The Dillinger Escape Plan

Giordano Simoncini

“Ire Works”

(CD, Relapse, 2007)

Per chiarire ai profani e fare dell’ipermodernismo insensato, spiego che nel rock del ventunesimo secolo c’è il problema del pirolele. Freddie Mercury lo faceva a voce quando diceva di non avere tempo per no monkey business. Molti altri lo hanno fatto strumentale. Il pirolele si situa al confine di molte cose: al di qua ed al di là del bordo ci sono prog e forma libera, hippies e seventies, chiacchiere e anarchia. Ed il bordo in sé è la spina nel fianco di ogni recensore, chiamato a mantenersi centrato e scrupoloso anche quando, così spesso, l’unico pensiero del dietro le quinte è semplicemente: alè eccone n’altro che pirolela. Farei senz’altro l’es. di quando ascoltai per la prima volta Calculating Infinity dei Dillinger. Ero ancora ragazzino ed era da poco uscito 0:12 Revolution in Just Listening dei Coalesce su Relapse, sì che, sull’onda, tanto valeva finirsi l’etichetta. Visto e considerato l’Amore. Siccome però quei pirolele lì non mi andarono giù, i Dillinger non li ho più seguiti; mentre tutt’intorno la gente diceva che la musica estrema non sarebbe stata più la stessa. Sennonchè qui inizia il 2008 e si fanno i bilanci ed io devo a me stesso un mezzo mea culpa. Il quale, ci tengo a dire, è “mezzo” perché non si tratta neppure più dei Dillinger, essendoci rimasta la sola chitarra Ben Weinman – bene che senza di lui cosa doveva succedere ancora – e però è pur sempre “culpa”. Perché eccoti qui che (F?)Ire Works è bello che non si sa. Non solo perchè il play è un calcio in faccia e non semplicemente perché Milk Lizard o non tanto perché When Acting As a Wave, mio dio When Acting As a Wave i muri che gratterai. Bensì perché pur essendo tutto lui, noisecore come fine ’90, bip tup non più di quanti ne esigano i tempi, occhietto a Faith No More e modulo free ma solo quando è vincente, riesce comunque a presentarsi come un album rinfrescacuore. Ce ne fossero di più.

(Giordano Simoncini)