LA SEDUZIONE DELLA BUFALA

by Francesco de Figueiredo

Opere di Alan Abel

L’America è - e sarà - terra di conquista per i tenaci, gli intraprendenti, i determinati. Dietro questo presupposto risiede un’oscura disponibilità cognitiva, che al realismo presuppone la possibilità che tutto possa esistere o divenire. Alan Abel ha giocato con questa fiducia, sublimando e umiliando per più di cinquant’anni il sistema d’informazione. Bufale ai limiti dell’assurdo, che riempiono lo stomaco d’aria fino a farlo sembrare pieno di materia.

La storia del più grande truffatore d’America comincia quasi per caso nel 1956, durante un viaggio. Alan Abel si imbatte in una lunga fila, le macchine aspettano impazienti che una vacca e un bue finiscano di copulare sulla corsia. Dai veicoli gli sguardi sgomenti delle persone in attesa, inorriditi dal sesso imponente e sfacciato dei capi d’allevamento. Stanco di perseguire la carriera di batterista-cabarettista Alan decide di scrivere una breve storia satirica su una presunta organizzazione, la S.I.N.A. (Society for Indecency to Naked Animals), che vuole promuovere in America l’utilizzo di abbigliamento intimo per animali da zoo, allevamento e compagnia. Così simula un incontro con il direttore, uomo d’un pezzo, dai valori inossidabili, e pronto a promuovere una campagna senza sosta per il decoro pubblico: gli animali devono portare le mutande.
Il Saturday Evening Post riceve il manoscritto ma non riconosce la satira stretta e sommessa, e risponde infastidito etichettando il pezzo come deplorevole, di cattivo gusto. Alan si rende conto che la direzione dell’autorevole magazine ha preso per reale il pezzo ed in quel momento visualizza la vulnerabilità dei media e il potenziale creativo di questa falla. Così decide di costruire e propagandare un immaginario verosimile intorno alla S.I.N.A.: logotipo, sede, iscritti, nome del direttore, comunicati stampa alle redazioni, picchetti davanti agli zoo, proposte per abbigliamento intimo per cavalli e cani, e meravigliosi slogan ad effetto come il celebre “a nude horse is a rude horse”.
La reazione è immediata, l’interesse si rivela, la notizia dell’esistenza di un’associazione così retrogada e bigotta è talmente stimolante da indurre molti redattori a seguirne la campagna, pubblicare foto fittizie di picchetti, contestazioni, fotomontaggi di aerei che seminano volantini sulle zone d’allevamento industriale, e intervistare via radio Alan che si immedesima perfettamente nella parte del promotore. La palla di neve che diventa valanga, ecco cosa succede. Nasce il caso, specchio dei giorni d’oggi, e si accende un dibattito di costume in cui tutti hanno bisogno di elargire sentenze sull’ottusità degli uomini. Alan dopo le ripetute richieste da parte delle televisioni decide di ingaggiare un attore in bolletta per interpretare Mr. Prout (Buck Henry, amico di Mel Brooks). Il fantomatico direttore dell’associazione comincia a presenziare magazine, telegiornali e talk shows; dal 1959 al 1963 il tripudio della demenza nazionale muove senza sosta. Nonostante le migliaia di lettere indignate, la S.I.N.A. si ritrova con 40.000 dollari donati da un magnate di Santa Barbara (prontamente rimandati al mittente), e centinaia di sostenitori che in autonomia decidono di organizzare parate, produrre umilianti mutandoni per bestie, e farsi portavoce di una lotta per la moralità apparentemente lontana dalla ragione e dal senso comune.
Il 15 marzo del 1963 il Time scopre la bufala e svela l’autore alla nazione, che si ritrova a sorridere imbarazzata e nuda di fronte alla beffa, sedotta da un genio capace di generare antinomie etiche tali da provocar disgusto e grandi impeti di condivisione. Alan Abel si infiltra dentro la macchina del consenso disegnando una sottile linea di incomprensione fra moralità becera e zeitgeist popolare, sintesi infallibile perché basata su una contraddizione di base. Come disse Malcom Muggeridge - editore della rivista Punch - buongusto e humor sono come una puttana casta, e la credibilità di tutte le incredibili fandonie che seguono appoggiano il baricentro proprio su questo ossimoro di base, rivelando un giochino talmente attraente da coprire dubbi, controlli e verifiche approfondite delle fonti.
Non appena finito il tormentone S.I.N.A., Alan comincia a lavorare a un nuovo caso con la novizia moglie, Jeanne Abel, che accompagnerà amorevolmente le iperboli della sua vita fino ad oggi. La nuova beffa è quella di Yetta Broinstein, un’ottantenne ebrea del Bronx che decide di candidarsi alle presidenziali con il motto “Vote for Yetta, and things will get betta!”. La linea dell’anziana signora si basa su una forzata sfiducia nei confronti dei parlamentari, ai quali vorrebbe togliere il salario, imporre il siero della verità e controllarne la reale intelligenza con un Mental Detector all’ingresso della Casa Bianca. Alan manda in giro le foto di sua nonna e si promuove come manager, Jeanne simula via radio una voce verosimile che recita coerentemente la parte. Yetta si candida due volte senza mai ricevere voti, ma un soggetto così bizzarro e caratterizzato diventa facilmente oggetto di chiacchiera e di sparuti e inquietanti sostenitori d’opinione, così il gioco procede al punto da convincere Richard Nixon, che le manda un biglietto di auguri e di buona fortuna.
Fra gli anni sessanta e i primi settanta il perno del dibattito popolare è in parte incentrato sulla libertà sessuale, e le campagne del professional hoaxster - che in italiano suona forzatamente come professionista delle bufale - seguono il passo dei tempi, da ricordare: il mockumentary sui costumi sessuali americani Is There Sex After Death?; il caso del Topless String Quartet, a cui Frank Sinatra propone di pubblicare un disco con la Reprise Records; e gli International Sex Bowl, in cui sette coppie si sfidano simultaneamente di fronte ad una giuria di sociologi e dottori.
Dopo poco tempo, nel 1974, Alan si finge giornalista e filma un’intervista con un sosia di Nixon. Poi monta le immagini con la voce reale del presidente, riassemblata in un cut & paste in cui pronuncia affermazioni spregevoli; un esempio: “Presidente, cosa pensa del problema della prostituzione delle donne in Vietnam?”, “Il problema del rapporto fra i militari americani e le prostitute vietnamite è basato sul fatto che una botta costa decisamente meno lì che in America.” Per promuovere indirettamente il documentario satirico intitolato “The Faking of a President”, Alan invita gli organi di stampa ad una conferenza fittizia, dove un dipendente della Casa Bianca presenterà un ulteriore nastro di diciotto minuti legato al caso Watergate. La sala è gremita di giornalisti e operatori, compare un uomo con il viso coperto dal passamontagna, che nervoso li introduce allo scoop. Gli altoparlanti però non trasmetteranno nulla, perché il contenuto del nastro è stato misteriosamente cancellato durante la conferenza.
Il momento più prolifico è tra il 1975 e il 1992. Il re delle bufale dischiude definitivamente il potenziale creativo e sintetizza una formula che con la nascita della tv commerciale apre il passo a notizie sempre più accattivanti. La più longeva è quella della School For Beggars, una scuola per mendicanti con sede a New York e capeggiata dal fantomatico Omar The Beggar. L’ex homeless propone per 100 dollari un corso intensivo incentrato sullo studio della personalità del mendicante, l’estetica, l’analisi delle migliori location, e la stesura ideale di frasi da recitare ai passanti. La televisione sfrutta per anni la notizia, ospitando regolarmente Alan mascherato da Omar. Poco importa se la natura fittizia della storia sarà nota ai più in breve tempo, l’esistenza di un uomo così abietto s’intreccia talmente bene con il malessere crescente e la crisi economica da diventare un’irresistibile pantomima per ritardati celebrali.
Fra le tante bufale vale la pena di citarne altre. Nel 1979 il matrimonio fra una W.A.S.P. (White Anglo Saxon Protestant) e Idi Amin Dada. Il terribile dittatore ugandese avrebbe deciso di rifugiarsi in America, complice una donna che disposta a sposarlo gli farà acquisire di diritto la cittadinanza. Nel 1985 lo scherzo al celebre conduttore televisivo Phil Donahue. Durante una diretta alcune comparse fra il pubblico cominciano a perdere i sensi e cadere al suolo, il pubblico si terrorizza e fugge dalla sala, lasciando alla nazione il presentatore solo e nella veste di imbecille. Qualche anno dopo la falsa dichiarazione di un mercante d’armi iraniano, che pentito d’aver guadagnato 6 milioni di dollari dalla transazione di missili tra imprese americane e il governo di Teheran decide di restituire i soldi. Seguono i geniali concerti del KKK Symphony Orchestra e la notizia di un uomo che per 250.000 dollari vende rene e polmone.
Negli anni novanta Alan compare senza remore nei cheesy shows del paese (programmi spazzatura sentimentalisti). Nonostante tutti conoscano la natura fittizia delle storie, le trasmissioni riscuotono un grande successo di pubblico, dimostrando un’urgenza di fantasia spicciola e a poco costo. Anche in questo caso gli alter ego di Alan sembrano capaci di pensare e agire in maniera autonoma, dimostrando che l’elemento della convinzione assoluta genera una credibilità a priori negli spettatori.
Chiudiamo la panoramica con l’ultima commedia grottesca che ci è permesso conoscere, la stoica Citizens Against Breastfeeding del 2005. Jim Rogers e la sua organizzazione sostengono che i bambini, succhiando il latte dal seno della madre, subiscono esperienze erotiche. A sostegno di questa tesi ci sarebbero più di duemila madri confesse di aver provato eccitazione nei confronti dell’infante. Il bambino durante l’allattamento subisce una violazione dei suoi diritti, e questo trauma lo accompagnerà nella vita fino a causare tossicodipendenze, alcolismo e deviazioni sessuali. Anche a quest’ultima beffa l’America risponde indignata.
I molti esperimenti di contraffazione della realtà che vengono alla mente, simili nel metodo e nel contenuto, sembrano essere fuori luogo, da La Guerra Dei Mondi di Orson Welles fino ai Falsi da Ridere di Sparagna e soci su Il Male e Frigidaire. A fare la differenza è soprattutto il bisogno intimo di sottomettere la triste realtà del mondo ad una libertà gioviale, che si esprime attraverso grandi azioni umoristiche e piccoli capolavori da commediante. La chiave per capire lo stato mentale di un uomo oramai costretto a vivere con la moglie nel sottoscala dei vicini è svelata dall’amabile documentario Abel Raises Cain, che la figlia Jennifer e il ragazzo Jeff Hockett hanno girato nel 2005. Quando chiedo a Jenny cosa l’ha spinta a girare il documentario lei mi risponde: “Per tutta la vita ho avuto la consapevolezza che mio padre fosse un personaggio unico. Durante il college mi decisi sempre di più a fare questo documentario, e nel 1998, finiti gli studi, cominciai a lavorarci. La spinta finale fu in parte dovuta al fatto che, fino a quel momento, nessuno aveva reso giustizia alla storia di mio padre. Sarebbe potuta apparire negli shows televisivi popolari, ma comunque sarebbe stato un pezzo tagliato in maniera imbarazzante all’interno di un breve servizio sugli scam-artists e altri truffatori. Inoltre, programmi come questi hanno mascherato la prolifica carriera di mio padre che ha attraversato 5 decadi. Come unica figlia, mi sono sentita in grado di raccontare la storia dei miei genitori, volevo introdurli al mondo e dimostrare che Alan non era solamente un hoaxster geniale, ma anche un meraviglioso padre pieno di attenzioni (...). Il film è stato accolto da tutti con entusiasmo, e questa esperienza è stata una sorta di rinascita per i miei genitori...” E di una rinascita, o quantomeno di una piccola ricompensa, ha bisogno la figura di Alan Abel, spesso bistrattata o ridotta ad una sorta di giullare di corte. Nelle intenzioni di Alan non c’è né un tentativo di diventare burattino dello star system né quello di contraddistinguersi come artista, nonostante possa vantare film, commedie, libri, dischi, e un’inesauribile sequela di performance di stampo situazionista. Il professionista delle bufale è una persona intimamente serafica, capace di elaborare parodie in maniera così scrupolosa e consapevole da lasciar intendere un’empatia pura con la natura umana. Alan Abel non vuole nessun compenso dunque, quasi in cerca di una seduzione assoluta, quella che prima illude l’occhio, e poi scompare.

(01/6)