MASQUERADE

Francesco Ventrella

"Distoglierò il mio sguardo, sarà ormai la mia sola negazione" (Bacone)

Coprirsi il volto è un gesto riflessivo legato alla vergogna: la dichiarazione di una debolezza. Così deve sentirsi Mishima quando nel suo romanzo autobiografico descrive l’adorazione indicibile per un paio di pantaloni, abdicando ad una maschera le proprie confessioni, che, grazie alla reticenza di chi racconta, fanno pensare al lettore quello che non è scritto, imprimendo sulla maschera le proprie rappresentazioni. Nelle arti visive questo gesto riflessivo ha una storia molto lunga, elaborata in simbolismi e patafisiche d’ogni sorta. Nel 1896 Alfred Jarry faceva esordire il suo Ubu Roi con in testa una maschera da elefante e una battuta inequivocabilmente rivolta al pubblico: “Merda!” La maschera si mostra in tutta la sua capacità di elaborare la rottura attraverso delle strategie di comunicazione, diventa la cesura con il resto dei volti che sono attorno. In latino persona/ae voleva dire maschera. Coprirsi il volto è come stoppare la propria identità che, solo di fronte ad un altro, si mette nuovamente in discussione. Claude Cahun, artista surrealista (donna in un movimento decisamente “fallocentrico”), fece del mascheramento la sua arte e la sua vita. La maschera da segno di debolezza può, dunque, diventare un’aggressione: coprirsi il volto contribuisce a ri-scegliere la propria identità autonomamente, “posizionandosi” nei contesti culturali di volta in volta differenti. Questo immagino sia di difficile comprensione in una cultura nella quale il burka viene visto solo come uno scandalo! La maschera, allora, interrompe il “catalogo cosmetico” dell’omologazione culturale, ma può anche fare da schermo: distogliere lo sguardo e ripartire da capo. Significa dire di no, arbitrariamente, come un adolescente, nel mondo a cui appartengono sia i travestimenti dei Genesis di Peter Gabriel, sia quelli del rock indipendente di oggi. In un flyer diffuso prima di un loro concerto nel 1983 a Boston, i The Proletariat (non-hardcore band, si definivano) avevano stampato il testo della loro canzone Pride e un’immagine in cui un uomo di colore teneva in mano la stessa bandiera americana che gli aveva coperto il volto come fosse un cappuccio del Ku-Klux-Klan. In questo caso coprirsi il volto è un gesto imposto che opprime: la maschera può anche far soffocare. Come soffocano nell’acida innocenza i dodici anni del ragazzino del romanzo di J. T. LeRoy che adotta il nome della madre: Sarah. Non è forse J.T. stesso ad essere rimasto soffocato oggi dalla maschera che si è costruito addosso? Ma la maschera è anche lo strumento attraverso il quale costruire una nuova identità culturale/politica, proprio attraverso lo scarto con il conteso reale: le Guerrilla Girls indossano maschere da gorilla per dissociarsi dai ruoli imposti alle donne, mentre gli zapatisti si riconoscono per il passamontagna nero: coprirsi il volto per rifiutare l’identità imposta o quella negata. Ma coprirsi il volto non vuol dire negarsi all’altro, anzi! Potrebbe spingere l’altro a rilanciare, ipotizzare la nostra identità, riconoscerci: la metafora migliore di una larvale responsabilità civile nei confronti di quei “deboli inconfessabili” che hanno deciso di affermare, fortissimamente, la propria differenza. Non si può spiegare la natura delle proprie differenze, ma si può permettere che l’altro la comprenda: ha senso coprirsi il volto solo di fronte a qualcuno che si accorga del gesto e, con la sua presenza, faccia del nostro dissenso un atto pubblico.

“Supponiamo che, a causa di qualche incidente di cui l’altro non si è nemmeno reso conto, io abbia pianto, e che, per fare in modo che la cosa non si veda, io metta un paio di occhiali scuri sui miei occhi gonfi (bell’esempio di negazione: oscurarsi la vista per non essere veduto). Lo scopo di questo gesto è calcolato: io voglio provocare la tenera domanda («Ma che cos’hai?»); voglio fare compassione e al tempo stesso destare ammirazione, voglio essere adulto e bambino nello stesso momento. Ciò facendo io non gioco, bensì rischio: giacché può sempre darsi che l’altro non si chieda affatto la ragione di quegli occhiali mai visti e che, nel mio gesto, non scorga alcun segno”
(da Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, p. 140)


Il collettivo di media-artiste Guerrilla Girls cerca in ogni modo di imbrogliare le carte, di crakkare la comunicazione mediatica attraverso un’aggressione semiotica: far inceppare la lingua che legge Guerrilla mentre l’occhio vede un Gorilla. Dagli anni Ottanta le G.G. iniziano ad apparire sulla scena artistica newyorchese indossando delle maschere da gorilla e diffondendo dei flyers sui quali era stampata l’odalisca di Ingres con il volto nascosto da una maschera da gorilla. La scritta: “Do women get to be naked to enter in the Met. Museum?”. Il movimento femminista ha usato spesso l’ironia per mostrare, con ovvia chiarezza, quanto la cultura occidentale di razza bianca abbia elaborato una struttura rigida dei ruoli sociali rispetto a due sessi. Con altrettanta ovvia chiarezza le 13 G.G. hanno scelto di mascherarsi e celare la propria identità sociale assegnandosi nomi inventati (mutuati dalle icone dell’emancipazione femminile come Coco Chanel, Gertrude Stein, Fanny Brice….) e lavorando sul coinvolgimento di altre colleghe, facendo della maschera un segno di un dissenso. Maschere scaricabili in pdf dal sito www.guerrillagirls.com


Stai cercando una risposta o un capro espiatorio
Una ragione o una scusa
Per preoccuparti dei tuoi difetti - dei tuoi fallimenti …
La tua attitudine è davvero rara/ Ma difficilmente rara abbastanza
L’odio aperto è davvero raro/ Difficilmente raro abbastanza
La società crea facili etichette/ Colore, credo e sesso
Nell’America bianca
(The Proletariat, Pride 1983. Testi di Richard Brown)


Maschere come soprannomi. Gli Animal Collective sono: Avey Tare, The Deaken, The Geologist e Panda Bear. Avey Tare viene da Dave> Davey>Avey; da questo modo di “strappare/ to tear” il nome è venuto poi Tare, con una scrittura diversa, perché la gente non confondesse con “tear/lacrima”. Bresson è stato chiamato “geologo” da un giornalista, mentre lui è un biologo marino, e così è diventato The Geologist, mentre Deakin viene da Deacon (che è come Joshmin firmava le sue mail al college) e infine Noah adora disegnare panda prima dei concerti e durante le prove: Panda Bear.


Una ricerca su Google a nome di “Peter Gabriel” svela la vera identità della donna in rosso con la maschera da volpe sulla copertina di Foxtrot, disegnata da Paul Whitehead nel 1972!!


Detràs de nuestra mascara negra
Detràs de nuestra voz armada
Detràs de nuestro nombre impronunciabile
Detràs de nosotros, a los que ve,
Detràs de nosotros, somos usted

Dietro la nostra maschera nera,
Dietro la nostra voce armata,
Dietro il nostro nome impronunciabile,
Dietro di noi, a quelli che vedete,
Dietro di noi, siamo voi
(Testo scritto dal Comité Indígena Clandestino Revolucionario)

KAMEN NO KORUHAKU
“Quello della «Sporcizia» era un gioco tradizionale nella nostra scuola, diffusissimo fra i ragazzi del primo e del secondo anno, e, come succede d’ogni specie d’estro malsano quando lo si adotti a passatempo stabile, somigliava più a un’affezione morbosa che a un divertimento vero e proprio. Facevamo quel gioco alla luce del giorno, addirittura in pubblico. Un ragazzo – chiamiamolo A – si trovava a tiro mentre aveva smarrito momentaneamente la presenza di spirito. Accortosi di ciò, un altro ragazzo – chiamiamolo B – gli schizza addosso di fianco nel tentativo di agguantarlo in un dato punto. Se la presa riusciva, B si ritirava trionfante a una certa distanza e si metteva a strillare: «Ohi, com’è grosso! Ohi, come ce l’ha grosso, quell’ A!». Qualunque potesse essere stato lo stimolo latente sotto il gioco, sembrava che avesse per unico scopo la vista del ridicolo di cui si copriva la vittima mentre la sciava cadere a terra i libri, o gli altri oggetti che teneva in quel momento, e si serviva di tutte e due le mani per proteggere la parte esposta all’attacco”
(da Yukio Mishima, Confessioni di una maschera, Feltrinelli, p. 49)

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