Winter Beach Disco

Giordano Simoncini

”After the Fireworks, We’ll Sail”

(CD, Black Candy, 2007)

Winter Beach Disco in a nutshell: provenendo chi dall’hc chi dal post rock si incontrano sul prato dell’Università della Tuscia e me li immagino farcisi un sacco di risate. Inizio facile, dire male a Padre Pio, allestire una masquerade ed animare feste. Ad un indeterminato punto hanno uno show tutto loro, fatto di sci-fi e rock’n’roll con una certa vignettatura indie, che li porta diritti dalle parti degli Icarus Line. La più qualsiasi sera suonano a Roma. A vederli c’è Giulia Vallicelli, opportunamente rispettata figura dell’underground italiota. Le bastano un paio di post in un paio di forum di debosciati perché la band ottenga un salvacondotto per il sottosuolo. Dopo poche apparizioni pubbliche l’intero popolo indierocker italiota, gentaccia che non guarda oltre le proprie All Stars, è già diviso come il Mar Rosso: chi gradisce e chi no, ma chi “no” manca di argomenti validi. Nel mentre i Winter Beach Disco, poco credibili nei panni di Mosè e divertiti come davvero solo loro, seguitano diritto. Piano sano lontano - fino ad oggi che è il giorno della prima sul lungo. Da allora fanno 5 anni e stanno già tutti tra Can I break 3 words? e Panic at the vineyard, prime due: giacchè Strokes, Hives e White Stripes non acchiappano più una copertina, in Europa ci si evolve. Ognuno come può ed i viterbesi alla grande. Dal r’n’r al post punk, da un’era ad un’epoca. Con la faccia tosta. E quando ti sembra addirittura di avere capito come funge, la sezione ritmica di Kayoko & Cornelius che parla un idioma da primi ’80, il delay di Cut and fit for you, che invece urla “new york!”, ti sbeffeggiano di nuovo con la ri-edizione di Gianni Bugno e con It’s so useless, pezzo dell’album, fai conto come se A Certain Ratio uscissero sull’odierna Dischord e poi dai tutto il gas che puoi. Tra spasimi e groove evitando la noia assoluta del punk funk di voga, tra passato e futuro saltando a piè pari il presente, After the Fireworks, We’ll Sail vincerebbe la partita dell’Italia del nostro tempo anche se quest’ultimo non fosse l’assoluto piattume che è.

(Giordano Simoncini)