LA LINEA

by Adriano Aymonino

La crane, la morte, il diavolo: il genio funereo di Alberto Martini

Personaggi misconosciuti, artisti d’incredibile talento, furti, delitti. E ancora illustratori dimenticati, geni incompresi, trafugatori, semplici avventurieri e laidi speculatori. La storia dell’arte vista da un punto di vista diverso, quello delle persone, delle storie di vita e dei personaggi nascosti che l’hanno animata.

Ho sempre trovato che l’Italia tra la seconda metà dell’Ottocento e la Prima Guerra Mondiale abbia vissuto un periodo storico di noia sconfinata. Nonostante gli sforzi di un intero corpo insegnante di instillare nella mia giovane mente il culto o almeno la riverenza per l’insopportabile virilità dannunziana o per l’ancor più irritante “fanciullino” pascoliano, sono ancora convinto che la cultura nazionale tra i due secoli sia stata in fondo provinciale e sostanzialmente poco affascinante. In questo panorama sconsolante l’Italia, come sempre, ha tuttavia prodotto una generazione di eccentrici, folli e avventurieri di massimo rispetto e tra di essi uno dei geni dell’illustrazione e della grafica fantastica: Alberto Martini.
In altri paesi i grandi illustratori sono considerati alla stregua di glorie nazionali o comunque le loro opere vengono costantemente ristampate e rese accessibili a un grande pubblico. In Italia la matrice idealistica della nostra cultura ha fatto sì che fino a pochi decenni fa le arti applicate fossero considerate arti minori, degne dunque di minore attenzione. Molti illustratori, incisori, cartellonisti e grafici italiani sono così stati abbandonati e trascurati per troppo tempo e i loro nomi sono oggi noti solamente a una ristretta cerchia di appassionati.
Alberto Martini non fa eccezione: le pubblicazioni sul suo lavoro sono poche, i suoi libri illustrati mai ristampati e le sue opere gelosamente custodite da collezionisti privati o da piccoli musei di provincia. In vita fu poco apprezzato e oggi è completamente dimenticato. Eppure, se si ha la fortuna di vedere le sue rarissime incisioni e tavole originali, ci si accorge immediatamente dell’eccezionale potenza grafica e dell’incredibile forza visionaria della sua arte. Ci si accorge soprattutto di quanto anomalo, inquietante e originale sia il mondo creato da questo gentiluomo di provincia nell’Italia d’inizio Novecento.
Il tratto dominante di tutta la sua arte è un’ossessione nera e carnale per il macabro, per il mistero, per i dettagli sanguinolenti e funerei, veramente difficile da trovare altrove. Teschi e scheletri, sangue e presenze demoniache, vortici e rovi, metamorfosi continue, le pieghe, le bocche e i corpi delle donne trasformati in farfalle o esseri orrendi e surreali, insomma tutti i simboli e i temi della tradizione simbolista e nordica spinti però all’estremo, all’insegna di un romanticismo gotico e decadente.
Ciò che mi ha sempre affascinato è che, come spesso accade, quest’uomo dalla fantasia cupa e sfrenata non trascorse la sua esistenza fra traumi, dolore e follia. Nacque nel 1876 a Oderzo, nel Veneto, da una famiglia nobile di provincia e la sua fu una vita tutto sommato ordinaria, passata tra la campagna trevigiana, Milano e Parigi, sempre all’insegna di un raffinatissimo e aristocratico isolamento rispetto al mondo dell’arte e alle sue perverse logiche di mercato.
Questa miscela pericolosissima di orgoglio di sangue e suggestioni nordiche e mortuarie sfociò inevitabilmente nell’appoggio al fascismo. Uno dei risultati meno noti è l’ex libris che Martini eseguì per Mussolini, un piccolo disegno tutto sommato banale, con l’aquila stendardo appollaiata sull’arcobaleno della nuova era che sorge dai bagliori della Roma imperiale: l’abc del fascismo, inoltre goffamente eseguito. Veramente sconsolante è anche la maggior parte delle opere degli anni quaranta, frutto della svolta religiosa senile che spesso infetta le menti di molti artisti producendo immancabilmente opere inguardabili. Bisogna dire che in questo caso Martini non fu affatto isolato e che in generale all’arte religiosa del Novecento, tranne rarissimi casi, si può dare la palma della peggiore produzione figurativa degli ultimi quattro millenni, senza peccare minimamente d’esagerazione.
Il genio di Martini sta nella produzione giovanile e quasi tutto nella sua grafica, nell’impatto visivo del suo bianco e nero, ottenuto grazie a sottilissimi colpi di pennello, nel potere sinistro delle sue immagini. Una delle serie più originali e inquietanti è composta dalle sei litografie dei Misteri, del 1914-15, sorta di tarocchi simbolici che fissano stadi ed eventi della vita dell’uomo in immagini essenziali, zeppe di elementi evocativi e surreali che diventeranno moda corrente solamente anni e anni dopo. Altro capolavoro assoluto sono le numerose illustrazioni per i racconti di Edgar Allan Poe: scure, dense, liriche interpretazioni personali, genialmente poco descrittive. Mentre le tavole di altri grandi illustratori di Poe, come Gustave Doré o Harry Clarke, sono note, accessibili, continuamente ristampate, quelle di Martini, forse tra le migliori in assoluto, sono state riprodotte molto raramente e spesso male, come la maggior parte delle sue opere.
Nella sua Vita d’artista Martini emetteva un giudizio severo e categorico, presuntuosamente riferito alla sua arte: “Vero artista è chi ha saputo creare un’opera [...]: un’inattesa scoperta, così forte da resistere al supremo giudizio del tempo, un tempo umano di almeno un quarto di secolo, fatto storico che non si può né inventare, né cancellare, né improvvisare.” Il tempo, purtroppo, gli ha dato fatalmente torto. C’è da sperare almeno che nel futuro qualche editore abbia il coraggio di ristampare e diffondere le tavole di uno dei più grandi illustratori che l’Italia abbia mai avuto.

Sopra: Ex libris di Mussolini, 1937
Nella pagina accanto, dall’alto in senso orario: Follia, dalla serie Misteri, 1914-15; Bocca, dalla serie Amore, 1914-15; Illustrazione per Silenzio di Poe, 1905-09; Illustrazione per Rivelazione magnetica di Poe, 1905-09