MONDO CANE

by Lorenzo Micheli Gigotti & Anthony Ettorre

Intervista a Gualtiero Jacopetti

Per alcuni un apostolo della violenza e della shock-exploitation, per altri uno straordinario innovatore del giornalismo su pellicola. Jacopetti è, con Prosperi e Cavara, il padre di Mondo Cane, uno dei film documentari più discussi della storia del cinema. I suoi film, scomodi e ignorati in Italia, sono imitati in tutto il mondo. Lo abbiamo incontrato per un’intervista esclusiva.

Ci può raccontare della sua esperienza con Blasetti in Europa di notte (1959)?
E’ praticamente l’inizio della mia storia. Ero al Corriere della Sera e venni a Roma per dirigere la Settimana INCOM, allora un giornale oltre che un newsreel. Fatalmente ebbi contatto con gente del cinema tra cui Blasetti, una persona straordinaria e un amico di cui ho un ottimo ricordo. Simpatizzammo e mi chiese se ero disposto a lavorare ai preparativi per un film inchiesta sullo “spettacolo” nel mondo, che era Europa di Notte. La cosa mi piacque perché allargava un po’ il campo della cronaca. Così accettai previo un sopralluogo. Allora viaggiare era fuori dall’ordinario e fare il giro del mondo era come tornare all’epoca degli esploratori. Raccolsi le notizie che potevano servire al film, ma rimasi attratto anche da cose assolutamente inedite che non interessavano a Blasetti ma solo a me come cronista. Ecco le radici di Mondo Cane. Tornai con un patrimonio di appunti e di esperienze straordinarie.

...nulla di girato?

No, andai per un sopralluogo. Allora non c’era la sveltezza e la sicurezza che c’è oggi nell’informazione. In quel periodo facevo i cinegiornali - sembra di parlare di secoli fa ma era ieri - quello che oggi potremmo chiamare “telegiornale”, più vicino a Striscia la Notizia che ad altro. Una satira della politica conformista di allora, della Democrazia Cristiana, del taglio dei nastri, cose di cui la gente era stufa e che subiva sbadigliando. Così iniziai a prendermi un po’ gioco di queste forme.



Giravate in 16mm?


No, in 35mm: chassis da 120 metri e una pellicola da 30 ASA. Tornai dal viaggio per Europa di Notte e dissi a Rizzoli che avevo intenzione di fare un cinegiornale del mondo anziché dell’Italia.


Rizzoli le ha finanziato...


…tutto, mi diede quello che chiesi: 300 milioni con cui mi sentivo un padreterno! E’ bello lavorare quando si può disporre di tutto! Avevo anche un grande feeling con i miei collaboratori. Dicevo che eravamo intercambiabili, ognuno poteva fare il lavoro dell’altro. Oggi si gira con niente. Allora c’era talmente tanto di inedito al quale ho dovuto rinunciare per questi maledetti 30 ASA e per il peso dell’Arriflex di allora.



Difficoltà tecniche ma più facilità nel riprendere la gente.


Il pubblico era certamente impreparato a queste cose. Molto spesso prevaleva l’ambizione di essere ripresi. “Arriva la Settimana INCOM!”. La gente usciva dalle case perché voleva essere ripresa per vedersi poi al cinema. Si era del tutto impreparati ai danni che poteva produrre il documentarista. Noi questo lo sapevamo ed era un’arma a nostro vantaggio.



Eravate consapevoli di aver rivelato il gusto per il bizzarro?

Io lo ero. Ho misurato sempre le cose su me stesso. Non ho mai avuto un referente né politico né morale. Mi sentivo in pace con la mia coscienza. Sono un po’ un protestante come filosofia. Sentivo di aver scoperto qualcosa. Se i contenuti meravigliavano me, avrebbero stupito anche il mio spettatore. Chi poteva pensare di fare un film che si chiamasse Mondo Cane o un documentario al cinema? Rizzoli ci ha creduto. Era un genio!… Oggi i grandi colpi di genio li fanno i collettivi, l’insieme di più cervelli, a costo dell’anonimato.



E a proposito di genio, anche il linguaggio di Mondo Cane è stato innovativo.


C’è una cosa che mi da fastidio: la retorica. La retorica è l’insincerità e corrisponde al bisogno di riempire falsamente. La retorica è in tutto. Per esempio c’era uno speaker che si chiamava Sibaldi, un grande per chiunque. Io lo odiavo perché con la voce metteva i punti esclamativi, che sono una cosa che odio anche quando scrivo. Sentivi i puntini di sospensione nella voce e l’ironia del naso. Tutto questo Rienzi (speaker, collaboratore di Jacopetti, ndr) non ce l’aveva. Più le cose erano buffe e più lui era distaccato.



E’ anche da questo che esce fuori l’ironia nera di Mondo Cane?


Per me sì. Era un mezzo molto più efficace della retorica. Anche io volevo stupire e ottenere il massimo. Non è che la rifiutavo perché sono un puro e volevo l’antiretorica, ma secondo me non funzionava sulle persone. La retorica è come il pudore: cambia a seconda dei tempi e, specialmente oggi che la gente si è evoluta, non agisce proprio più. Il pudore di oggi è diverso da quello di dieci anni fa. La gente vuole arrivare all’essenziale, e se ne stanno accorgendo anche in politica.

Ma nel ‘61-’62 lei si poneva il problema del pubblico al quale si sarebbe rivolto?

Il pubblico al quale volevo rivolgermi ero io. Era un pubblico un po’ particolare, però c’avevo azzeccato. Non vorrei essere presuntuoso ma mi sentivo di essere un po’ più avanti. Quando fondai Cronache, non si poteva dire “amante”, “divorzio”, c’era un’auto-censura oltre la censura stessa. Su Cronache c’era politica e c’era costume: Barzini, Malaparte, Napolitano, Fusco. Fu un giornale sequestrato un sacco di volte ma da questo giornale è nato l’Espresso. Nel Natale del 1954 osai fare una cosa “indecente”, mettere una fotografia di Sofia Loren scosciata in contro copertina con una didascalia: “Dono di Sofia Loren”. Bene, questa foto portò al sequestro di Cronache e sul mio certificato penale c’è scritto: “Condannato per stampa, vendita e commercio di fotografie oscene.”



Tornando a Mondo Cane, che rilevanza ha il montaggio?

Il montaggio è una cosa importantissima, naturalmente. Il montaggio è raccontare, è come la resa dei conti. Io non avrei mai delegato a nessuno il montaggio, l’ho sempre fatto io, anche usando i denti, come quando mi capitò di rimanere temporaneamente immobilizzato sulla sedia a rotelle a causa di un grave incidente.



…e la scrittura?


Prima montavo poi naturalmente scrivevo il commento parlato e lavoravo con Ortolani alla colonna sonora. Facevo giornalismo e avere la possibilità di raccontare qualcosa suffragato da migliaia di fotogrammi, avere a disposizione una colonna sonora nella quale mettere il commento ai fatti, la suggestione o il linguaggio della musica, il fascino degli effetti naturali dell’ambiente, era una ricchezza eccezionale. Se vedo un film in cui due si baciano e partono i violini, io mi alzo e me ne vado. C’è un linguaggio per la musica che quando parla non deve parlare nessun altro, quando parla lo speaker non c’è bisogno di musica e quando ci sono gli effetti naturali devono parlare il vento e la pioggia. Il mio principio era non mescolare questi elementi.



Che difficoltà ha incontrato nel riprendere eventi caratterizzati da violenza?


Ecco fa parte di quell’inedito. Perché un’altra forma di ipocrisia è quella di voler bene ai cani e voler ignorare che in alcuni luoghi vengono mangiati. Credo sia giusto saperlo.



Nel 1968 lei fece questa dichiarazione: “… La nonviolenza permette ai più forti di dormire, la violenza ci vuole, io amo la violenza, sono un apostolo della violenza...”


Questa fu una reazione stizzosa e libera ad un’altra domanda retorica. Di fronte alla provocazione dico: “no, viva la violenza!” Cerco di farmi capire. Poi non penso queste cose.



Quale motivazione l’ha spinta nel corso della sua vita a prendersi tutti questi rischi?

Appartiene alla mia natura. Avevo queste voglie, ero curioso, volevo sapere e vedere. Ero giovane e mi prendo carico di tutto. Ho sempre seguito il mio istinto. Non ho mai cercato di frenarlo o addomesticarlo. Forse è anche un aspetto negativo della mia persona, però mi scopro anche assolutamente borghese nei miei sentimenti.
Ero io alla macchina da presa quando l’uomo di colore in Africa Addio viene ammazzato con una pistolettata in testa e non mi ha fatto piacere, era uno dei tanti orrori del Congo di allora. Quando si ha l’occhio nella loop (mirino, ndr), non si calcolano certe cose, si realizzano dopo in moviola. Si è talmente invasi e sopraffatti dalla propria passione, dalla propria presenza importante di fronte alla vita di un uomo nell’istante fatale in cui la si vede spegnere, che è difficile rendersene conto. Queste cose qui le ho vissute più come spettatore che come autore.



Qual è il suo sentimento di fronte alla morte?

Della morte mi preoccupa quello che lascio fisicamente, il mio corpo. Sembra una barzelletta ma a me preoccupa la mancanza di dignità che spesso c’è in essa. Ho visto troppe morti violente. Anche un animale bellissimo morto è osceno: ha la lingua di fuori, gli occhi di vetro, delle posture scomposte. Della morte mi infastidisce questo, a parte il momento del passaggio, l’istante in cui un uomo non è più un uomo ma un residuo, una cosa estranea a quello che era. Ho come l’impressione che vedere un uomo morto falsi il ricordo di quello che era prima. Quasi un incubo per me. Il mio sogno sarebbe quello di cadere con un elicottero nel Vesuvio e in un lampo disperdere tutto quello che c’è di me. Per me la morte è una cosa molto importante, determinante. Non la considero come spettacolo, neanche come una tragedia, è un atto finale.



Passando al genere. Sappiamo che lei non apprezza gli epigoni di Mondo Cane…


E’ vero, perché di Mondo Cane è stata sfruttata la parte spettacolare, shockante. E questo è l’aspetto negativo. E’ stata presa la parte sensazionale, hanno voluto lavorare su delle cose che neanche esistevano più e se le inventavano. Che poi invece Mondo Cane abbia inventato un nuovo modo di fare cinema - giornalistico, documentario - e un nuovo linguaggio, questo va bene. Ci sono dei meccanismi, anche dei colpi bassi, fa parte del mestiere. Alla base però c’è la volontà e l’onestà di fare quel che uno vuole senza compromessi, se non con se stesso. Cercavo di mettere insieme tutto il materiale girato nel miglior modo possibile e appetibile per il pubblico. Quando dalla Corrida passo al taglio della testa del toro c’è una connessione voluta. C’è un criterio preciso e freddo nel montaggio, una lunga riflessione.



Questo criterio invece è un po’ cambiato con Africa Addio, dove l’approccio è più “serio”, meno ironico...


Beh, Mondo Cane è un mosaico. Africa Addio è la morte di un continente immaginato, più che esistente, e della trasformazione che ne è stata. Era un’impresa un po’ folle.



Com’è nata l’idea di questo film?


Dalla lettera di una mia amica, Catherine Bronson, figlia di coltivatori inglesi in Rhodesia. Tornò in Africa qualche anno dopo gli studi e rimase scioccata dal cambiamento di un’Africa che lei vedeva romantica, sui pony, con il servitore negro. Rimasi impressionato da questo e feci un viaggio, ma percepii un altro cambiamento. Io ero innamorato dell’Africa attraverso Salgari, le imprese dei grandi esploratori, un mondo un po’ fasullo ed ebbi un quadro completamente diverso, il mio choc fu diverso. Così nacque l’idea del film. L’Africa cambiò da un fatto politico e anche economico: le colonie non erano più un affare e dopo la guerra divennero improvvisamente una maledizione, giustamente una vergogna. Per cui l’Africa fu lasciata vigliaccamente, in maniera brutale, senza assistenza. Non doveva essere abbandonata ai satrapi che poi la ridussero a schiavitù. Il dramma dell’Africa fu questo.



Quanto ha dovuto lavorare per esprimere non troppo dichiaratamente un messaggio politico così forte?

L’idea politica non c’è proprio, viene fuori da sè. C’è dell’ironia nella scena che ritrae la società coloniale bianca e la nuova borghesia locale che mangiano i pasticcini. Quello potrebbe sembrare razzismo, ma è storia: una commistione improbabile fino al giorno prima. I contrasti fanno spettacolo ma sono anche storia.



Il suo ultimo film è Mondo Candido…

Mondo Candido era la voglia di fare Voltaire, neanche il “buon selvaggio” e Rousseau, proprio Voltaire e l’illuminismo francese. Fu un lusso che mi venne sconsigliato di realizzare. Lo feci lo stesso e sbagliai. Volevo fare Candido attualizzato al giorno d’oggi. Candido è eterno però bisogna saperlo fare, era il mio sogno ma sbagliai la mossa. Mi caricai di una troupe: scelta ingenua e maledetta. Quel film e un amore sbagliato hanno cambiato la mia vita. Sono diventato vecchio in quel momento.



E ha scelto anche di abbandonare il cinema. Anche l’avvento della televisione ha contribuito ad allontanarla dal cinema?


Sì. Anche questo influì. Quando vidi una trasmissione bellissima che era Mondo Cane, realizzata però nel tempo e con grandi facilità di mezzi, presi coscienza che tutto era coperto immediato nel mondo. Capii che quel cinema era finito, non avrei più potuto fare Mondo Cane. Sì, avevo un progetto con Forattini e Luca Goldoni di fare un ritratto dell’Italia attraverso le province che non andò in porto. Praticamente il mio divorzio dal cinema avvenne per quello che le ho detto: il fallimento di Candido.



C’è chi sostiene che Jacopetti ha rappresentato per la destra, in quegli anni, quello che Pasolini ha rappresentato per la sinistra.


Può darsi. La cosa mi onora perché ho grande rispetto per Pasolini, è un grande personaggio, una morte coerente - stiamo scherzando?! - uno che ha avuto il coraggio di morire nel proprio vizio, è bellissimo, ma non posso esprimere un giudizio perché non l’ho conosciuto.



Come mai secondo lei, Jacopetti rimane una figura misconosciuta in Italia?

Non sono un ruffiano e non ho mai lavorato sulla mia immagine pubblica e il mio passato politico. Sono stato catalogato come un repubblichino e ho fatto tutto il contrario, ho fatto la guerra di liberazione con la V armata americana, sono andato fino a Milano e ho rischiato la pelle, sono considerato un fascista e non lo sono mai stato. Ho un’immagine pubblica completamente diversa da quella privata ma non mi sono mai preso la cura di correggere delle cose, non l’ho mai fatto. Sono quello che sono, ma leggo delle cose su di me che non mi appartengono.



Nel ‘74 lei ha abbandonato la scena. Cosa ha fatto Jacopetti in questi anni? …ha mai pensato di scrivere un libro?


Un libro... oggi tutti scrivono libri. Io ho vissuto la mia gioventù in guerra che per me è durata quasi dieci anni perché sono stato dislocato con gli americani nell’FBI e nella CIA. Per me quel periodo è stato come l’oscurantismo, in guerra si vive per la guerra ventiquattro ore su ventiquattro. Per me il tempo trascorso dal ‘74 ad oggi è stato “tempo recuperato”. Ho potuto leggere valanghe di libri, tutto quello che non avevo letto prima. Sto leggendo Don Chisciotte per la prima volta in vita mia, non ho ancora letto Proust e non so se lo leggerò mai. Si può vivere anche per conto proprio, con le proprie curiosità, passioni e interessi.

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