DAL DIY ALL'ADSL

by Francesco Farabegoli

Storie di ordinario blogging

Le cose che cambiano quando cambiano le cose. Se dall’avvento della banda larga la disponibilità di musica è limitata dal tempo oggettivo che ci rimane per ascoltarla, se per recensire un disco non serve neanche averlo, se per fare un blog basta il pollice opponibile, se i posti dove eravamo soliti leggere di musica non hanno considerato l’arrivo dei nuovi posti dove leggere di musica, se...

A scrivere la recensione di un disco non ci vuole niente. L’unica cosa da avere è un disco. Alle volte non serve neppure “averlo”. Basta scrivere un paio di mila battute generiche sulla musica del gruppo. Si potrebbe scrivere un pezzo sognante che non documenti e non sia documentato e farci comunque un figurone. Si potrebbe semplicemente scrivere un canovaccio-standard, una professionalissima recensione-modello a cui avvicinarsi o da cui allontanarsi ad ogni caso concreto che Dio manda in terra e vaffanculo. Oppure ci si può mettere d’impegno come il personaggio del giornalista in Cigarette Burns di Carpenter, passare la vita intera a scrivere una sola recensione che renda davvero giustizia ad un prodotto. In mezzo ai due estremi c’è un mondo intero fatto di cose dette e non dette e di sogni bagnati di vivere la propria via alla musica lasciando un’impronta - o la radice quadrata di quanto sopra.
In Italia c’è una decina di riviste musicali blasonate. Di queste dieci il numero di riviste riservate ad un pubblico di fanatici - di cosa è da vedere, naturalmente - si riduce a una o due testate e ad un parco giornalisti di trenta unità di cui la metà incapaci o irrilevanti o qualcosa del genere. Le riviste musicali constano di un target di svariate migliaia di lettori/ascoltatori, e quasi tutti vogliono farsi un giro nel Giro seppure la media utile sia all’incirca - appunto - di un giornalista ogni cinquecento o mille lettori. Una volta essere critici musicali comportava la creazione di un proprio progetto ex-novo, ad esempio una fanzine: rimediar contatti preziosi, stringere alleanze, buttarci soldi, trovare sponsor, cose così. Voleva dire dedicare tempo soldi ed energie su un progetto che poteva non ripagarti manco per il cazzo e lasciarti a bocca asciutta a rimpiangere per tutta la vita i “bei tempi” guardando l’unico numero della fanza che eri riuscito a fare uscire; oppure infilarti in un giro di gente “ok”, iniziare a bombardare le redazioni di pezzi e trovare una collaborazione più o meno prestigiosa e ricevere dischi gratis e compensi da fame in cambio di recensioni il più temperate possibile. Oggi il grande “progetto”, che per qualcuno era la vita stessa, può essere sostituito dalla creazione di un account su Splinder e concepito come work in progress il cui unico vincolo reale è d’aver la pazienza di lavorarci di tanto in tanto, manco fosse chissà che sforzo; c’è anche qualche blogger, in genere gente che non vale la pena d’esser letta, che racconta di essersi fatto il culo per un sacco di tempo per amore, il che ovviamente è anche vero - dal punto di vista di un carrierista, soprattutto: è piuttosto dura riempire i contenuti di un sito senza guadagnarci una lira, e in linea di principio è meglio scrivere di quanto sia non-scrivere. Ciò non toglie che iniziare la propria pubblicazione sia piuttosto semplice: in principio era il verbo, poi il verbo si è fatto blog. Due post caricati (uno dei due è ad argomento “perché un altro blog musicale?”) e la scelta del template meno orribile tra quelli a disposizione. Fine. Oppure cercare una collaborazione per una webzine di secondaria importanza, tanto qualcuno che aiuti con gli aggiornamenti serve sempre (il guaio cronico con i webzinari è che dopo un po’ smettono d’essere attivi, specie quelli che sanno scrivere in italiano). E ovviamente il materiale non manca, se è vero che il territorio è così ben servito dalle fibre ottiche. Scarichi un disco e ne parli, nient’altro.
C’è da ragionare su una cosa, nel parlare di chi recensisce i dischi dalle nostre parti e ai nostri tempi. Cronologicamente esiste un’idiosincrasia piuttosto violenta tra il “prima” e il “dopo”, nel senso che dall’inizio del nuovo millennio ad oggi la recensione di un disco non è più un indicatore utile per scoprire quali dischi valga o non valga la pena di ascoltare. La fruizione dei dischi dall’avvento dell’ADSL in poi è limitata dalla sola disponibilità oggettiva di tempo per ascoltarli. Se parli di dischi con qualcuno oggi, ti capita spessissimo di sentirti dire “sì lascia perdere ho una montagna di dischi scaricati ancora da ascoltare...”, come se accattare più album di quelli che ti possano entrare nella mente e nelle orecchie sia la logica conseguenza dell’imperativo morale secondo cui la connessione deve rimanere in tiro ad ogni attimo del giorno e della notte - e la svalutazione dell’autorità critica arriva all’idea che una recensione positiva possa servire a convincerti a dedicare un’oretta di tempo al disco in questione (altrochè sborsare venti euro). Il punto, insomma, è che in linea di principio un critico parla ad una messe di persone che il disco l’hanno già metabolizzato da un paio di settimane e peseranno ogni parola del suo giudizio nella speranza di sgamarlo o magari accoglierlo con la tiepidità d’ordinanza del caso tipo “ecco, questo pezzo lo sapevo fare anche io” (e Bruno Munari, nei loro confronti, avrebbe giustamente parole piuttosto pesanti), cioè a dire che di base una recensione viene letta per sapere se vale la pena di leggerla. La cosa in sé sarebbe probabilmente sufficiente a giustificare la morte della critica musicale prima ancora della morte della musica, ma l’avvento di così tante occasioni per dire la propria ha sortito l’effetto diametralmente opposto: l’esplosione orizzontale dell’approccio critico anni ’90 spalmato in lungo e in largo per i 2000, appunto: probabilmente persone che pensano di poter fare meglio, o almeno di poter fare. Sarebbe fantastico se qualcuno di questi avesse voluto dire la sua a livello metodologico invece che un semplice parere di minoranza o maggioranza su un disco del quale, in genere, di come la pensano gli altri non frega a nessuno (tanto il disco me l’ascolto). Ovviamente tutto ciò non succede, supponiamo per lo stesso motivo per cui chi prende in mano una chitarra preferisce suonare come i Bad Religion invece di inventarsi la propria musica; nel caso delle penne che il web ci ha riservato, pochissima carne al fuoco e molti sensazionalismi mascherati da grandi idee (la tipica ossessione tamtam da gruppo indie-non-indie che fa finire Arcade Fire e/o Okkervil River in cima al mondo). Ma le penne che valgono sono iniziate a venir fuori, e qualche buon redattore post-blogging sta iniziando ad invadere la Buona Stampa creando cortocircuiti uno appresso all’altro in mezzo ad un panorama di “nuovi” che suonano come la stessa vecchia canzone riarrangiata con due effettini computerizzati e priva di mordente - tipo il festival di Sanremo 2.1, cose così. Ad esempio Enrico Veronese (enver.splinder.com) la cui militanza su Blow Up sposta il suo operato online su carta (sostanzialmente scoprire e sponsorizzare gruppi italiani più o meno indie e più o meno ai primi passi), diversificandosi così tanto da dover rendere il proprio blog una specie di agenda online di tutto il “resto” di quel che fa. O che so, Pimp Valley (pimpvalley.blogspot.com), una sorta di zona franca di - probabilmente - addetti ai lavori che parlano dello stato dell’industria musicale italiana (mafiette e quant’altro) come in una specie di zona franca extra-musica e intra-musica al contempo. Ed altri nomi sparsi: Daniele Ferriero, Marco Delsoldato, Emiliano Colasanti, Andrea Prevignano… gente tra la carta e le webzines che lascia un segno più personale nelle idee e nei contenuti. Probabilmente la soluzione che ci piacerebbe di più sarebbe azzerare le cose e tornare ad un’etica di blogging meritocratico autocertificato duro e puro, tipo gente che scriva pezzi che riuscirebbe a leggere senza sbadigliare e/o che stia nel suo ad ascoltare dischi di imprendibili rumori di fondo sognando di paradigmi e teorie unificatrici. Come ai tempi di gente ostinatamente contro à la stillill.splinder.com, riposi in pace: gente il cui parere veniva ascoltato con piacere a prescindere dal fatto di condividerlo. Roba che funzionava, in un blog, in un dato momento. Il mio piccolo contributo sarà probabilmente versare il cinque per mille all’Accademia della Crusca: speriamo dia frutti.