Apparat

Giordano Simoncini

“Walls”

(CD, Shitkatapult, 2007)

Certe volte (non sempre) uno vuole riflettere. Prende questo qui che si chiama Sascha Ring - come la metro puzzona, altro che apparati, berlinismi e oggetti bianchi. Uno alto uno un po’ così un po’ tedesco. La musica elettronica la sapeva fare di suo ma quello volendo molti. Sennonché poi ha fatto un disco (della madonna di dio) con Ellen Alien. Ed ora ne ha fatto un altro con la chitarra in mano e i feedback dietro che in pratica non c’entra più niente ed è ad ogni buon conto dreampop, due eccezioni confermanti regole comunque già sbriciolate. Bene. Lui nella sua giovane vita si è visto dinanzi, e in progressione, gente: ballare, adorandolo; basculare, stimandolo; sognare, venerandolo. Giovane com’è, capito: e come se non bastasse qualche volta, lì in mezzo, c’ero anch’io. Allora niente, uno come anticipato riflette e vorrebbe prenderlo per la collottola e dirgli guarda ora basta. Primo perché si tratta di essere tracotanti. Secondo perché stai bruciando anche chi ti dice che stai bruciando le tappe. Terzo perché di qui in poi non si sale più, non si va più avanti; da un disco che attacca à la Hiorthøy, che segue dove l’indietronica togli indie e metti slow, che le tracce cantate, belle, sono forzosamente le peggiori perché quando c’è ancora da qualche parte il computer è la perfezione; da un disco perfetto in maniera mi viene da dire esaustiva; cosa vuoi salire? Nel mentre che le signorine dibattono con i signorini su qual è la migliore e naturalmente ce ne sono almeno 8 su 13 (le mie sono i Fractales), nel mentre che non lo vediamo mica, che siamo i capponi di Renzo, capito, nelle mani di un disco stregato stregante stregone che però guarda davvero, a Sascha, uè oh, mo statti do stai, basta così.

(Giordano Simoncini)