THE EX

Filippo Gualtieri

Intervista al gruppo simbolo dell'underground europeo

“Se si può attribuire all’arte uno scopo, è quello di disincantare e disintossicare dicendo la verità” diceva Wystan H. Auden. Sono venticinque anni che gli EX ci dicono la loro verità attraverso una ventina di album e un migliaio di concerti. Il commentario sociale s’accompagna a una formula sonora nata col post punk inglese cresciuta con l’avanguardia free jazz, il noise, l’improvvisazione e la musica etnica (Africa e Est Europa). Gli Ex riescono a far andare avanti, di pari passo, gestione politica e ricerca musicale, guidati dall’etica punk del do-it-yourself e della coerenza, rifiutando da sempre di prendere parte ai giochi dell’industria discografica. Il concetto di canzone evade da quello di merce, l’uso propagandistico rifugge dai facili slogan e dalla banalità. Canzoni del disastro che parlano ad una collettività sempre più difforme ed indecifrabile. L’occasione è buona per fare qualche domanda al portavoce del gruppo, G.W. Sok, di ritorno da un tour negli Stati Uniti.

Dopo venticinque anni siete ancora una punk band. Sto parlando di attitudine…
La parola “punk” oggi ha un significato completamente differente da quello che aveva quando abbiamo cominciato. Oggi “punk” è un nome di genere come un altro, con una serie di regole e attitudini non scritte. Noi troviamo il tutto un po’ troppo riduttivo. Dal momento che nel suo significato originario significava “fai-da-te”, indicando la possibilità di fare quello che volevi nel modo che ti piaceva di più, questo tipo di mentalità aperta è ancora molto importante per noi e sfortunatamente ci sono un sacco di gruppi che non sono aperti per nulla. Siamo ancora una punk band? Credo che tutto sommato la risposta non sia poi così rilevante per noi.

Avete cominciato nell’ambito del movimento squat. Oggi siete ancora legati a quella realtà. Come sono cambiate le cose? A quale tipo di audience vi rivolgevate allora e che tipo di ascoltatori pensate di avere oggi?
Sul finire degli anni ’70 e all’inizio degli ’80 l’attivismo squat era diffuso su larga scala in Olanda perché le leggi avevano delle scappatoie attraverso le quali era possibile occupare case vuote e palazzi e riutilizzarli per l’occupazione. Il movimento era abbastanza grande perché c’era parecchia disoccupazione. Col passare degli anni però è diventato sempre più difficile occupare. Oggi è ancora più difficile perché è più facile far sgomberare. Così il movimento si è rimpicciolito. C’era anche un grande movimento attivista all’epoca (anti-militarista, femminista, ecc), con parecchie feste e manifestazioni in cui i gruppi potevano suonare. All’inizio eravamo seguiti soprattutto da squatters, punk e attivisti ma a un certo punto abbiamo raggiunto anche un altro tipo di pubblico perché abbiamo avuto la possibilità di suonare anche in altri luoghi. La cosa si è poi sviluppata nel corso degli anni e adesso possiamo suonare in qualsiasi posto del mondo. Per noi non fa alcuna differenza suonare in posti grandi o piccoli. Il nostro è un pubblico molto variegato: giovane, vecchio, punkettoso, alternativo, bien abillé...non ha alcuna importanza per noi. In generale quello che ci collega a loro è il fatto che entrambi abbiamo lo stesso tipo di mentalità aperta, un modo di guardare al mondo che include anche un’idea di quello che ci piace ascoltare nella musica.

All’inizio il vostro suono era fortemente influenzato dal post punk inglese. Come siete venuti a contatto con la musica africana e il folk est europeo? In che modo siete venuti a conoscenza del grande retaggio della scena impro olandese degli anni ’70?
Abbiamo cominciato rifacendoci ai gruppi punk inglesi ed americani (Wire, Gang Of Four, Ramones, The Fall...) ma a un certo momento iniziammo a sentire l’esigenza di ascoltare altra musica. In parte perché non tutta la musica punk era fantastica (sì, c’erano anche un sacco di gruppi penosi) e in parte perché uno comincia a vedere e sentire la bellezza in altri generi. Quando sei in tour da qualche parte per l’Europa e stai seduto sopra un furgone per otto ore di fila, non ne puoi più di ascoltare musica rumorosa. Così abbiamo iniziato ad ascoltare le compilation che la gente faceva per noi. Andy ha registrato un sacco di musica proveniente dall’Europa dell’Est e dall’Africa. Gradualmente queste influenze si sono insinuate. Non c’è stata nessuna premeditazione, è successo perché in quel momento eravamo predisposti a quel tipo di sonorità. Non conoscevamo nulla della scena impro olandese degli anni ’70…ci siamo imbattuti in quella scena verso la metà degli ’80 in modo molto occasionale, andando a vedere qualche concerto. Spesso accade così: vai a vedere qualcuno che suona qualcosa di differente da quello che suoni tu di solito, certi elementi s’insinuano nella tua musica e qualche volta ti capita pure di entrare in contatto con questi artisti, berci una birra insieme e finire col programmare una collaborazione, semplicemente perché c’è stima da ambo le parti. È qualcosa che non si può programmare a priori ma che parte sempre con l’ispirazione.

Nello scenario di estrema desolazione che voi descrivete è ancora possibile un riscatto morale della società e se sì in che modo?
Davvero descriviamo uno “scenario di estrema desolazione”? Spero di no! Mi suona davvero troppo disperato! Certo ci sono delle forze in questo mondo che stanno devastando questo pianeta e la vita di tanta gente, ma fino a quando ci sarà qualcuno che cercherà di opporsi allora ci sarà ancora speranza per l’umanità. Un buon esempio sono gli attivisti che da ogni parte del mondo si mettono in contatto tra di loro e si supportano a vicenda nella loro lotta per un’esistenza migliore. Questo è un tipo di globalizzazione completamente differente da quello che le orde spietate di multinazionali cercano di propinarci.

Come si è modificato nel corso di questo quarto di secolo il vostro discorso di denuncia?
Crediamo ancora negli stessi ideali di quando abbiamo cominciato: indipendenza, autogestione, prendere il controllo della propria vita senza avidità o competizione. Non siamo unici in questo. C’è un sacco di gente che ogni giorno cerca di far diventare questo mondo un posto migliore e dopo tutti questi anni crediamo che funzioni ancora.

Il titolo del vostro ultimo album, Turn, sta a indicare un giro di boa nella storia del progetto Ex?
In un certo senso sì. Circa due anni fa Luc, il nostro bassista per diciannove anni, ha lasciato il gruppo. Non è stata una cosa facile per entrambi. Dopo tutto siamo stati “sposati” per tanto tempo e quindi il divorzio è stato doloroso. Tuttavia ad ogni “arrivederci” segue sempre un nuovo “ciao”: dovevamo trovare un altro membro e Rozemarie (la nuova bassista n.d.r.) ci ha fatto sentire come un nuovo gruppo. È stato come ripartire dall’inizio con energia e ispirazione rinnovati.

Quali libri stai leggendo in questo momento? Quali dischi ascolti nel tempo libero e quali film mi consiglieresti di vedere?
In questo momento sto leggendo “Our band could be your life” (una serie di biografie su Fugazi, Sonic Youth, Minutemen, ecc), “Vernon god little” di Dbc Pierre, Hunter S. Thompson, Henning Mankell ed il saggio sui basement tapes di Bob Dylan scritto da Greil Marcus.
Ascolto molta musica vecchia (Motown, Stax, Atlantic), Tsehaytu Beraki, Konono, Getatchew Mekurya, Bob Dylan, Mekons...per quanto riguarda il cinema adoro i Fratelli Marx e Monty Python.


EX RECORDS
Formatisi nel 1979 nell’ambito dell’attivismo squat di Amsterdam sotto l’inevitabile influenza dei Crass, gli Ex hanno scelto il loro nome per via della velocità con la quale poteva essere scritto sui muri. Il suono dei primi album (Disturbing Domestic Peace, History Is What’s Happenig) é un ponte new wave tra il ritmo dei Gang Of Four e lo stile declamatorio dei Fall. Lo stile acquista in personalità con i successivi Dignity Of Labour, Tumult e Blueprints For A Blackout: schitarrate dalla cadenza marziale fanno da traino alle requisitorie di G.W.Sok, veri e propri tours de force metrici accompagnati dai ritmi africani del drumming di Katherina.
Il termine punk incomincia a diventare riduttivo per descrivere il nuovo suono del gruppo. Aumentano gli innesti di musica folk africana ed est europea (Pokkeherrie, Too Many Cowboys e Aural Guerriglia) mentre The Spanish Revolution è un libro fotografico sulla storia della rivoluzione spagnola con allegati due mini cd contenenti quattro canti rivoluzionari. Joggers & Smoggers amplia ulteriormente il discorso di sperimentazione free e improvvisazione noise e vanta la presenza in un paio di episodi di Thurston Moore e Lee Ranaldo dei Sonic Youth (collaborazione che qualche anno più tardi verrà rafforzata con un album, In The Fishtank).
Il sound degli Ex è il frutto di una mentalità aperta come testimoniano le innumerevoli collaborazioni nel corso degli anni: l’ensemble curdo degli Awara, il ballerino giapponese Hisako Hor Iikawa, il gruppo americano Tortoise, il suonatore di conga senegalese Serigne, il gruppo congolese Konono ed il cantante eritreo Tsehaytu Beraki. Proprio da una di queste collaborazioni, quella con il violoncellista Tom Cora, nasce quello che molti considerano il loro capolavoro: Scrabbing At The Lock, la quintessenza dell’arte Ex nonché uno degli apici dell’underground europeo degli ultimi venticinque anni.

filippo.gualtieri@libero.it