è stato fatto. Ma non sempre questo è possibile, la vita reale prevede gesti che possono essere definitivi, dai quali non si può tornare indietro.
Questi gesti restano sul lato, fuoricampo estremi, le loro conseguenze stagnano ma a volte dimorano altrove, come, per esempio, nella Control Z che continua a lavorare, e che sta producendo un film su una guardia giurata di un supermercato e uno su un ragazzino con l’acne.
Juan Pablo Rebella era nato a Montevideo in Uruguay, il 3 dicembre 1974. All’università cattolica ha conosciuto Fernando Epstein, Gonzalo Delgado Galiana e Pablo Stoll, con i quali ha fatto due film e una casa di produzione. Gli piacevano i Rolling Stones, i Ramones, i Pixies e i Nirvana. The Simpsons, Beavis & Butthead, e Family Guy. Down by Law, Eternal Sunshine of the Spotless Mind, e Back to the Future. Gli piacevano le All-Star, i walkman, i jeans a tubo, mangiare da McDonalds e fumare Marlboro. Gli piacevano la birra, la notte ed i giorni nuvolosi. Ha composto e registrato centinaia di canzoni, ma ha suonato in pubblico raramente. Ha avuto milioni di idee grandi e un’idea sbagliata: Juan è morto il 5 luglio 2006. Aveva 31 anni e stava diventando calvo.

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