NON SONO MAI STANCO DI GUARDARE

by Valerio Bindi (SCIATTOproduzie)

Dialogo con Miguel Angel Martin

Il mondo medicalizzato e subliminale di Miguel Àngel Martìn, creatore di Brian the Brain, diviene teatro dello spettacolo globale nel suo nuovo libro, Bitch. Quattro chiacchiere su ipnosi, terrorismo, Kraftwerk e Beach Boys. Poi una vera buona domanda: essere underground è eccitante o una maledizione infinita? E soprattutto: è una questione di come si dicono le cose o di come non te le fanno dire?

Bitch è il tuo ultimo libro pubblicato in Italia per la Purple Press di Roma. La storia o meglio gli incroci di storie che ruotano attorno a Bitch, la writer… Un libro diverso dalle altre cose che hai fatto.
E’ più pop… una raccolta di storie racchiuse in cinque pagine, una restrizione editoriale che ha influenzato il libro nel suo insieme. Io lavoro in modo intuitivo, non è una struttura disegnata completamente in anticipo, rielaboro via via le cose che emergono. Da una frase che viene pronunciata in una puntata nasce una nuova storia e così via.

È un libro in apparenza meno ‘spesso’ degli altri tuoi. Parli di un mondo piatto, in cui anche il terrorismo emerge come un’attività superficiale.
C’è una banalizzazione di tutto, i personaggi, il gruppo di hip hop palestinese per esempio, sono pura finzione, e alla fine quando il commando kamikaze uccide la gente il lettore non è sicuro se sia un atto d’ideologia o di consumismo, di spettacolo. Alla fine il terrorismo e la globalizzazione sono uno spettacolo che tutto il mondo guarda in televisione, così il terrorismo è contemporaneamente islamico-nichilista-capitalista. Tutto è molto confuso. C’è una vignetta che riassume tutto il fumetto, quando Bitch dice: “Mi affascina il mondo che mi circonda, però non lo capisco.” Non capisce il mondo, non capisce la sua amica che la inganna, che la gente è quello che è. Bitch è un personaggio bianco, idealista, ingenuo.

Già… e dice anche che non si stanca mai di guardare il video degli aerei che esplodono e delle torri che cadono…
I personaggi sono più interessati ai graffiti sui muri di un edificio che alla morte, all’edificio che esplode. Lo spettacolo delle due torri è un videoclip mesmerizzante, ipnotico. Non sono mai stanco di guardarlo e non sono cosciente mentre lo vedo: l’attacco è stato convertito in spettacolo. Karlheinz Stockhausen, il compositore di musica elettronica morto a dicembre scorso, ha detto pubblicamente che è stata una grandissima opera d’arte, ma non intendeva con questo denigrare le vittime, parlava dal punto di vista dello spettacolo mediatico.

E in qualche modo questa visione ipnotica esclude la morte come fatto. Si pensa alle due torri come lo spettacolo di un mago, come in quei video che cercano di svelare quello che non si vede, il trucco…
Io penso che il trucco stia nel montaggio e nella decontestualizzazione di ciò che è avvenuto.

Di queste cose parlavi in Snuff 2000, dell’uso di fotogrammi subliminali in JFK di Oliver Stone.
Sì, JFK ha un montaggio che usa i fotogrammi subliminali. Anche l’omicidio Kennedy è stato uno spettacolo, un piccolo montaggio cinematografico, trenta quaranta secondi, come le torri gemelle. Nessun effetto speciale. E’ vero, o meglio è la “verità”, fra virgolette…

Nel maneggiare i media è più abile Heartbeat, l’altro protagonista di Bitch, uno che riesce sempre a trovare un posto in un mondo che non si riesce a rappresentare.
E’ un personaggio che ama giocare fino all’estremo. E’ ambiguo, è un seduttore.

Un seduttore che lavora con le immagini, un po’ come te?
Sì, io lavoro con l’immaginazione, l’informazione e una piccola parte di vita vera, di racconto autobiografico. L’episodio del ristorante kosher è reale. Anche i racconti del DJ saharawi sono veri e ci sono davvero delle politiche economiche del governo spagnolo in favore dei giovani saharawi.

Uno strano libro questo in cui la prima lettura politica, di movimento, si rivela la più superficiale, mentre i veri contenuti vanno cercati più a fondo, ben più sotto la patina pop…
Ricordo un’intervista ai Kraftwerk, uno dei miei gruppi preferiti, che dicevano di amare molto i Beach Boys perché avrebbero voluto fare canzoni semplici come loro. Penso a Computer Love, una canzone con un ritmo semplice che però racconta molte cose. Dico, come i Kraftwerk, che non servono per forza quattrocento pagine per parlare del terrorismo nichilista, ne bastano cinque con tre quattro vignette… Possono essere sufficienti, se ben raccontate. Meno è più, come nella filosofia Bauhaus.

Come nelle tue città minimali, fantasmi di una modernità senza tempo. Che alla fine diventano semplicemente un nastro infrastrutturale.
Tu dici in Cyberfreak, è vero, lì un’arteria autostradale diventa l’icona di una città.

È come se alla fine ci sia un’unica città che raccoglie tutte le tue storie.
Sì, una città sola che non sta in nessuna città, non è la Spagna, il mio paese, ma una metropoli globalizzata.

C’è una complessità nel tuo lavoro che sta un po’ stretta nell’etichetta di disegnatore underground che spesso ti hanno appiccicato…
Io non voglio che le critiche influenzino il mio lavoro che si fa disegnando e basta. Certo non sono un autore mainstream, perché lavoro con case editrici che producono basse tirature. In Italia credo di essere l’unico autore veramente underground perché mi hanno sequestrato un fumetto. Come Crumb era underground negli anni settanta perché sequestravano le sue cose.

Un discorso strutturale: l’underground come funzione del controllo nella società dello spettacolo più che una questione di codici, di linguaggio, o di produzione. Quello cui s’impedisce di essere in altro modo è underground.
La Topolin era naturalmente underground perché viveva in un centro sociale… Psycopathia Sexualis della Topolin Edizioni era underground, Brian The Brain o Bitch no. Essere una volta underground va bene, ma due no…

Si può stare fuori dallo spettacolo?
Supponiamo pure che io non voglia, non importa, lo spettacolo arriva e ti rende spettacolo lo stesso. JFK forse non voleva essere spettacolo, ma la sua morte lo è.

E il tuo cortometraggio Snuff 2000? Difficile vederlo da qualche parte…
Quello è un poco underground. In Spagna tutti i cortometraggi hanno una sovvenzione statale. Ma quando, con la sceneggiatura di Snuff 2000, sono andato dal funzionario lui mi ha detto: “Questo progetto non può essere filmato con denaro pubblico, ma io sono un grande fan di Miguel Àngel Martìn così per favore quando è pronto può spedirmi una copia per me?“ Un anno dopo questo funzionario è venuto a casa mia e mi ha comprato dieci disegni originali… Il cortometraggio alla fine non ha avuto sovvenzioni ed è stato realizzato con fondi privati. E’ stato invitato a festival spagnoli ed internazionali, nel mio paese ha vinto due premi, ma non è stato mai trasmesso da nessun canale televisivo, pubblico o privato. Invece è finito come contenuto extra nel dvd spagnolo de Il Pasto Nudo di David Cronenberg, un grande onore per me.

Ho visto i tuoi storyboard di Snuff 2000… parlavi prima del tuo procedimento intuitivo nel rapporto fra disegno e scrittura…
Sì certo, io prima penso una storia, più o meno chiusa, poi la disegno cambiando le cose se serve. Intuitivo non come ideazione ma nel processo di narrazione. Per esempio ora sto lavorando sul mio primo romanzo grafico, un fumetto di duecento pagine, e uso questo sistema: prima lo scrivo come una sceneggiatura cinematografica di novanta pagine, poi disegnando improvviso un adattamento a fumetti. Non lo scrivo direttamente come fumetto, così posso fare sempre tutti i cambiamenti. E così mi ritrovo già fatta una sceneggiatura che posso spedire ad un produttore… ma senza esiti al momento… Ho sempre visto molto cinema e scritto molti fumetti, per me le due cose vanno insieme.

Un film da vedere assolutamente prima di morire?
Il Mucchio Selvaggio di Sam Peckinpah, questo film mi ha cambiato la vita, l’ho visto a diciassette anni e ha modificato il mio modo di vedere cinema, fumetto, tutto. Per contenuto e forma del racconto Peckinpah è l’inventore del cinema moderno. Dopo ho visto il secondo film importante della mia vita: They Come From Within - Shivers (Il Demone sotto la pelle in italiano) di David Cronenberg. Ma sono interessato a molte altre cose, cose che fumetti e cinema mainstream non raccontano.

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