OGGIGIORNO CI FINISCE TUTTO

by Giordano Simoncini

Il Museo delle relazioni finite

Il nostro Tempo reclamava a gran voce un Museo Delle Relazioni Finite. Quest’ultimo è infine apparso,riscuotendo il più scontato successo. Ci fa piacere? Non essendo la domanda giusta, la risposta è indecidibile. Proviamo a sciogliere la questione mescolando i pensieri, visto che non funziona come con Carla Bruni, che uno dice che è bella e la cosa passa e la gente suppergiù è d’accordo.

Bruni, Sarkozy.
Allora, Carla e Nicolas filano assieme. La cronista rosa del caso, in ossequio all’essere cosacce inutili dei lettori italiani, rileva che è solo un amour de vanitè e ci avverte che “finirà”.

Grazie.

Addio, Mannaggia.
Qualora si volesse sfoderare l’occhio clinico, andrebbe piuttosto notato che l’amore oramai finisce sempre. Nel senso: oggigiorno, di Addii, ci si massacra ci si sbudella tutti quanti. È una mattanza generale finchè il cor non si spaura.

Intesi, non è che sia colpa nostra. Non è mannaggia a noi.
Vorrei anzi spezzare una lancia a caso e sottolineare che noialtri di oggi l’amore ce lo siamo trovati tra le mani che erano già passati (non voluti) psicanalisi, ‘68, ‘77, pop e Sex and the City. Per cui, 2 volte al cinema e 3 mattine nel medesimo letto e si dovrebbe già stappare spumantini.

Giacchè poi è posto (sempre a posteriori) che l’Arte va a braccetto con lo Spirito del Tempo, ecco che di questo nostro mesto e infame finirci-tutto-quanto c’è già chi ne ha cavato via un Museo, il Museo delle Relazioni Finite.

Cumulo, Paccottiglia.
L’idea di partenza è fessa forte: nel mentre che la gente si molla, tu dai loro la possibilità di disfarsi degli oggetti importanti della loro storia e li raccogli, assieme ad una breve didascalia, sotto forma di donazioni. Poi, finita questa sorta di questua a costo zero, ci metti su un’esposizione. Per “sublimare la sofferenza in qualcosa di creativo” - mi dice Dražen Grubišić, artista croato co-titolare del colpo di genio assieme alla collega ed (ovviamente) ex-compagna Olinka Vistica.

Il primo passo risale a 4 anni or sono. Salone biennale di Zagabria a tema “Sinergia”. I due artisti ci credono ed espongono sessanta “pezzi”, elargiti da amici e conoscenti. Basta poi un unico reportage Reuters perché tutto divenga caso mediatico, innescando all’istante un’esplosione di donazioni. Pregasi immaginare: centinaia di persone, con le buste dell’immondizia a tracolla, desiderose di disfarsi della memoria del/la congiunto/a. Una tristezza che se ti ricorda Eternal Sunshine Of The Spotless Mind hai visto un bel film. Dopodichè, passati gli anni passati, riscossi i successi riscossi, la mostra più paracula dell’universo - capace di mettere assieme coniglietti di peluche e protesi ortopediche, calcoli biliari ed abiti da sposa - è convenuto farla diventare itinerante. La prima tappa, supportata da Balkan Black Box Festival e MistOst, è stata peraltro proprio qui dalle mie parti, a Berlino, al Tacheles.

Non il tempio dell’avanguardia globale, per carità, ma stiamo comunque parlando di due croati e di un cumulo di paccottiglia.

Chiara, Meglio.
Quando interrogo il vispo curatore Zvonimir Dobrovic sull’andamento della mostra, lo immagino fregarsi le mani che non gli vedo: “nel momento in cui ci “invitano”, c’è sempre qualche partner in loco che ci aiuta a far telefonate e ad inviare email. In realtà poca roba. Il bello viene invece dopo l’inaugurazione, con le prime visite. Siamo riusciti ad ottenere una risonanza fantastica senza alcun budget per il marketing. L’effetto-valanga è stato incredibile ed incontrollabile”
È vero, sì. C’è stato un momento in cui un occhio sulla mostra lo hanno puntato tutti - Bbc Guardian Repubblica Spiegel El Mundo e di Paese in Paese via andare. Su cotanto esito Dražen argomenta, con certo understatement, che “è un’idea alla quale si relazionano tutti facilmente. Ha che fare con emozioni immediate. Quasi tutti vogliono prendervi parte. C’è gente che si è scusata per non avere nulla da donare” - e ciononostante, a Berlino sono state acquisite decine di nuove “opere”. Seguita poi sul suo tasto preferito, le coppie: “si divertono, per loro è un otto volante emotivo, commentano scherzosamente, con autoironia. Considera che dopo che hai letto per 20 volte di fila nessuno ti amerà mai come me, inizia per davvero a suonarti relativo ed hai pronto un pretesto per riflettere o ridere di gusto, a seconda”.

Direi ridere, sì. Riflettere siamo fuori epoca.
Ora scrivo questo, che quando una cosa è chiara è meglio.
Per cui no, non è la semplicità dell’idea, il propulsore del Museo. È invece la sua spietatezza. Una così grande attenzione dei media, peraltro, lo segnala. Allo stesso modo in cui gli avvoltoi segnalano le carcasse. Si tratta, però, di una spietatezza fine, affascinante. Vogliamo chiamarla “colta”?

Am-are, A-mors.
È davvero “oggigiorno”, che ci-finisce-tutto. Perché “oggigiorno” è un punto di “picco”, il culmine del processo di progressiva oggettivazione di ogni comunione umana un tempo detta “spirituale”.
Quest’oggettivazione è stata necessaria e non decisa. Ha fatto il paio con la specializzazione, con l’individualismo e con il pensiero analitico, riportando alle mani dell’uomo qualsiasi originaria dimensione “veritativa” dell’Amore. Quello che un tempo era am-are, essendo (k)am la radice indeuropea dell’Essere indeterminato da cui tutto prende vita, o quello che era a-mors (ipotesi decostruttivista, “toglimento di morte”) si è cioè ristretto a lubh (Love, Liebe), indoeuropeo per “desiderio”. La vittoria di Cupido, cupidigia, su Eros, divinità superiore a Zeus, di dimora extra-olimpica.

All’uomo tecnico, specifico, individuo, operatore razionale, l’amore non schiude mondi; gli fa solo voglia. Pertanto questa sua voglia, come ogni desiderio, è passione (patema, patimento, pazzia) sin tanto che è insoddisfatta. Al momento di culmine, al momento in cui la comunione “spirituale” è in tripudio, ovvero quando il suo desiderio è appagato, ecco che la relazione è perfetta. Perfecta, passata.
Finita.

Diciamo pure che il Museo delle Relazioni Finite registra questo fenomeno. Registra cioè il fatto che un oggetto fisico e per giunta volontario, cioè l’oggetto “del desiderio” in cui si è trasformato noi nolenti l’amore oggigiorno, sia caduco e terreno ed instabile come l’individuo che presume di gestirlo; che esso, come quest’individuo, muoia; producendo una sofferenza che ha un tono assolutamente contemporaneo, distruggendo ogni volta il Mondo nella sua totalità (Derrida) e, ovviamente, sbudellandoci.
L’affascinante spietatezza del Museo è cioè l’ambizione di rendere non solo artistico, ma anche divertente come un Luna Park, ciò che in realtà è un Cimitero.

Cimitero, Chitarra.
Ciò detto, ecco che di colpo Dražen non ci sta. Si barcamena: “la memoria di quelle relazioni è qualcosa che continua a vivere nelle cose che uno dona al Museo… e poi la maggior parte della gente la vive come un’esperienza positiva. Non c’è quel senso di silenzio, di fine, di quando cammini tra le tombe. A viverla male, l’esposizione, è davvero una minoranza”, ma siccome non mi basta gli domando anche, facile facile, se non ci si sente delle merde a farsi i soldi sui pianti altrui. Lui mi risponde attentamente. Mi dice che quando la gente legge per la prima volta del Museo, reagisce spesso in maniera cinica, non risparmiandosi affatto critiche e biasimo. “L’importante è poi venire a dare un’occhiata di persona”, continua, “è lì che si rendono tutti conto che dietro l’esposizione non c’è nessun giochetto, nessuna furbata - e puoi star certo che il più delle volte tornano con qualcosa da regalarti, per dare il loro contributo, il che a propria volta dimostra la fiducia che hanno in noi e nel progetto.”

Già, la fiducia. Mi lascio spiegare che su brokenships.com ti puoi creare il tuo proprio faldone in cui salvare le foto, i testi ed anche gli sms (!) dell’amata/o, per poi decidere, magari dopo un anno o due, se cancellarli definitivamente o se riderci su o se soffrirci ancora o dio sa cosa. Gli chiedo quanta responsabilità si sente addosso, a trasportare cose che per qualcun altro al mondo sono così preziose, ottenendo come risposta “per gli spostamenti affittiamo un furgone e maneggiamo tutto con cura”, capito, come una band!, ad oggi quasi 300 oggetti, 600 e più cadaveri, “e poi meglio dare un oggetto caro a noi che passare per una casa di cura o uno psichiatra” e a me questa cosa sembra così indebita e fuori proporzione, però non glielo dico e non gli chiedo più, così come non gli chiederò perché proprio oggi il sito è offline, recando scritto in croato (che capisco quanto le donne) una cosa come “sospeso” o non so. Se penso che qualche idiota i suoi sms ce li aveva messi davvero.
…e niente la storia di questa storia finisce con me che lascio che Dražen spurghi via i classici progetti per il futuro, “tra un paio di mesi avremo il calendario definitivo, prima Skopje e Belgrado, poi Stoccolma ad Aprile, poi ancora Helsinki, Stavanger, Londra, Roma, Singapore, Los Angeles, Toronto e naturalmente N.Y.”, mentre la mia attenzione è già precipitata. Ripasso che è “oggigiorno”, non ce lo siamo voluto ma ce lo dobbiamo tenere, penso a Carla, leggerà mai qui?, le consiglierei di donare la sua chitarra chiudendo l’articolo senza accorgermene senza averlo deciso prima.

(01/3)